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No, la Svezia non è un modello

Una psicoanalista sul Wall Street Journal critica quell’idea di “liberazione” della donna

1 Ottobre 2018 alle 10:18

No, la Svezia non è un modello

Le donne svedesi sono sproporzionatamente impiegate in lavori da stereotipo femminile (infermiere, maestre d’asilo), mentre sono sotto rappresentate in campi ‘mascolini’ (Foto Pixabay)

I liberal d’America a volte chiamano in causa la Svezia come modello di ordine sociale, eguaglianza di genere e rispetto per la responsabilità genitoriale” ha scritto sul Wall Street Journal la psicoanalista Erica Komisar. “Il suo welfare state offre eccellenti servizi di cura prenatale, gratuiti o sussidiati, 480 giorni di maternità e paternità pagate sia per genitori naturali che adottivi, e giorni di ferie aggiuntivi per le mamme che fanno lavori fisicamente logoranti. I genitori svedesi hanno l’opzione di ridurre le ore di lavoro (e il salario) fino a un massimo del 25 per cento, finché la prole non compie 8 anni. Tutta questa assistenza, però, ha un costo.

 

La Svezia ha la più alta tassa sul reddito del mondo, toccando il 61,85 per cento. Quel denaro paga per il tipo di supporto che molte donne americane riceverebbero volentieri, ma esercita anche una pressione considerevole sulle donne per farle tornare al lavoro in base a una tabella di marcia stabilita dal governo, anziché da loro stesse. Il governo svedese, inoltre, sostiene e sussidia gli asili nido (chiamati ‘pre scuola’), promuovendo la credenza che, per i bambini, i professionisti siano migliori delle mamme. Se una mamma decide che vuole rimanere a casa col proprio bambino oltre il periodo stabilito dal governo, non riceve alcun assegno.

 

Il governo svedese tenta di offrire eguali opportunità lavorative a entrambi i sessi, il che è lodevole. Ma per ottenere tale obiettivo promuove la falsa idea che le mamme non siano importanti per i bambini in maniera speciale. Le donne che preferiscono rimanere a casa con i figli piccoli vengono stigmatizzate come retrograde e antifemministe. Per di più, nonostante l’accento posto sull’eguaglianza, il mercato del lavoro svedese è tra i più sessualmente segregati del mondo.

 

Quasi l’ottanta per cento delle donne svedesi lavora, contro il settanta per cento di quelle americane. Le donne svedesi sono sproporzionatamente impiegate in lavori da stereotipo femminile (infermiere, maestre d’asilo), mentre sono sotto rappresentate in campi ‘mascolini’ come la finanza e l’ingegneria. Soltanto il 36 per cento circa delle posizioni manageriali, in Svezia, è tenuto da donne: meno che negli Stati Uniti, Canada, Francia, Russia o Australia. Il salario medio delle donne svedesi è del 13,4 per cento più basso di quello degli uomini svedesi.

 

Al 2013, 72 impiegati pubblici su cento erano donne. Molti degli asili nido volti a ‘liberare le donne dai loro istinti materni’ sono pieni di donne separate dai loro stessi bambini per il bisogno di lavorare. Io mi considero una femminista, ma cosa c’è di pro donna nella negazione dell’importanza del duro lavoro di crescere una prole sana, stabile e amata? Anziché forzare le donne a fare scelte per il bene economico del paese, la società dovrebbe dare loro il potere di fare scelte nel loro proprio interesse, e in quello delle loro famiglie”.

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Commenti all'articolo

  • branzanti

    01 Ottobre 2018 - 12:12

    Insomma se capisco questa psicologa, che si dichiara femminista, vede il ruolo fondamentale della donna come angelo del focolare domestico. La Svezia non è il mio modello, ma l'articolo del WSJ pare soprattutto voler ignorare la spaventosa mancanza di servizi (congedi ed asili inesistenti) a favore delle madri che lavorano, che caratterizza pesantemente gli Usa.

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