I bambini adesso hanno paura, e allora smettono di essere bambini

Noi genitori fortunati, che facciamo sempre le cose giuste, saremo così forti per sempre?

22 Giugno 2018 alle 10:57

I bambini adesso hanno paura, e allora smettono di essere bambini

“Fifa nera-fifa blu”, di Alessandra Ballerini e Lorenzo Terranera (Donzelli editore)

Appena sveglia o prima di addormentarmi, e durante il giorno almeno cinquanta volte, controllo il telefono. I bambini sono al campo estivo e non ci chiamano mai e non rispondono ai messaggi, così io cerco l’ultimo accesso di whatsapp: per vedere se mia figlia ha letto le nostre domande, se ha guardato le foto, i cuori, le raccomandazioni. Vorrei capire anche, dall’orario di whatsapp, se si è lavata i capelli. Ma il telefono dice sempre la stessa cosa: domenica, ore 23:31. Il minuto in cui mi ha risposto che non aveva tempo di rispondermi.

  

Non hanno tempo, stanno bene, sono in vacanza, non sono in pericolo, non devono attraversare il mare, scappare, cavarsela, restare soli in mezzo agli sconosciuti, chiamare mamma senza la certezza che io andrò subito da loro, disarmata ma anche armata. Come Alyna, che ha più di sessant’anni e lavora a casa nostra, e suo figlio dall’Ucraina le ha telefonato: mamma, sto male, e lei ha detto solo: parto, se gli hanno fatto qualcosa io li ammazzo. Alyna ha gli occhi più blu che esistano, ma ieri pomeriggio quando parlava di suo figlio gli occhi blu erano diventati neri. Alyna ha avuto una vita faticosa e difficile, ha perso un altro figlio grande, in Spagna, e ha fatto di tutto per trovargli un posto bello al cimitero, ogni anno va a trovarlo da sola e mette i fiori, “almeno adesso so dov’è”.

   

Sapere dove sono i nostri figli, andare a riprenderceli se necessario, disarmati o anche armati, metterli in salvo, quindi mettere in salvo noi stessi dal pensiero intollerabile del loro dolore. E’ quello che faremo per tutta la vita ed è quello in cui i nostri figli devono credere, almeno finché sono piccoli: la nostra forza, le nostre braccia, loro chiamano e noi arriviamo.

  

Alexander invece è partito da solo dall’Eritrea, a sei anni, ed è arrivato adesso, a otto anni, a Pozzallo, su un gommone. E’ uno dei duemilaquattrocentoquarantasette minori non accompagnati arrivati in Italia nel 2018 fino al 20 giugno (il settanta per cento di immigrazione in meno rispetto al 2016, l’emergenza che non esiste).

  

Alexander è un bambino ma non è più un bambino, infatti scappava sempre dal cerchio con le donne e i bambini e andava a mescolarsi ai ragazzi e agli adulti, che non lo vedono perché è troppo basso. Che dicono di non conoscerlo, nessuno lo conosce, nessuno l’ha visto insieme a sua madre, nessuno sa di chi è figlio. La storia di Alexander, che dimostra anche meno di otto anni, era ieri su Repubblica, in un articolo di Alessandra Ziniti, e anche se Alexander è felice e fiero di essere vivo e vuole andare in Germania perché in Germania ha dei parenti, e forse sembra buffo mentre cerca di mimare la camminata degli uomini per sembrare più grande, e rifiuta il latte “perché non sono piccolo”, noi che leggiamo sappiamo che non c’è niente di buffo: sappiamo che quello è un orrore. Per un anno e mezzo Alexander è stato solo. E’ stato uno schiavo in Libia, e non poteva chiamare sua madre e dirle: vieni a prendermi; lui ha detto che sua madre e suo padre avevano i soldi per far partire soltanto lui e lui voleva partire, e allora l’hanno messo su un autobos con i soldi. Chissà dov’è la verità.

  

Forse non esiste una verità, oltre alla verità terribile che ha detto una bambina di sette anni a sua madre, e sua madre l’ha raccontato sul New York Times. La bambina ha visto la disperazione dei bambini separati dai loro genitori: “Se è successo a loro, perché non può succedere a noi?”.

  

Se è successo a loro, di restare soli, in pericolo, in mezzo alle onde oppure nelle gabbie al confine col Texas e poi in mano ad adulti sconosciuti, che non importa nemmeno quanto saranno buoni e gentili perché sono sconosciuti, perché non può succedere anche a noi? Di chiamare mamma e sentirsi rispondere che la mamma non c’è, è in prigione perché ha fatto la cosa sbagliata, oppure non può venire, oppure è morta in mezzo al mare, è stata sfortunata.

  

Noi che siamo così fortunati, così bravi, noi genitori che facciamo sempre la cosa giusta, saremo così fortunati per sempre? E così forti.

  

Alyna, quando io l’ho conosciuta vent’anni fa, aveva gli occhi blu che ridevano e sollevava gli armadi con due mani: adesso è stanca, gli occhi sono quasi neri, e dà la colpa alle streghe che fanno male a suo figlio, vuole uccidere le streghe e piange, ha perso la sua forza. Ha lavorato tutta la vita per i suoi figli, li ha lasciati ma solo per proteggerli, per mandare i soldi a casa, e adesso suo figlio anche se è grande dice: mamma dove sei? Lei risponde sempre e parte, anche se non ha più la sua forza e anche se lui non è più un bambino.

  

Ma anche i bambini adesso hanno paura, si sentono in pericolo e imparano a memoria i numeri di telefono della mamma e della zia, imparano a mentire e a non avere fame né sete, imparano a essere invisibili e a non disturbare. Oppure, come Alexander che a sei anni è partito dall’Eritrea e ha fatto lo schiavo in Libia ed è arrivato in Italia su un gommone, scelgono di non avere paura mai più e quindi decidono di smettere di essere bambini. Diventano subito grandi e subito soli.

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