Radical Freaks a Venezia

Carlo pretende l’oliva del mio Spritz ed è più sicuro di me

29 Giugno 2018 alle 13:33

Radical Freaks a Venezia

Foto Pixabay

Sono le sette di sera quando la brezza lungo la Fondamenta delle Zattere a Venezia inizia a risparmiarci l’orrida umidità estiva che ci ha deturpato visi e vestiti per tutta la giornata. Abbiamo appuntamento con Agnese e Giorgio, anche loro sfatti da una tranquilla domenica estiva, in questo caso passata nella campagna veneta in cerca di un clima più clemente. Sono stanchi, ma felici; Carlo invece pare inquieto e soprattutto ancora carico di energia.

 

Carlo, loro figlio, praticamente un nipote acquisto per me, scorrazza lungo la riva correndo con il suo monopattino, sembra che la giornata umida e calda non l’abbia minimamente affaticato, a differenza dei suoi genitori che sono distrutti. Agnese e Giorgio – soprattutto quando stanchi – sembrano rivelare quello che tutti noi sappiamo, noi che siamo stati giovani quando non c’era la crisi, ma non c’era lavoro e non c’erano più le opportunità di un tempo, e che poi siamo stati ancora giovani con la crisi e quindi siamo stati e saremo più poveri dei nostri genitori; tutti noi insomma che con i nostri visi tondi e tumidi manteniamo, anche ora che la crisi non ci sta più (diciamo così), le nostre facce da figli perenni, un po’ confusi, un po’ assonnati.

 

Ci parliamo stanchi non come dopo una domenica con i figli, ma sostanzialmente come dopo una domenica con i padri. Mi ricordo i discorsi dei miei, i discorsi dei grandi, ed erano discorsi magari non importanti, non speciali, magari noiosi, ma maturi; noi invece rivolgiamo sempre la parola verso un’infinita possibilità di cose che chissà quando e come accadranno, salvo poi entusiasmarci come bambini di fronte a Giorgio che ci mostra le foto della barchetta compresa di casse stereo che ha appena acquistato (gli luccicano gli occhi come a Natale). Nel frattempo un imperativo sale ed è la voce di Carlo, gli occhi di Carlo e soprattutto l’indice di Carlo che mi chiede, anzi mi intima, di dargli l’oliva contenuta nel mio Spritz, non faccio in tempo a capire se mi stia rimproverando tanto lo stupore mi coglie. Ma soprattutto, chi è quel piccoletto con gli occhi grandi, la frangetta bionda che mi sta minacciando mentre gioco con gli amici? Non può essere mio nipote, perché mentre gioco con gli amici mi pare assurdo che io possa avere nipoti, così come non posso avere figli.

 

Insomma, devono ancora spiegarci come faremo a vivere essendo più poveri dei nostri padri, ma già abbiamo noi dei figli a cui dovremo spiegare chi sono, cosa fanno e dove potranno fare quel che gli sembrerà di dover fare. E’ come uno slittamento temporale e semantico insieme, che sembra aver lasciato me e gli altri esattamente nella medesima posizione di 20 o 30 anni fa, mentre all’improvviso si staglia con tutta la sua determinazione e serietà Carlo, un quattrenne con le idee chiare come a me non è mai parso avere. Questo slittamento, che ci lascia quantomeno come privilegiati spettatori, sembra riprendere forma da uno degli elementi principali della controcultura americana: il freaks, che ritorna anche in libreria in quello che può essere definito lo studio più importante sul tema a cura del grande storico Leslie Fiedler. Fiedler ci ricorda infatti come il freaks sia sostanzialmente l’elemento irrazionale dell’esclusione, la figura che non ti aspetti capace di ristabilire l’ordine, ma in maniera spesso rivoluzionaria. Ed è Freaks, miti e immagini dell’io segreto, il libro di Fiedler che, pubblicato la prima volta nel 1978, racconta di un elemento, di un mito ormai ridimensionato e deformato da una società non più in stato di rivolta. Freaks (riproposto da Saggiatore nella bella traduzione di Ettore Capriolo) diviene dunque una formidabile guida contemporanea non tanto alla deformità o al mito del mostro o del diverso, ma un compendio utile a comprendere l’imprevisto che oggi dalla politica allo sport sembra dominare le nostre giornate con un eccesso di angoscia e una totale assenza di consapevolezza. Il lavoro di Fiedler è straordinario per puntualità e affidabilità storica, ma se letto in prospettiva odierna risulta una lettura obbligata capace di contenere le contraddizioni di un freaks non più evidente, ma frantumato, scioltosi quasi in ogni nostro gesto: l’irrazionale sfugge ormai alla forma del nano o del selvaggio e si mischia tra di noi rivelandosi spontaneamente all’improvviso con audacia o inadeguatezza.

 

E così mentre guardo il piccolo Carlo chiudere la minaccia con un sorriso, vedo davanti a me un imprevisto che non avrei mai immaginato, un figlio di altri figli, un nipote di un non zio che mi spiega e riduce in pochi gesti le angosce per un futuro che non so nemmeno da che parte prendere mentre lui da buon radical freak, con la sua oliva finalmente in bocca, sembra già conoscere benissimo.

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Commenti all'articolo

  • mristoratore

    30 Giugno 2018 - 18:06

    Freaks è plurale, freak singolare. A dirla tutta, da bambino dicevo jeeps anche per una jeep sola, ma ero un bambino.

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