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Il brivido della domenica sera, quando pensi: è questa la felicità?

Il giorno dei miracoli e della costrizione fisica: l’importante è che resti ancora lo splendore

15 Giugno 2018 alle 14:53

Il brivido della domenica sera, quando pensi: è questa la felicità?

Illustrazione di Roberto Hikimi Blefari

Mentre tornavamo a casa in auto, la stessa strada ogni domenica sera, i sandali pieni di sabbia, i teli da mare tutti bagnati, spalle scottate, chiazze di crema spalmata male, bambini urlanti e dieci secondi dopo addormentati stecchiti, loro tre più il cane sporchissimo e sconvolto dal vento, ho avuto un brivido di felicità, o forse di paura.

  

Quando finirà?, ho pensato. Quando mi accorgerò che era questo il tempo bellissimo, in cui però aspettavo sempre domani invece di infilarmi completamente nella domenica sera e nello sfinimento del rispondere a domande sui maiali che scodinzolano? I maiali che scodinzolano scodinzolano perché sono felici di vederci, ha detto mia figlia prima di addormentarsi di colpo. Il mio cane scodinzola appena lo guardo. Mio figlio non scodinzola mai ma mi abbraccia forte e dice: sei carinissima.

  

Questa assomiglia a una felicità, soprattutto la domenica sera quando c’è la certezza che una volta a casa andrò a comprare i falafel per cena e che domani è lunedì e quindi c’è un domani in cui ricominciare tutto. Ma intanto, se assomiglia a una felicità, a noi questa felicità sembra normale. “Consideravamo ancora felicità e salute, amore e fortuna e figli bellissimi dei semplici doni comuni”, ha scritto Joan Didion quando è sparito tutto, le domeniche sera sono diventate il passato e lo splendore è semplicemente trascorso. Magari però non spariscono per forza, ho pensato in macchina mentre mio marito scuoteva la testa per le canzoni di Tiziano Ferro e apriva il finestrino per fumare e io allora dicevo che mi dava molto fastidio il fumo anche se non era vero, era solo per vendicarmi di Tiziano Ferro.

  

Quella è stata la domenica del miracolo, e forse io ero ancora sotto choc: è stata la domenica in cui nostro figlio ha deciso che gli piace uno sport. Tralasciando il fatto tragico che lo sport è equitazione, è stata una bellissima notizia, totalmente inaspettata, perché Giulio a ogni proposta di movimento, fatica, sudore o competizione, ha sempre opposto un assoluto no.

  

Sua sorella lo aveva implorato per settimane: fammi questo regalo di compleanno, prova a salire a cavallo. E lui rispondeva sempre il suo solito no. Scappava, oppure piangeva esasperato. Lei gli gridava: fallo per me! Lui diceva di nuovo: no! In un momento di disperazione (mia figlia è cocciuta, sfinente, non molla) lui le ha offerto quaranta euro. Quaranta euro per lasciarlo in pace. Quaranta euro sono tutti i soldi che mio figlio possiede e che possederà per molti anni a venire, quindi significa che era davvero disperato.

  

Lei si è indignata come per un tentativo di corruzione, gli ha detto: a te non importa niente delle persone, sei solo un drogato di iPad. Una cosa molto grave, e lui non ha fatto una piega. Accetta serenamente la sua condizione di drogato, purché possa continuare a drogarsi.

  

In quel momento più della costrizione fisica a cui non volevo arrivare, mi è sembrata importante la tristezza di mia figlia, il suo desiderio deluso di andare a cavallo con un fratello di tre anni più piccolo, di condividere questa felicità con lui. Ho provato anche a dirle che si sarebbe divertita molto di più con la sua amica che con un moccioso pigrissimo, e lei mi ha guardato in silenzio, sconsolata per il mio cinismo. E’ stato allora che ho scelto la costrizione fisica. Sono andata da mio figlio, gli ho strappato di mano l’iPad, gli ho quasi urlato: decido io quello che fai, e adesso ho deciso che vai a cavallo. Mi ha detto: sei bruttissima, gli si è gonfiata la faccia, poi la maestra di equitazione gli ha sorriso: solo mezz’ora perché è la prima volta. Lui glielo ha fatto giurare, che era solo mezz’ora. Sua sorella lo ha vestito da cavallo e lui teneva le gambe rigide per non infilarsi i pantaloni. Io avevo stabilito di non guardare e di passare quella mezz’ora a contare i minuti che mancavano a lunedì. Circa milletrecento. Ma all’improvviso ho visto che tutti correvano verso di me urlando e ho pensato: è caduto. Invece urlavano: gli è piaciuto!

   

Giulio, davvero ti è piaciuto? Sì, perché?, ha risposto lui camminando a gambe larghe come un cowboy. La maestra ha detto: non ho mai visto un bambino così naturalmente dotato. Sua sorella scoppiava di orgoglio, io di incredulità. Il cane scoppiava di gelosia. La vita non è mai quello che ti aspetti, e adesso che tornavamo in auto verso casa, sempre la stessa strada con sopra il tramonto, sempre le stesse canzoni da ascoltare stanchi, e il lunedì a cui adesso mancavano soltanto seicento minuti, ho avuto quel brivido di paura e mi sono voltata verso di loro che dormivano seduti dietro, abbronzati a chiazze, con le bocche aperte e in mano palline viscide, molli e colorate, e non ho più pensato ai minuti che mancano a tutto il resto della nostra vita.

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