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Le parole sono tutto, bisogna usarle bene

I genitori dinosauri e gli ingenui angosciati dai social dovrebbero ricordare che l’educazione non è in sottrazione, “l’educazione, semmai, è in offerta”

15 Giugno 2018 alle 15:33

Le parole sono tutto, bisogna usarle bene

Foto di Carrie Kellenberger via Flickr

Con i nostri figli “non esageriamo con il complimento ‘come sei intelligente!’, che poi proprio proprio un complimento non è”.

 

Questo consiglio, inserito a tradimento mentre si parla di intelligenza digitale, mi ha convinto della bontà del libro che avevo deciso di leggere per colmare il baratro di ignoranza di “immigrato digitale” di fronte al tema che angoscia molti genitori di figli adolescenti: i social. Non ch’io sia parte della categoria, non sono angosciato e nessuno dei miei quattro figli è più adolescente. Ma sono curioso. E poi devo tener testa a mia moglie preside che di questi (e altri) argomenti fa tema di ogni cena.

 

Il libro è Né dinosauri né ingenui - Educare i figli nell’era digitale, di Luigi Ballerini, ligure trapiantato a Milano, medico, psicoanalista e scrittore di favole per bambini.

 

Amo il materialismo che lo porta a revisionare la massima del Piccolo principe “Non si vede bene che col cuore”, per lui “non si vede bene che col corpo”. Bisogna che i bambini imparino a usare tutti e cinque i sensi, per cui se disegnare su un tablet è sicuramente un vantaggio per l’ordine casalingo da noi agognato, spalmare tempere su un foglio è sicuramente un vantaggio per il bambino (e per il genitore, che però se ne accorgerà solo più tardi).

 

Per Ballerini educare, così mi sembra di aver capito, vuol dire innanzitutto osservare più che cercare di adeguare il comportamento a massime predefinite: “Ricordo un piccolo che d’estate giocava sulla battigia. Sua madre lo aveva chiamato più volte per fare merenda insistendo sulla necessità di mangiare subito lo yogurt biologico al farro che aveva ormai tratto fuori dalla borsa frigo e si stava scaldando. ‘Un attimo, sto lavorando!’, ho sentito rispondere con decisione mentre con paletta e secchiello cercava di ultimare un bastione del suo castello di sabbia. E aveva ragione! Siamo noi adulti che creiamo per primi la separazione gioco-lavoro per cui diciamo: ‘Prima fai i compiti e poi giochi’. Introduciamo noi quella separazione che inizialmente il bambino non vive. Per lui il gioco è estremamente serio, è un atto compiuto, è già lavoro”.

 

Per educare bisogna usare bene le parole: “Oggi più che mai conviene ripartire dalle parole. Le parole hanno forza, le parole sono potenti. Le parole sono tutto”. Per questo non si possono chiamare amici i contatti. Un conto è un amico, un conto è un contatto. Per questo non c’era bisogno di creare un acronimo, Fomo (Fear Of Missing Out) per dare un nome a quel senso di angoscia che proviamo quando assistiamo in rete a eventi da cui siamo esclusi. La parola c’è già, e aiuta di più a capire il fenomeno: invidia. L’invidia non è desiderare di partecipare alla festa le cui foto appaiono su Instagram, ma volere che non ci fosse andato neanche il compagno di classe lì immortalato.

 

Ma nelle angosce di genitori sempre più apprensivi non c’è solo il pensiero del tempo passato dai figli davanti a uno schermo (genitori che peraltro non sanno rinunciare all’i-phone sul tavolo durante la cena e poi vagli a spiegare che non è necessario essere sempre connessi), ma soprattutto quello del bullismo e del web come suo moltiplicatore infinito. Le pagine di Ballerini in proposito sono tra le più convincenti nell’analisi, che nell’esigenza di chiarezza non teme il didascalismo. La sua tesi – “si tratta di due perdenti, speculari ma pur sempre perdenti” – scandalizzerà i genitori della vittima, ma supera l’esame della prima reazione. Lo scandalo non è mai un buon criterio di giudizio (lo si capisse anche in politica!).

 

“Io ti tolgo” è un errore

 

Scoprire poi che il figlio fa sexting, cioè che posta o invia messaggi e immagini sessualmente espliciti, lascia nello sconcerto. Ma “la questione interessante, come sempre, è come sia potuto accadere, quali pensieri abbiano mosso l’azione. I ragazzi non sono mai stupidi, semmai compiono atti stupidi, che sono in ogni caso errori di pensiero. I casi di sexting non sono casi di istinto maldomato o non adeguatamente represso sono pensieri fatti male, errori di valutazione, apparenti risposte e soluzioni”.

 

Risposte e soluzioni a che? A un desiderio che si lascia catturare dalle promesse della rete. Ballerini le ripercorre, vi entra dentro, le sviscera e poco a poco fa emergere la solitudine e l’isolamento (dei ragazzi e dei genitori) che le alimenta.

 

A questo punto il libro diventa prodigo di suggerimenti. Ad esempio di censura di un’idea generale di educazione “in sottrazione”, riassunta nel motto “io ti tolgo”. “A furia di togliermi tutto mi renderanno povero” confida all’analista il bambino di dieci anni a cui i genitori hanno tolto il cellulare, la Playstation e una serie di altri giochi.

 

L’educazione – ecco il vero suggerimento – non è in sottrazione, “l’educazione, semmai, è in offerta”. L’offerta del reale (di cui anche il virtuale è parte). Ma da qui in poi ve lo leggete voi.

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