I pilastri del nuovo processo mediatico

Claudio Cerasa

Sì: il meccanismo alla base della divulgazione senza freni delle fake news è lo stesso di quello alla base della divulgazione senza freni delle intercettazioni. Storia di due totalitarismi e dei complici volontari dei nuovi abusi

Che cosa succede quando una falsa verità diventa una verità assoluta solo per il semplice fatto di essere stata affermata? Che cosa succede quando chi veicola le informazioni accetta di diventare una buca delle lettere solo per trarre un qualche giovamento dalla diffusione di contenuti che non andrebbero diffusi? E che cosa succede quando una democrazia viene minacciata da una forma di totalitarismo che a colpi di sputtanamenti gratuiti, di processi mediatici e di processi non mediati finisce per mettere in discussione i princìpi del nostro stato di diritto? Per ragioni che vale la pena mettere insieme, la scelta potente dell’Economist di dedicare la sua ultima copertina ai motivi per cui i social network sono diventati una “minaccia per la democrazia” non poteva arrivare, almeno per l’Italia, in un momento migliore rispetto a quello che viviamo oggi, in cui al centro del dibattito pubblico è tornato uno dei grandi temi della nostra democrazia: l’uso e l’abuso delle intercettazioni telefoniche e la legittimità di nascondere dietro al dovere di cronaca il diritto allo sputtanamento. Un osservatore distratto potrebbe essere colto di sorpresa dalla sovrapposizione tra i due temi. Ma se ci pensasse un istante capirebbe che il nostro paese oggi si trova in una posizione privilegiata (siamo praticamente dei precursori) dovendo ragionare attorno a un tema sul quale si stanno interrogando le più importanti democrazie del mondo: cosa fare per combattere il mito farlocco dell’infallibilità universale della rete, che ha alimentato una spirale di odio attraverso nuove forme di processo mediatico e che ha permesso in questi anni di trasformare quella che un tempo era una semplice bugia in una post verità. Sul mito dell’infallibilità della rete qualche anno fa Jaron Lanier, pioniere di internet, inventore della realtà virtuale e filosofo della cultura della Silicon Valley, aveva già messo in guardia tutti in un libro famoso (“You Are Not a Gadget: a Manifesto”) al centro del quale vi era la descrizione accurata di una nuova e latente forma di maoismo digitale nascosta sulla rete. Un totalitarismo cibernetico che, come ha ricordato Christian Rocca su IL in un numero provocatorio dedicato alle ragioni per cui internet dovrebbe essere chiuso, “alimenta la meschinità della folla, esalta il peggio della società, nega al popolo la specificità della persona, riduce l’enfasi sull’individuo e cerca di renderlo obsoleto rispetto agli avanzatissimi computer”. Lanier, all’epoca, formulò la sua critica partendo dalla storia di Wikipedia, spiegando che “Wikipedia è un’aberrazione fondata sulla leggenda che il sapere collettivo sia inevitabilmente superiore alla conoscenza del singolo esperto e che la quantità di informazioni, superata una certa soglia, sia destinata a trasformarsi automaticamente in qualità”. Se ci si riflette un istante, tornando ai nostri giorni, il meccanismo che si trova alla base della divulgazione senza freni delle fake news non è diverso rispetto a quello che si trova alla base della divulgazione senza freni delle intercettazioni irrilevanti. Da una parte, la trasformazione di internet in una sorta di religione, nel simbolo di una nuova e dinamica democrazia che combatte una vecchia e morente democrazia, ha reso sostanzialmente impossibile ogni forma di regolamentazione della rete e l’idea che ogni regola imposta al web sia al fondo un potenziale bavaglio per la nostra democrazia è una delle ragioni che hanno legittimato i veri utilizzatori finali delle fake news (i padroni della rete) a considerarsi per anni come una buca delle lettere, come dei soggetti non responsabili dei contenuti veicolati.

 

Dall’altra parte, la trasformazione delle carte giudiziarie in una sorta di testo sacro, simbolo di una nuova e dinamica democrazia che combatte una vecchia e morente democrazia, ha reso impossibile ogni forma vera di regolamentazione delle intercettazioni e l’idea che ogni regola applicata alle intercettazioni sia al fondo un potenziale bavaglio per la nostra democrazia è una delle ragioni che hanno legittimato i veri utilizzatori finali delle intercettazioni (i giornalisti) ad auto considerarsi come delle buche delle lettere, come dei soggetti non responsabili dei contenuti veicolati (e non è una coincidenza, come testimonia Grillo, che il principio della rete che non si tocca è diventato uno dei mantra degli stessi populisti che ogni giorno si abbeverano dal fango della giustizia sommaria: “I nuovi inquisitori vogliono un tribunale per controllare internet e condannare chi li sputtana. Sono colpevole, venite a prendermi”). Gli effetti di queste due religioni parallele – il mito delle intercettazioni e il mito della rete – hanno portato a conseguenze devastanti e simmetriche sulla nostra vita pubblica. Considerare la rete libera il bene assoluto significa considerare i critici della rete libera come il male assoluto. Considerare le intercettazioni libere come il bene assoluto significa considerare i nemici delle intercettazioni libere come il male assoluto. E inevitabilmente ciò che diventa virale sulla rete – e ciò che viene diffuso con le intercettazioni – diventa automaticamente vero. Non si scappa. Non c’è difesa. Non c’è regola. Non c’è garanzia. E i risultati si vedono. Se la rete ti accusa, la rete ha ragione. Se un’intercettazione ti accusa, l’intercettazione ha ragione. I processi non servono più. I filtri non servono più. Le mediazioni non servono più. La rete è la verità. L’intercettazione è la verità. Un hashtag, o una sbobinatura, per la tua reputazione conta più di un grado di giudizio. E non ci vuole molto a capire che una rete non regolata quanto un’intercettazione non regolata tende ad alimentare un circo che in Italia conosciamo bene: la gogna senza garanzie del processo mediatico. “Un’ondata di denunce attraversa il web – ha notato qualche giorno sul Figaro la scrittrice Claude Habib, autrice di Galanterie française, commentando il caso Weinstein – e questa è la negazione della giustizia come gli uomini l’hanno sempre riconosciuta, quella che siede nei tribunali, che esamina con attenzione, caso per caso. Non può esserci giustizia se ognuno diventa un procuratore”. Una rete senza regole provoca gli stessi effetti di un’intercettazione senza regole e chi spaccia per difesa della democrazia la difesa di un sistema non regolato (vale per la rete e vale per le intercettazioni) non sta difendendo la democrazia ma sta difendo un sistema nel quale la moltiplicazione del fango è destinata a creare il terreno fertile per la nascita di nuovi totalitarismi. “I social media – ha scritto l’Economist – sono diventati strumento di abuso. Ma, con determinazione, la società può metterli sotto controllo e recuperare il sogno iniziale di illuminismo. La posta in gioco per la democrazia liberale non potrebbe essere più alta”. Contro i nuovi totalitarismi forse conviene davvero partire da qui.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.