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Sala alle prese con il dopo primarie

L’impressione è che il sindaco di Milano continuerà a marcare una distanza-autonomia da Renzi, che a questo punto è una distanza-autonomia dal Pd lombardo

6 Maggio 2017 alle 06:05

Sala alle prese con il dopo primarie

Foto LaPresse

Ci vorrà del tempo, questo lo sottolineano tutti, per vedere se dalla “sintonia” che “non è massima” tra Beppe Sala e Matteo Renzi si tornerà alle pacche sulle spalle. Il sindaco aveva anche pronosticato, prima di domenica, che “oltre il 30 aprile tante cose si appianeranno”. Quali cose, bisogna soprattutto intuirlo. In che modo si appianeranno, è pure questione tutta da immaginare. Dipenderà da Sala, dipenderà da Renzi. Quel che doveva fare, a Milano, il riconfermato segretario del Pd, l’ha fatto: ha stravinto, 72,12 per cento in città, con Andrea Orlando al 24,59 e Michele Emiliano non pervenuto. In Lombardia, Renzi ha fatto anche meglio 76,64 per cento contro 22,29. O avrebbe fatto, perché c’è sempre da considerare che quattro anni fa a Milano avevano votato 70 mila persone, e ora 43 mila. E in regione si è scesi da 380 mila a 210 mila. E chi sottolinea che i voti persi sono quelli “non renziani” ovviamente ha ragione. Comunque sia, Renzi s’è ripreso il partito e un mandato “milanese” preciso. E ha in Maurizio Martina il suo vice e luogotenente territoriale.

 

Beppe Sala ha fatto ciò che ha ritenuto giusto fare. Ha detto che non avrebbe rivelato nemmeno dopo per chi ha votato; ha fatto i complimenti a Renzi ma non l’ha chiamato; ha ribadito che le primarie sono buona cosa ma alle regionali potrebbero essere inutili – “il centrosinistra deve avere un candidato certo a settembre perché sarà molto difficile vincere con Maroni”.

 

Da mesi fa intendere con chiarezza di non apprezzare molte delle scelte dell’ex premier, a partire dal tentativo (frustrato) di andare a votare subito dopo il 4 dicembre; al Lingotto era il grande assente. Visto il segnale dato dal Pd milanese, non un grande risultato politico il suo. Anche se gli sherpa del riavvicinamento sono già al lavoro e ieri, a margine di un incontro pubblico, il sindaco ha parlato fitto e a lungo con Martina, il gran pontiere.

 

Eppure l’impressione è che Sala continuerà a marcare una distanza-autonomia da Renzi, che a questo punto è una distanza-autonomia dal Pd lombardo. Tutto sta a comprendere il perché. Vero è che il suo Consiglio comunale, dopo le primarie, è formato da un 80 per cento “orlandiano” che rappresenta il 25 per cento del Pd. Vero è che un rimpasto di giunta, entro le Regionali, è un’ipotesi ragionevole. Ma è soprattutto vero che Sala intende continuare a interpretare un ruolo “ambrosiano” di uomo espressione della città, comprese le componenti esterne al Pd. Si sente interprete degli interessi di ruolo, autonomia, peso decisionale (Ema, autonomia fiscale, politiche industriali) che la Milano “città-stato” rivendica. Che per rafforzarsi in questo ruolo la via migliore sia mantenersi in poca “sintonia” con Renzi, è politicamente tutto da verificare. Ieri Sala ha preso le distanze anche dal blitz della Polizia alla Centrale, lamentando di essere stato “avvisato all’ultimo momento”. E se il sindaco di sinistra che aveva chiesto l’esercito in Via Padova ora tentenna anche sulle operazioni sicurezza, bisogna provare a ragionare sulla politica.

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