da via Arenula

Note anonime e silenzi. Il ministero della Giustizia fuori controllo

Ermes Antonucci

Dopo Palazzo Chigi, anche il ministero guidato da Carlo Nordio è intervenuto con fonti anonime per criticare le ultime iniziative giudiziarie delle toghe 

Dopo la nota di Palazzo Chigi, in cui si accusava una parte della magistratura di “svolgere un ruolo attivo di opposizione”, anche il ministero della Giustizia – retto da Carlo Nordio – ieri mattina è intervenuto per criticare le ultime iniziative giudiziarie delle toghe, diffondendo due note riferibili a “fonti di Via Arenula”. Nella prima si afferma che il caso che ha coinvolto il sottosegretario Delmastro impone una riforma dell’istituto dell’imputazione coatta; la seconda nota prende invece spunto dal caso Santanchè per sostenere l’urgenza di una riforma dell’iscrizione del registro degli indagati e dell’informazione di garanzia. Un intervento senza precedenti per il ministro della Giustizia, l’intellettuale prestato alla politica, abituato a esporsi  in prima persona, a esprimersi mettendoci la faccia.

 

“Le affermazioni contenute nelle note non sono assolutamente attribuibili al ministro”, dicono al Foglio i vertici della comunicazione di Via Arenula. Una conferma che però, piuttosto che chiarire la vicenda, non fa altro che renderla più oscura. Il Guardasigilli si trova a Tokyo per rappresentare l’Italia al G7 dei ministri della Giustizia. Con lui ci sono il capo di gabinetto, Alberto Rizzo, e anche la vicecapo, Giusi Bartolozzi, abituata a prendere in mano le situazioni più delicate. Gli staff dei sottosegretari Ostellari e Delmastro escludono il loro intervento. “Il tempo delle guerre con la magistratura è finito, e i guerrafondai vanno isolati”, dice al Foglio il viceministro Francesco Paolo Sisto, tirandosi fuori dalla polemica. E dunque la domanda resta: chi è intervenuto in nome del ministero ma alle spalle del ministro?

 

Il pensiero (maligno) va proprio a Bartolozzi, la cosiddetta “zarina di Via Arenula”, la persona che – come abbiamo raccontato su questo giornale – negli ultimi mesi ha accentrato nelle proprie mani tutte le decisioni più importanti che competono al ministero. “Al ministero non si prendono più decisioni in maniera collegiale, tutto è accentrato nelle sue mani, è lei che comanda”, ci avevano riferito più voci da Via Arenula. E anche stavolta in parecchi da quelle parti si dicono convinti che a vergare le due note sia stata proprio lei, Bartolozzi, direttamente da Tokyo, alle ore 16 locali (9 italiane).

  

Nella prima nota diffusa dal ministero della Giustizia si afferma che l’imputazione coatta disposta dal gip del tribunale di Roma nei confronti di Andrea Delmastro Delle Vedove per il caso Cospito “dimostra, come nei confronti di qualsiasi altro indagato, l’irrazionalità del nostro sistema”. “Nel processo che ne segue – si spiega “da Via Arenula” – l’accusa non farà altro che insistere nella richiesta di proscioglimento in coerenza con la richiesta di archiviazione. Laddove, al contrario, chiederà una condanna non farà altro che contraddire se stesso”. “Nel processo accusatorio – prosegue ancora la nota – il pubblico ministero, che non è né deve essere soggetto al potere esecutivo ed è assolutamente indipendente, è il monopolista dell’azione penale e quindi razionalmente non può essere smentito da un giudice sulla base di elementi cui l’accusatore stesso non crede. La grandissima parte delle imputazioni coatte si conclude, infatti, con assoluzioni dopo processi lunghi e dolorosi quanto inutili, con grande spreco di risorse umane ed economiche anche per le necessarie attività difensive. Per questo è necessaria una riforma radicale che attui pienamente il sistema accusatorio”.

 

La seconda nota prende invece spunto dal caso Santanchè: “E’ urgente la riforma dell’iscrizione del registro degli indagati e dell'informazione di garanzia”, si afferma. Le stesse fonti del ministero “manifestano, ancora una volta, lo sconcerto e il disagio per l’ennesima comunicazione a mezzo stampa di un atto che dovrebbe rimanere riservato. La riforma proposta mira a eliminare questa anomalia tutelando l’onore di ogni cittadino presunto innocente sino a condanna definitiva”.

 

In assenza di riscontri sull’identità delle “fonti”, il mistero rimane, offuscando tuttavia l’immagine del ministro Nordio, che appare non in grado di garantire l’unità della struttura ministeriale.

 

Le critiche mosse dal ministero della Giustizia alle toghe non fanno che accentuare lo stato di tensione vissuto sul piano dei rapporti fra politica e magistratura. Proprio questo fine settimana è prevista una riunione del comitato direttivo centrale dell’Associazione nazionale magistrati, che potrebbe decidere di replicare alle critiche giunte dal governo.

 

L’ex presidente dell’Anm, Eugenio Albamonte, ha già tracciato la linea che il sindacato delle toghe potrebbe percorrere: “Non è il modo più adatto per chi riveste responsabilità cosi delicate come quelle del ministro della Giustizia, ovvero assecondare gli umori più bassi e turbolenti della classe politica di cui pure ha deciso di far parte”, ha dichiarato Albamonte, prima di centrare stavolta uno dei veri nodi dell’intera vicenda:  “Quello che è irrazionale è il modo in cui al ministero della Giustizia si affrontano questi temi, pretendendo di cambiare tutte le norme la cui applicazione possa loro sembrare occasionalmente sgradita”.  
 

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