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Il gilet giallo sul gallo francese e quella rivoluzione rabbiosa che puzza di diesel

La divisione sempre più palpabile tra la Francia delle metropoli globalizzate e quella della provincia rurale. I motivi delle proteste d'oltralpe e l’insofferenza fiscale

24 Novembre 2018 alle 15:11

Il gilet giallo sul gallo francese e quella rivoluzione rabbiosa che puzza di diesel

Foto LaPresse

Parigi. Quest’anno in Francia il giorno della “liberazione fiscale” è arrivato venerdì 27 luglio, quarantotto ore prima rispetto al 2017: un risultato decisamente modesto, come aveva fatto notare l’Institut économique Molinari (Iem). Il tanto atteso calo della pressione fiscale non ha coinciso con l’ascesa all’Eliseo del liberale Emmanuel Macron, la cura dimagrante somministrata alla macchina statale francese non ha ancora portato i suoi frutti, e la Francia si è aggiudicata nuovamente lo scettro di campionessa europea delle tasse. Sono passati quattro mesi dalla conferma del record di cui i francesi farebbero volentieri a meno, e nonostante l’annuncio, fatto a settembre, di un maxi taglio fiscale da 25 miliardi, i fiscalisti di Parigi fanno sapere che anche il prossimo anno i loro concittadini saranno costretti a sborsare diversi euro in più. Il Figaro Magazine, nel suo ultimo numero, ha dedicato la copertina alle “ragioni della rabbia” dei “gilet gialli”, il movimento sociale che sta bloccando la Francia contro l’aumento delle accise su benzina e diesel, ma più in generale protesta contro la politica fiscale dell’esecutivo, vista come una minaccia al potere d’acquisto, che aumenta le diseguaglianze e colpisce sempre i soliti.

 

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“Ogni tassa rappresenta un danno alla proprietà di ciascuno, tranne quando corrisponde a un vero e proprio servizio. Tutti sono disposti a pagare un prezzo equo affinché siano garantite la sicurezza, la difesa del paese e la giustizia… Ma molti francesi hanno l’impressione che lo stato spenda troppo e male”, ha spiegato al Figaro Magazine Jean-Philippe Delsol, avvocato fiscalista e presidente dell’Institut de recherches économiques et fiscales (Iref). Secondo i calcoli del suo studio, gli sforzi richiesti alle imprese e le famiglie, tra prelievi diretti e indiretti, lieviteranno di 11,9 miliardi di euro nel 2019. “Macron ha aumentato per tutti la Csg (il contributo sociale generalizzato che finanzia la previdenza sociale, ndr), con l’obiettivo di esonerare i lavoratori salariati da alcune imposte. Ma ricomincia rialzando fortemente le tasse sull’energia (…) Così facendo, scontenta tutti e prende il rischio di dividere i francesi tra di loro”, dice Delsol.

 

Il cuore del problema è proprio questa divisione sempre più palpabile tra la Francia delle metropoli globalizzate, la Start-Up Nation con un alto potere d’acquisto, e la Francia periferica rappresentata dai “gilet gialli”, il paese rurale che ha paura di non arrivare a fine mese. Il sentimento di isolamento, aggravato da una pressione fiscale soffocante, è dominante tra le persone che da sabato scorso moltiplicano i blocchi nel paese, indossando il gilet catarifrangente che è allo stesso tempo simbolo della sicurezza stradale e un modo per dire “anche noi esistiamo e siamo compatti”. “E’ la rabbia di quelli che vengono dal basso”, ha commentato Jean-Claude Michéa, intellettuale e scrittore contrarian, che nella mobilitazione dei “gilet gialli” vede un “popolo en marche”, un “movimento rivoluzionario” ostile a una sinistra fighetta e sconnessa dalla realtà, che si trascina “di aeroporto in aeroporto per portare nelle università del mondo intero la buona parola dell’‘ecologia’”. Per il settimanale Marianne, questo “popolo che puzza di diesel” non ha intenzione di arretrare di un millimetro. Ma nemmeno il governo vuole fare passi indietro. “Se cediamo, facciamo come tutti quelli che ci hanno preceduto”, sostiene il portavoce dell’esecutivo Benjamin Griveaux, riferendosi in particolare a François Hollande, che aveva abbandonato l’ecotassa sui Tir, inginocchiandosi alle pressioni dei “berretti rossi” bretoni. Secondo un sondaggio Ipsos, il 67 per cento dei francesi ritiene che la politica fiscale di Macron aggravi le diseguaglianze sociali, il 73 per cento considera che l’aumento delle accise sul diesel per lottare contro il riscaldamento globale sia una pessima idea. Il “ras-le-bol fiscal”, l’esasperazione per le tasse, non è mai stato così forte.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    02 Dicembre 2018 - 13:01

    la santa Inquisizione squartava bruciava vivi immergeva nell'olio bollente ed altro di peggio i peccatori non per punirli delle loro malefatte ma per purificarli così da farli accedere al paradiso. E' un pò quello che vorrebbero fare i francesi a il fighetto Emmù. Al Foglio qualcuno è in pena, mais c'est la vie. luides

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  • albertoxmura

    24 Novembre 2018 - 15:03

    La lotta al riscaldamento globale a colpi di accise è un'idiozia donchisciottesca, tanto inutile quanto gravosa. La popolazione mondiale cresce in maniera esponenziale, queste gravose tasse possono diminuire l'emissione di anidride carbonica linearmente in quantità modesta. In nessun modo, senza drastici (e impossibili) provvedimenti demografici l'aumento di temperatura del pianeta potrà essere evitato. Per fortuna esso avviene abbastanza lentamente e lascia il tempo di adattarvisi. Così l'unica strategia che abbia senso è quella di mitigare gli effetti del riscaldamento là dove essi sono dannosi con adeguate contromisure protettive. Non c'è nulla di catastrofico nell'aumento di due o tre gradi centigradi nell'arco di un secolo. Annibale potè attraversare le Alpi perché all'epoca la temperatura era di alcuni gradi più alta di quella attuale. Il clima è soggetto anche per cause naturali a mutare. Se cambia per opera dell'uomo in maniera inevitabile, non è il caso di sentirsi in colpa.

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