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Tu, proprio tu

In molti mi spiegano chi sono ma non sanno nulla. E io mi guardo in una vetrina e mi stupisco

30 Novembre 2018 alle 15:09

Tu, proprio tu

Foto di Garry Knight via Flickr

“Proprio tu che non volevi figli”. Me lo ricordo bene: ero incinta di tre mesi, emotivamente fragile, confusamente felice. Mentre il tram di viale Coni Zugna strideva sui binari, dall’altra parte del telefono una lontana cugina mi spiegava chi ero. “Proprio tu che non volevi avere figli ora sei incinta”, insisteva. E anche se capivo che parlava di sé, delle sue aspettative e delusioni, stava ferendo me che figli ne volevo e non avevo mai pensato una cosa del genere. Ci sono persone che credono di sapere chi sei e soprattutto credono di avere il diritto di sbattertelo in faccia. Io ero incinta ed ero felice. Perché avevo dato a questa persona l’impressione di non volere figli? Non lo sapevo.

  

Periodicamente da allora in molti mi spiegano chi sono e in realtà non sanno nulla. Io quasi sempre non riesco a reagire. Ma d’altra parte cosa so io di loro? Anche delle persone che amo di più che cosa so? E come faccio a saperlo se cambiano continuamente?

  

Mia madre, ad esempio, non amava i cani. Ora parla con il cane, passeggia con il cane si ferma a parlare con le persone che hanno un cane. Io aspetto, insofferente, un po’ stranita. Adesso ama la cipolla disidratata, la mette dappertutto. Arrivano gli zii e lei sfoggia la sua cipolla secca. Sono tutti un po’ stupiti. “Ma guardate che va molto, va anche sul sushi” dice lei convinta. Cosa ne sa lei del sushi, penso io. E invece scopro che i miei genitori vanno a casa di questi amici che hanno vassoi colmi di sushi e cipolla disidratata, questi amici sono “simpaticissimi” e il sushi è “buonissimo” anche se mia madre odia il pesce. Tutto cambia. Il sushi, ad esempio, pare che in Veneto vada fortissimo fra i settantenni.

  

E io? Io dentro di me ho sempre diciassette anni, ma a volte cammino per strada e nella vetrina vedo una signora di oltre quarant’anni che mi guarda perplessa. E penso, sono io. E mi stupisco molto. Mi stupisco anche per le mie nuove paure. I miei genitori passano l’autunno andando a funghi, lo fanno da anni. Però ora anche se mangiano il sushi non sono giovanissimi, quindi io mi preoccupo per loro quando vagano da soli per i boschi. Allora sto in ansia, poi li chiamo al cellulare, ma il cellulare ovviamente non prende, oppure loro non lo accendono, allora mi agito e li immagino in un dirupo, con la gamba rotta, le riserve di acqua finite e il cane disperato e continuo a chiamare e maledico i funghi e questa smania di andar per boschi finché dopo diciotto chiamate senza risposta finalmente mia madre mi richiama, tutta allegra perché ha trovato quattro porcini e otto mazze di tamburo (“freschissime” dice) e io mi mordo la lingua e non dico cosa cazzo avete un cellulare a fare se non lo tenete acceso. Ma faccio finta di non essere preoccupata affatto e di chiederle dei funghi anche se penso cosa ve ne farete dei funghi che tanto ormai mangiate solo sushi.

   

Ma forse anche mia mamma ha paura delle vetrine dove mentre lei pensa di avere sempre diciassette anni vede una donna di quasi settanta che la guarda perplessa. E non ci si riconosce. E allora va nei boschi, che non hanno vetrine. E magari spera anche di perdersi chissà.

Anche il mondo esterno a volte non lo riconosco. L’altro giorno sono andata ai colloqui di scuola di mia figlia. Sono arrivata ovviamente in ritardo, come sempre trafelata, mi si è impigliata la giacca nel cancello e siccome ho diciassette anni invece che sfilarla con pazienza ho tirato e si è strappata. Poi mi sono precipitata in classe dove avrebbe dovuto aspettarmi l’insegnante, invece c’era una ragazzina appena maggiorenne, bionda, magra, con un paio di jeans. Stava appoggiata alla cattedra. Ho sbagliato orario, ho pensato. “Sono la professoressa di Matematica, lei deve essere la mamma di C” ha detto lei sorridendo. Hanno dato in mano l’insegnamento di matematica di mia figlia a una post adolescente ho pensato, questo paese va a rotoli. E già mi stavo agitando. Lei era calma e tranquilla, molto più calma e tranquilla di quanto fossi io, molto più adulta di me. E’ venuto fuori che è laureata in Biologia, che ha 28 anni, ma insegna da tre, che sa il fatto suo ed è pure simpatica. E alla fine ero proprio contenta che avessero dato l’insegnamento di matematica a una post adolescente, non so come non ci abbiano pensato prima. In fondo anch’io ho diciassette anni.

  

Insomma vedo tutto cambiare. E forse sono cambiata anch’io che un tempo lontanissimo da qui come Brunori Sas sorseggiavo l’amaro seduta a un tavolo dei Navigli e pensavo in fondo va tutto bene mi basta solo non fare figli. E invece no.

  

O forse era mia cugina che pensava che una sola vita non potesse contenere tutto e io invece ci volevo far stare tutto e fossi stata meno fragile emotivamente avrei dovuto dirle al telefono quella volta semplicemente: non sai nulla di me.

  

O magari noi stessi non sappiamo chi siamo finché non facciamo le cose che ci rendono noi stessi. Anche l’altro giorno, quando ho pensato non sono il tipo, non è da me, non lo farei mai. E poi l’ho fatto.

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Commenti all'articolo

  • d.mastronardi

    01 Dicembre 2018 - 16:04

    Che piacevole lettura! Brava Valentina!

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