Che cos’è un gatto?

Olivia era un lato del pentagono e ci manca. A Damasco è un modo per resistere al disumano

29 Giugno 2018 alle 13:13

Che cos’è un gatto?

Foto Pixabay

Cos’è un gatto? Stando alla Treccani è un “mammifero domestico tra i più noti e diffusi, appartenente al genere Felis della famiglia felidi”. Ma per noi era Olivia. Olivia è stata il nostro gatto per sei anni. Improvvisamente si è ammalata ed è morta. Senza avvisaglie. Così ci siamo dovuti riadattare a una vita senza gatto. Che significa non scivolare più lungo i muri per non essere oggetti dei suoi fulminei agguati. Non passare più le ore a chiedersi “dov’è Olivia?” mentre lei dorme nell’armadio fra i tuoi golfini. Non cucinare più come un vietcong, un occhio al risotto e un altro vigile all’indietro, al tavolo apparecchiato. Non preoccuparsi più per il nido di uccellini che una merla ha costruito dentro la siepe. Né per le lucertole portate come trofei in soggiorno. Né per le tende nuove. Significa non dormire a luglio con un essere peloso e caldo appallottolato fra le gambe. Eppure Olivia ci manca. Cucino tranquilla, ma sola, senza quel senso di sfida continuo. Infilo golfini puliti, troppo. Mi sveglio la notte cercandola. Eppure Olivia non era affatto un buon gatto, uno di quelli che fanno le fusa e si strusciano addosso. Olivia era antipatica e opportunista. Graffiava, mordeva, faceva le fusa solo per avere cibo, cibo, cibo. Datemi i miei croccantini e non vi succederà nulla di male. Quando Olivia è morta non abbiamo neppure sfoderato il classico “è nel Paradiso dei gatti” perché è chiaro che la frase non aveva nessuna credibilità. Però. Sarà che anche se sono cattivi se sono tuoi li ami, Olivia ci mancava un sacco. E tuttavia non lo dicevamo a nessuno, perché avevamo concordato che la frase “mi è morto il gatto” suona come la più idiota e ridicola del mondo. Almeno fuori dal tuo, di mondo, che è fatto di una forma geometrica precisa.

  

Cos’è un gatto? Un lato del pentagono. Senza un lato tutto si sfalda all’improvviso. Ora che siamo un quadrato fioccano ipotesi angosciose. Se diventassimo un triangolo? Se uno di noi morisse o se ne andasse? Stiamo perdendo pezzi? Mia figlia, che è convinta che tutto si possa risolvere con un tutorial su YouTube, ha proposto di guardare “come superare il lutto di un animale domestico”. Poi ha avanzato l’idea di prenderne subito un altro di gattino e ha stilato elenchi infiniti di nomi di gatti, tutti zuccherosissimi. Mia madre ha detto “a questo punto perché non prendete un cane?”. In attesa che il nonno suggerisca una giraffa ho avanzato l’ipotesi di una tartaruga di terra: lente, non fanno agguati, non cospargono peli sui golfini, non salgono sulla tavola apparecchiata, non ambiscono ai nidi degli uccellini, non si appendono alle tende, non fanno caldo nel letto. E soprattutto: vivono moltissimi anni. Non potranno morire e lasciarci qui, tristi e sconsolati. Ma mentre mi immaginavo novantenne, morente in un letto d’ospedale, con la tartaruga ancora giovane che mi teneva la mano, mio figlio, quello più piccolo, si è ribellato. “Non voglio più sentire che volete prendere un altro animale. Non voglio tradire Olivia”. Aveva ragione lui. Quindi cos’è un gatto? Spopolano sui social, il post con i gattini è il livello zero dell’Occidente. Eppure.

 

La ragazza di Damasco

  

Mentre consolavo mio figlio mi è venuta in mente Esraa. Questa ragazza di Damasco viveva in una tenda in quello che il mondo chiamava campo profughi di Idomeni, ma era una distesa di fango dove migliaia di siriani sopravvivevano intrappolati perché il confine era chiuso. Pioggia, fango, fumi tossici perché non avevano più legna da ardere e quindi bruciavano di tutto: plastica, bambole di pezza dei figli, bottiglie. Era l’inferno in terra. Mentre camminavo in questo campo profughi due anni fa a un certo punto ho visto un gatto. Un’immagine assurda, surreale. Perché il gatto che sbucava dall’igloo di Esraa non era un gatto sporco e malridotto. Era un bel gattone bianco e rosso, pulito e dal pelo lucido, con il suo collarino al collo. Il gatto, che si chiamava Tabboush, nella tenda aveva pure la sua bella cassettina per i bisogni, una scatola di cartone con un po’ di terra, che la sua padrona puliva più volte al giorno. Esraa, studentessa di Architettura della classe media, al momento di chiudere la porta di casa sotto i bombardamenti di Assad ha pensato che non poteva abbandonare Tabboush, lo ha infilato in un marsupio e, con lui, ha attraversato il confine con la Turchia, ha camminato per giorni, è salita su un gommone, è approdata in Grecia, poi in bus fino a Idomeni. E in mezzo a quell’orrore, fra i bambini che giocavano con i rifiuti, ha mantenuto il gatto pulito, nutrito, ben curato. Sembrava un controsenso in tanta miseria. O piuttosto un modo per resistere alla disumanità. Quando tutto precipita, quando sei affamato, privato di tutto, sporco, senza prospettive è lì che tracci un segno e decidi di non valicarlo. E il gatto non lo abbandoni, non lo trascuri, non te lo mangi. Ecco cos’è un gatto.

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