Vivere senza libri, senza tecnologia e alcun tipo d’informazione

Pesche da inscatolare al posto dei libri, niente latte perché è peccaminoso. La storia di Tara

15 Giugno 2018 alle 15:41

Vivere senza libri, senza tecnologia e alcun tipo d’informazione

Foro di Peter Mooney via flickr

Vivere senza libri, senza tecnologia e alcun tipo d’informazione, ignorando tutto quello che è successo e succede nel mondo, comprese parole capaci di far rabbrividire – come “Olocausto” e “Torri Gemelle” – e l’esistenza di persone chiamate medici (perché non si è mai avuto un libretto sanitario) o insegnanti (perché non si è mai andati a scuola). E’ successo alla scrittrice Tara Westover, che per diciassette anni ha vissuto, pensato, parlato e lavorato soltanto con e per la propria famiglia, al chiuso e all’aperto di una casa/fattoria “in un piccolo angolo smozzicato dell’Idaho”. Il suo mondo era quello, una realtà in cui, a sentire i suoi genitori – papà contadino tuttofare e operaio nella discarica in un campo vicino e madre levatrice, entrambi mormoni convinti – loro nove, insieme, bastavano a se stessi. Sveglia prestissimo al mattino per lei e i suoi sei fratelli, colazione con cereali ma senza latte perché “peccaminoso”, sostituito da acqua fredda in grado di trasformare il contenuto di quelle tazze in una “scodella di fango”. Lavorare nei campi, nella discarica o con gli animali cercando anche di addomesticare i cavalli più selvaggi fino a tarda sera per poi – finalmente – tornare a casa. Ma nessun “comfort food” ad attenderli, solo radici e prodotti coltivati nell’orto, da mangiare senza lavarsi nemmeno le mani perché – come risponderà quel padre saccente alla nonna dei ragazzi, l’unica a essere comprensiva – la sola cosa che conta è insegnargli a non pisciarsi addosso. Una routine quotidiana con ritmi e abitudini insopportabili e inconcepibili per gli adulti, figuriamoci per i bambini, “ma ci andava bene così, perché non avevamo l’età e la testa per pensare e fare il contrario”, mi spiega l’autrice in un hotel romano, lei che quella storia personale e dolorosa – “ma a suo modo straordinaria” – l’ha raccontata in un libro bestseller negli Stati Uniti e in Inghilterra, L’educazione (Educated), in corso di pubblicazione in cinquantatré paesi, Italia compresa, dove è appena uscito per Feltrinelli nella traduzione di Silvia Rota Sperti. 

 

“Appartenevo a quella montagna, la montagna che mi aveva creato”, scrive, alla catena di Buck Peak che il padre chiamava la Principessa Indiana perché assomigliava ad una figura di donna. “Solo quando diventai più grande mi chiesi se sarei stata sempre così, se il modo in cui si forma una persona determina per forza di cose quella che sarà in futuro”. Per anni ha dovuto sopportare un padre bipolare ossessionato dalla religione – “ma quest’ultima c’entra poco, non è stata l’unica causa di quello che ho vissuto” – capace di vietarle di leggere un libro ma di obbligarla a inscatolare pesche durante l’estate, “il miglior modo” per prepararsi ai “Giorni dell’Abominio”, “quando il sole si sarebbe oscurato e le lune avrebbero guardato un liquido simil sangue”. Suo fratello Tyler, desideroso di andare al college, era l’unico con cui aveva (e ha) buoni rapporti, al contrario di Shawn, il maggiore, fisicamente violento, soprattutto con lei, ma di quella violenza era vietato parlarne e se faceva qualcosa di grave non era mai colpa sua. “La cosa peggiore è stato il tentativo dei miei di destabilizzarmi, di minare la realtà che avevo vissuto, un’esperienza durissima, perché tendiamo ad avere fiducia dei nostri parenti, quasi più che in noi stessi”, dice fissandomi con occhi celesti dietro ai quali si cela una malinconia mista a tristezza.

 

Un memoir pieno d’amore e di vita

La famiglia può essere un rifugio, un sostegno fondamentale, “ma può essere anche pericolosa”, aggiunge questa scrittrice oggi trentaduenne che è riuscita a laurearsi alla Brigham Young University, a conseguire un dottorato di ricerca in Storia a Cambridge, a ricominciare a vivere. Da figlia incompresa, ha passato due anni a elencare i difetti del padre su un quaderno, quasi a volerlo giustificare, ma una giustificazione non può cancellare il senso di colpa e nessuna rabbia e nessun rancore può soffocarlo. Tutto quello che è successo lo vede oggi come “una voce lontana”, non sa se quel distacco dai suoi sarà permanente e se un giorno troverà il modo di tornare, ma – sicuramente – come scrive in questo memoir pieno d’amore e di vita nonostante tutto, prendere certe decisioni, tradire chi si ama, è stato utile per crescere, recuperare serenità e diventare una persona diversa continuando però sempre ad amare il padre, anche se i due non si parlano più. L’educazione – è vero – è arrivata tardi, ha finito con l’essere la ricerca individuale della propria conoscenza al di là di aule ed esami, ma è stata necessaria per far emergere la libertà – “il voler vivere nella mia testa” – quella che ci permette di accedere a più punti di vista possibili con cui poi formiamo il nostro.

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