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Grandiosi giorni di vacanza in città, chiusi in casa con i film horror

Mia madre al telefono chiede: come va? Tutto bene. E’ inesatto ma funziona sempre

Annalena Benini

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benini@ilfoglio.it

29 Giugno 2018 alle 13:04

Grandiosi giorni di vacanza in città, chiusi in casa con i film horror

Illustrazione di Alessandro Sanna per “Se” di Rudyard Kipling, traduzione di Tiziano Scarpa (Einaudi Ragazzi)

Mia madre al telefono mi chiede come vanno i giorni di vacanza dei bambini senza baby sitter e senza scuola e senza dopo scuola e senza niente tranne me, e io dico: bene.

 

So che “bene” è inesatto, anzi è un’invenzione, più che altro significa: nessuno si è ancora fatto male, siamo vivi, ora non posso sto lavorando, ciao. Non potevo raccontare di quando ho perso il passaporto proprio nel momento in cui era indispensabile avere un passaporto in mano, né di quando mi sono guardata le mani e non avevo più al dito un anello molto importante per la mia famiglia, e ho pensato che il cane l’avesse ingoiato, quindi ho anche pensato di sgozzarlo per riprendermi l’anello, ma proprio mentre stavo per decidere di purgare il cane prima di eventualmente ucciderlo, ho spostato un asciugamano e da quell’asciugamano è caduto il mio anello che è finito sotto il lavandino, dove il cane stava davvero per ingoiarlo.

 

“Bene” quindi non è proprio una bugia, è un’abbreviazione. “Bene” significa che la casa sta esplodendo con tutti noi dentro, ma a me non importa più di tanto, e anche se leggo e scrivo in mezzo a confezioni vuote di budino al cioccolato, Actimel bevuti a metà e subito abbandonati, cavetti per caricare i telefoni che non caricano più niente perché sono stati strappati troppe volte dal muro o usati come corde per saltare, mi sento forte, ho tutto sotto controllo, prendo il magnesio da due giorni e mi sembra che faccia un grande effetto. In fondo potrei vivere sempre così, barricata in cucina. I miei figli non vogliono andare alle feste in piscina, non vogliono andare al campo estivo della scuola, non vogliono andare a Marsiglia per uno scambio interculturale, non vogliono leggere nessun libro delle vacanze, non vogliono essere accompagnati da nessun amico, non vogliono uscire di casa nemmeno per mangiare un gelato: vogliono guardare per tutto il giorno film horror vietati ai minori di sedici anni, e io glielo lascio fare. Anche finti documentari horror in cui alla fine muore l’ultimo documentarista con la videocamera in mano, e se fosse davvero un documentario significherebbe che sono stati i mostri assassini a montare tutto il materiale, cerco di spiegare, ma a loro non interessa quello che io spiego, ho perso ogni credibilità quando ho proposto di purgare il cane. E comunque devo vuotare la lavastoviglie prima di riempirla di nuovo per fare spazio ai fogli sul tavolo, quindi li lascio da soli davanti al loro documentario horror vietato ai minori. Ogni tanto urlo molto piano: spegnete quella televisione, ma in realtà spero che non mi sentano. Infatti non mi sentono o comunque non mi ascoltano. Lo dico un paio di volte, spegnete quella televisione, giocate a Scarabeo, dico anche, ma ancora più piano: andiamo a fare una passeggiata? Loro per fortuna tengono il volume horror molto alto.

 

Dopo un po’, per essere gentile, porto di là dei pop corn, qualche volta un succo di frutta, propongo di aprire le finestre per fare un po’ di luce e cambiare l’aria, dico anche: così però non si può andare avanti, stasera almeno sparecchiate, e almeno la doccia. Faccio anche delle domande sulle mani che escono dai muri per stringere la gola di un ragazzino già molto pallido lì nello schermo. Loro non reagiscono, non mi guardano, ma poi uno dei due afferra il sacchetto dei pop corn e i succhi di frutta e fa un gesto come per scacciarmi, io torno sollevata in cucina, dove ho nascosto le olive e le patatine più buone.

 

Così, quando mia madre telefona (o scrive: le ho detto: “Mamma in questi giorni è meglio se mi scrivi e basta”) per sapere come vanno i giorni di vacanza, posso sempre dire: bene. A casa tutti bene. Alla domanda insidiosa e già allarmata: ma mangiano?, rispondo sempre: pasta al pesto. Nessuno ha mai da ridire sulla pasta al pesto.

 

Guardare tre o quattro film horror al giorno sta risolvendo i giorni di vacanza in città, ma ha delle conseguenze sulla notte. I bambini ogni sera vogliono dormire con noi perché hanno paura che escano dai muri delle braccia e li afferrino, hanno anche paura che tutti i pupazzi della stanza comincino a grondare sangue, hanno paura che dalla casa scompaiano le finestre e le porte, hanno paura che qualcuno decida di girare un documentario horror nel nostro salotto. Sentono strani rumori ovunque e pensano che il cane sia posseduto da uno spirito antenato. Io allora fingo di oppormi e dico che da domani basta film horror, da domani andiamo a vivere in campagna, buttiamo la televisione, coltiviamo l’orto, facciamo scambi interculturali a Marsiglia, o almeno scuola di canoa sul Tevere. Ma dormire con loro dopo un film horror mi sembra ancora la più grande fortuna del mondo, quindi la risposta alla fine è sempre: va bene.

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