Loris D’Ambrosio e la gogna che uccide

Un uomo diventato bersaglio di una lapidazione mediatica. Chi era l'ex consigliere del Quirinale ucciso da un infarto (e dal fango). Oggi avrebbe compiuto 70 anni

12 Dicembre 2017 alle 10:53

La gogna uccide

Loris D'Ambrosio è nato il 12 dicembre 1947, è morto il 26 luglio 2012. Nella foto LaPresse, l’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, davanti alla sua bara il giorno dei funerali

Oggi Loris D’Ambrosio avrebbe compiuto settant’anni, se fosse ancora tra noi si sarebbe forse adoperato per smaltire i fascicoli affastellati sulla scrivania in modo da rincasare a Tarquinia in tempo per la cena con la moglie e i tre figli. Invece il consueto raduno familiare non si terrà. Nelle righe che leggerete proveremo a ricordarlo così, con le parole di chi c’è ancora. Loris D’Ambrosio non c’è più. Quest’uomo cadde in una estate rovente di insinuazioni e sospetti. Cadde come vittima collaterale di una gogna spietata. Cadde ben prima che un infarto lo stroncasse, all’età di sessantaquattro anni, in un pomeriggio del 26 luglio 2012. Da dove prendere l’abbrivio? Gli studi giovanili alla Sapienza, gli anni da pretore a Volterra, i processi capitolini contro terroristi e bande criminali, le minacce alla famiglia, l’impegno in prima linea al fianco di Giovanni Falcone fino all’approdo al Quirinale. Loris D’Ambrosio è stato uomo di legge. Servitore dello stato. Totus magistratus.

 

Sarà la sua ultima estate, una terribile estate. Loris D’Ambrosio è un signore in buona salute, lavoratore meticoloso e infaticabile, la sua routine si svolge tra gli uffici del Quirinale e la dimora a Tarquinia. Schivo e discreto, si tiene lontano dai riflettori e dalle ribalte, predilige i canoni di una magistratura antica che impone continenza e riserbo. D’Ambrosio è uomo privato che diventa, suo malgrado, bersaglio pubblico di lapidazione mediatica. L’insigne giurista, consigliere del presidente della Repubblica, con una specchiata carriera quarantennale di civil servant, finisce in un tritacarne in cui si mescolano ambizioni personali e velenosi sospetti, spregiudicatezza inquisitoria e destabilizzanti manovre. “Atroce è il mio rammarico – dichiara, a poche ore dalla scomparsa, il capo dello stato Giorgio Napolitano – per una campagna violenta e irresponsabile di insinuazioni e di escogitazioni ingiuriose cui era stato di recente pubblicamente esposto, senza alcun rispetto per la sua storia e la sua sensibilità di magistrato intemerato”. Sulle colonne del Corriere della sera Giuliano Amato consegna le seguenti parole: “C’è una ferita che lui stesso ha subìto e dalla quale dovremmo trarre tutti una lezione per il futuro. Vi sono persone la cui intera vita è testimonianza di dedizione e di integrità. Capita un fatto che in sé si presta a più interpretazioni e quella vita, anziché fungere da chiave interpretativa per capire quel fatto, viene dimenticata, cancellata e si ingigantiscono dubbi, si attribuiscono intenzioni che deformano insieme il fatto e la persona”. Che senso ha domandarsi, ogni volta, che cosa intenda nascondere quel gesto o quella decisione? La cultura del sospetto, lungi dall’essere anticamera della verità, si conferma come l’arma micidiale di una giustizia sostanziale, senza confini e senza regole. Il sospetto uccide Loris D’Ambrosio da vivo, l’infarto dell’anima lo risucchia in una spirale di dolore e prostrazione, ben prima che l’infarto del cuore gli imponga di esalare l’ultimo respiro.

 

A fianco di Giorgio Napolitano. Fu la vittima collaterale di una gogna spietata, cadde in un'estate di insinuazioni e sospetti

In magistratura dal 1976, dopo una breve esperienza come pretore a Volterra, D’Ambrosio ricopre nella capitale il ruolo di sostituto procuratore. In tale veste si occupa di lotta al terrorismo al fianco di Mario Amato, il magistrato che un lunedì mattina del giugno 1980 viene colpito a morte, alla fermata dell’autobus, dalle pallottole dei Nuclei armati rivoluzionari. D’Ambrosio, senza clamori, raccoglie il testimone di inchieste delicatissime che intrecciano terrorismo nero e Banda della Magliana, le minacce non si fanno attendere, con ripercussioni pesanti per lui e per la sua famiglia. Quando nel 1991 il Guardasigilli Claudio Martelli nomina Giovanni Falcone a capo della Direzione affari penali, il giudice istruttore del maxiprocesso chiama in squadra D’Ambrosio. Il quale, in via Arenula, fornirà un prezioso contributo alla definizione del sottosistema normativo che consentirà di piegare Cosa nostra. La procura nazionale antimafia, la direzione investigativa antimafia, il “carcere duro” del 41bis, la legge sui pentiti: sono il risultato dell’attività che D’Ambrosio porterà avanti anche all’indomani della strage di Capaci.

 

Nel paese degli ossimori e dei paradossi accade che una procura della Repubblica intercetti, per interposta utenza, l’inquilino del Quirinale. Un fatto vietato dalla legge poiché, com’è noto a chiunque abbia qualche rudimento di diritto costituzionale, il capo dello stato non può essere né indagato né intercettato né soggetto a perquisizione fino a quando, in séguito a una procedura di “messa in stato d’accusa”, non sia stato sospeso dalle sue funzioni con sentenza della Corte costituzionale eretta in Suprema Corte di giustizia. Forse negli studi televisivi tali nozioni latitano ma dovrebbero essere ben note ai pubblici ministeri. Accade, sempre a Palermo e sempre nel processo dove uomini delle istituzioni siedono al fianco di boss pluriomicidi, che un agente della polizia giudiziaria intercetti l’utenza di Nicola Mancino, all’epoca testimone, e si ritrovi con il Quirinale all’altro capo del telefono. Anziché interrompere immediatamente l’attività captativa illecita, l’agente, forse inconsapevole, seguita ad origliare. Il nastro viene consegnato ai sostituti procuratori i quali leggono i contenuti, fanno sapere di aver letto e poi dichiarano, a mezzo stampa, che la conversazione è irrilevante ai fini processuali ma che la conserveranno nella cassaforte in ufficio. In una Repubblica fondata sulla cultura del diritto e non del sospetto, si solleverebbe un grido di protesta e di indignazione per la condotta di pubblici funzionari che rischiano di minare le prerogative della più alta carica dello stato. Invece il giornalista collettivo, salvo qualche rara eccezione, non proferisce verbo sulla scelta compiuta dalla procura palermitana, insiste piuttosto sui non detti e sui misteri indicibili, rimesta nel torbido delle insinuazioni, come se fosse un fatto ovvio che il capo dello stato sia intercettato e che il nastro sia ancora esistente e che un ex ministro, sentito dagli inquirenti come persona informata dei fatti (Mancino sarà formalmente indagato per falsa testimonianza nel mese di giugno), venga intercettato. Quale norma conferisce a un pm il potere di intercettare un testimone? Su Repubblica Antonio Ingroia fa sapere che il suo ufficio “aveva il sospetto” che testimoni eccellenti potessero concordare le versioni. Ma può bastare un semplice sospetto per mettere sotto controllo il telefono di un cittadino non ancora incriminato per uno specifico reato? E possono mai essere pubblicate intercettazioni che, come nel caso di Mancino, non accertano il reato di cui al sospetto, l’intesa tra più testimoni, ma servono solo a sputtanare uomini e istituzioni che nulla hanno a che vedere con il processo palermitano?

 

28 luglio 2012. Fuori dalla chiesa romana di Santa Susanna s’intravvede il presidente della Repubblica Napolitano. Asciuga le lacrime con un fazzoletto che, a più riprese, porta al volto in un gesto estremo di riserbo, l’altra mano la tiene sulla bara, quasi a volersi congedare con un’ultima carezza dal suo consigliere. Tutt’attorno si dipana il rito funebre, celebrato in forma privata, non mancano le autorità, i rappresentanti delle istituzioni e della politica, c’è pure Maria, la sorella di Falcone, per testimoniare il “grazie” che gli italiani devono al magistrato. “Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà”, padre Domenico Pacchierini, cappellano della chiesa delle Monache Circestensi di Santa Susanna, apre con una lettura tratta dal libro della Sapienza. Segue il Vangelo di Matteo, recitato dal cappellano del Quirinale, don Franco Sartori: “Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”. Prende la parola il ministro della Giustizia Paola Severino: ‘E’ difficile parlare di un uomo che ha sempre adempiuto alle proprie elevatissime funzioni cercando soluzioni costruttive, intelligenti ed equilibrate, in un momento in cui la polemica rischia di travolgere la ragione e di trasformarsi in sterile scontro, anziché volgere verso una seria meditazione sulla giustizia in Italia, sui danni che ad essa e ai cittadini reca la cultura del sospetto, sul ruolo di una magistratura che sempre di più deve riaffermare le proprie garanzie di autonomia e indipendenza non solo su ciò che fa, ma anche su ciò che appare. Non riusciva a capacitarsi – prosegue il Guardasigilli – come potesse essere accusato, con tanta veemenza, di aver voluto interferire su indagini in tema di mafia, proprio la materia che aveva costituito il centro di un suo impegno così intenso”. Assisi sulla panca in prima fila, assistono, con le mani strette, la moglie Antonella e i tre figli. Silenti, paiono come assorti in un altrove sospeso tra cielo e terra. Intorno alla metà del mese di giugno cominciano a circolare sulla stampa indiscrezioni relative a fumose intercettazioni, custodite dalla procura di Palermo, che avrebbero come protagonisti l’ex ministro Nicola Mancino e lo stesso D’Ambrosio. Si vocifera che financo Napolitano sarebbe stato intercettato indirettamente mediante l’utenza di Mancino sotto controllo dalla fine del 2011. Il 16 giugno una nota del Quirinale fa sapere che “per stroncare ogni irresponsabile illazione sul séguito dato dal capo dello stato a delle telefonate e ad una lettera del senatore Mancino in merito alle indagini che lo coinvolgono” viene pubblicata la missiva che il segretario generale del Quirinale, Donato Marra, ha spedito il 4 aprile al procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito.

 

La sua storia è il simbolo della "'character assassination", la demolizione reputazionale di una persona totalmente innocente

All’epoca dei fatti Mancino, presidente emerito del Senato e già ministro dell’Interno, è stato sentito come testimone dal pool palermitano, di cui fanno parte Antonio Ingroia e Nino Di Matteo, che indaga sulla presunta trattativa tra pezzi delle istituzioni e di Cosa nostra: l’ipotesi è che lo stato abbia cercato di giungere ad un accordo con i boss mafiosi per ottenere la fine della stagione stragista in cambio di un’attenuazione delle misure detentive previste dal 41 bis. Nello stesso giorno della nota quirinalizia, forse in un tentativo di placare le ricostruzioni sensazionalistiche, sul Fatto quotidiano compare una intervista al consigliere D’Ambrosio a firma di Marco Lillo. D’Ambrosio spiega di aver ascoltato lo “sfogo” di una persona che conosce da diversi anni, e che nel dialogo con un ex ministro che ha ricoperto anche il ruolo di vicepresidente del Csm sotto la presidenza di Napolitano (il capo dello stato presiede l’organo di autogoverno della magistratura), non è ravvisabile alcunché di scandaloso né di sospetto. D’Ambrosio rigetta l’accusa di essersi ingerito nel processo palermitano o di aver esercitato pressioni su un qualche pm, del resto gli stessi magistrati siculi negano di aver mai subito interferenze. Quando il cronista lo interroga sul contenuto dei suoi scambi con Napolitano, D’Ambrosio ribatte: “Lei non mi può far parlare del presidente. Il presidente è tutelato dall’immunità. Le dico di più, persino se i magistrati mi chiedessero queste cose io sarei in imbarazzo e dovrei chiedere al presidente se posso rispondere o meno”.

 

18 giugno 2012. “Signor presidente, i fatti di questi giorni mi hanno profondamente amareggiato personalmente ma, in via principale, per la consapevolezza che la loro malevola interpretazione sta cercando di spostare sulla Sua figura e sul Suo altissimo ruolo istituzionale condotte che soltanto a me sono invece riferibili”. E’ la lettera di dimissioni di Loris D’Ambrosio, prostrato dalle calunnie, pronto al passo indietro. Nella lettera, D’Ambrosio evidenzia la necessità di “adeguati coordinamenti finalizzati a raggiungere o consentire univoche verità processuali”, si rammarica nel contempo che tali stimoli vengano letti “come modi obliquamente diretti a favorire l’una o l’altra interpretazione di fatti o situazioni indiziarie o solo sospette su episodi gravissimi della nostra Storia. E, in genere – perché mediaticamente più conveniente – come un modo per impedire che escano dai cassetti procedimenti che toccano o lambiscono apparati o rappresentanti istituzionali”. “E’ accaduto così che qualche politico o qualche giornalista sia arrivato ad accostare o inserire chi, come me, non accetta schemi o teoremi prestabiliti all’interno di quella zona grigia che fa di tutto per impedire che si raggiungano le verità scomode del ‘terzo livello’ o, per dirla in altre parole, è partecipe di un ‘patto col diavolo’, non sta dalla parte degli italiani onesti ed è disponibile a fare di tutto per ostacolare un pugno di pubblici ministeri solitari che cercano la verità sul più turpe affare di stato della Seconda Repubblica: le trattative tra uomini delle istituzioni e uomini della mafia. Tutto ciò è inaccettabilmente calunnioso”.

 

21 giugno. Il presidente Napolitano, dopo aver partecipato alla festa della Guardia di finanza a L’Aquila, consegna ai giornalisti la seguente dichiarazione: “Negli ultimi giorni si è alimentata una campagna di insinuazioni e sospetti nei confronti del presidente della Repubblica e dei suoi collaboratori, una campagna costruita sul nulla. Si sono riempite pagine di alcuni quotidiani con le conversazioni telefoniche intercettate in ordine alle indagini giudiziarie in corso sugli anni delle più sanguinose stragi di mafia, 1992-1993, e se ne sono date interpretazioni arbitrarie e tendenziose, talvolta persino versioni manipolate. Ma tutti coloro che sono intervenuti, e stanno intervenendo avendo seria conoscenza del diritto e delle leggi e dando una lettura obiettiva dei fatti, hanno ribadito la assoluta correttezza del comportamento della presidenza della Repubblica ispirata soltanto a favorire la causa dell’accertamento della verità anche su quegli anni. Continuerò ad operare affinché l’azione della magistratura vada avanti nel modo più corretto e più efficace, anche attraverso i necessari coordinamenti. I cittadini possono essere tranquilli che io terrò fede ai miei doveri costituzionali”.

 

"Qualche politico e qualche giornalista è arrivato ad accostare o inserire me in una zona grigia, lì tra le verità del terzo livello"

22 giugno 2012. Intervistato da Repubblica, il pm Di Matteo fa sapere che le intercettazioni che coinvolgono il capo dello stato saranno distrutte “con l’instaurazione di un procedimento davanti al gip”. Nell’attesa alcune informazioni riservate, sulla cui attendibilità non vi è certezza, vengono distillate da certi organi di stampa, il Fatto quotidiano in testa, nelle vesti di supremi alfieri della trasparenza assoluta. La partita oltrepassa il destino dei singoli soggetti coinvolti, in ballo ci sono le prerogative costituzionali in capo alla più alta carica dello stato. Come confermerà la Consulta esprimendosi nel dicembre 2012 sul conflitto di attribuzione sollevato dal presidente della Repubblica, le conversazioni del Quirinale sono segrete e tali devono restare. Napolitano considera un preciso dovere del presidente “evitare che si pongano, nel suo silenzio o nella inammissibile sua ignoranza dell’occorso, precedenti grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore immuni da qualsiasi incrinatura le facoltà che la Costituzione gli attribuisce”.

 

Il 21 giugno il Fatto quotidiano pubblica la lettera indirizzata dal gazzettiere di punta del quotidiano, Lillo, al consigliere per la comunicazione del Quirinale, Pasquale Cascella, in cui si riporta uno stralcio di conversazione risalente al 12 marzo tra D’Ambrosio e Mancino. Dallo scambio tra i due, emerge la preoccupazione dell’ex ministro democristiano il quale nutre scarsa fiducia nella correttezza deontologica degli inquirenti palermitani. D’Ambrosio ascolta attentamente ed evidenzia, in special modo, la necessità di garantire un coordinamento tra le diverse procure che indagano sui medesimi fatti (Palermo, Caltanissetta, Firenze). Considerando la futura avventura politica di Ingroia, le assoluzioni di Mario Mori e Calogero Mannino, l’attivismo mediatico di Di Matteo e lo stato attuale del procedimento che sembra voler rinviare l’atteso momento della sentenza… forse le cure di Mancino non sono del tutto prive di fondamento.

Il 22 giugno il quotidiano, all’epoca diretto da Antonio Padellaro, spara in prima pagina le “otto domande al presidente della Repubblica”. “Il presidente si dissocia o ritiene lecito intervenire su un collegio del tribunale o su un pm per evitare un confronto tra un testimone qualsiasi e un altro testimone più amico che rischia un’incriminazione? Ritiene il presidente di essere stato indotto in errore dal suo consigliere o ritiene giusto intervenire sul procuratore generale per chiedere al procuratore nazionale antimafia di rafforzare il coordinamento tra procure al fine reale però – da quello che dice il suo consigliere giuridico al telefono - di evitare un confronto scomodo a un testimone?’. Il cronista si aspetterebbe forse una telefonata direttamente da Napolitano, invece deve accontentarsi di una lettera firmata da Cascella: “Il presidente della Repubblica non ha da rilasciare commenti né tanto meno conferme o smentite, in merito a frammenti di conversazioni private intercettate dalla polizia giudiziaria e pubblicate da alcuni quotidiani”.

Una vicenda montata sul nulla che in un paese fondato sulla cultura del diritto e non del sospetto si sarebbe sgonfiata in un istante

Secondo un copione arcinoto, gli stessi paladini della legalità-tà-tà mostrano scarso rispetto per la giustizia ordinaria dei tribunali, meglio quella sommaria per via mediatica. Perciò all’indomani, il 23 giugno, il Fatto quotidiano pubblica sul sito web le trascrizioni integrali delle conversazioni di D’Ambrosio con Mancino. Non vi è nulla di penalmente rilevante, non vi è traccia di pressioni o interferenze, sempre negate dagli stessi magistrati. Il procuratore della Repubblica di Palermo Francesco Messineo, l’aggiunto Ingroia e il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso ribadiscono pubblicamente di non aver subìto pressioni né dal Quirinale né dal suo entourage. L’operazione giornalistica persegue un unico scopo: la ‘character assassination’, la demolizione reputazionale di una persona totalmente innocente. Il bersaglio è l’inquilino del Quirinale. L’Italia dei valori cavalca l’iniziativa destabilizzante, Antonio Di Pietro si spinge a chiedere l’istituzione di una commissione d’inchiesta sul ruolo del Colle. La tensione è altissima al punto che il ministro della Giustizia Severino afferma: mai nessun intervento è stato attuato, le leggi sono state rispettate.

 

Nella missiva spedita il 4 aprile al procuratore generale della Cassazione, il Quirinale raccomanda l’opportuno coordinamento delle indagini in una vicenda che, a causa di iniziative discordanti, rischia di pregiudicare i risultati della stessa inchiesta. Nessuna esorbitanza: Napolitano agisce nel solco delle proprie funzioni e prerogative. Sulla Stampa il giurista Carlo Federico Grosso evidenzia che il capo dello stato si è limitato a sollecitare un coordinamento delle indagini, come già accaduto in passato, per esempio, nel caso di un grave conflitto tra le procure generali di Catanzaro e Salerno; nel fare ciò il presidente della Repubblica si è rivolto, in piena legittimità, al procuratore generale.

 

In sostanza: una vicenda montata sul nulla che in un paese civile, fondato sulla cultura del diritto e non del sospetto, si sarebbe sgonfiata in un istante. Forse Loris D’Ambrosio sarebbe morto in ogni caso, o forse il suo cuore avrebbe retto senza i patimenti di quella terribile estate, chi può dirlo. Si può invece affermare, senza tema di smentita, che quella oscena campagna di insinuazioni calunniose gli avvelenò gli ultimi mesi di vita, lo fiaccò nell’anima prima che nel corpo, gravò le sue spalle di un fardello di dolore e prostrazione. La gogna ti uccide da vivo, e D’Ambrosio meritava di vivere.

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