Le tre streghe, dipinto di Johann Heinrich Fussli (1782-83), Kunsthaus Zurich

Il virus e l'orrore del processo sommario

Giuliano Ferrara

Il tic “Mani pulite” ci ricorda che dalla pandemia si può uscire anche peggiori

Qualcosa non torna nel trattamento allarmistico-moralistico e mediatico-giudiziario delle conseguenze della pandemia. Intanto, se si è titolato con congruo anticipo savianeo: “IL VIRUS NELLE MANI DELLA MAFIA”, come ha fatto Repubblica, non ci si può stupire che la Welt metta in un sommario qualcosa che recita simmetricamente: “LA MAFIA ITALIANA ASPETTA CHE ARRIVI UNA PIOGGIA DI SOLDI DA BRUXELLES”. Il pregiudizio per i tradizionalisti è una buona cosa, un ancoraggio alla realtà contro l’idea di poter costruire tutto ex novo; ma è cosa diversa dallo stereotipo, dal luogo comune, che ti sia imposto da un giornale progressista di Roma o rinfacciato da una tribuna conservatrice di Amburgo. Se gira il quattrino di stato, in particolare quello, il Truffaldo Collettivo si mette subito in moto, come dimostrano gli appalti viziosi per le mascherine, allo scopo di arraffare (il caso dell’imprenditore Ieffi è di ieri). Questo è un fatto, che le autorità investigative e giudiziarie devono istruire e portare a giusto processo senza tanti complimenti, ma con cura, in una situazione di emergenza che rende intollerabili le speculazioni e le ruberie ai danni del cittadino esposto al contagio.

 

Altra cosa è consegnare al meccanismo vizioso delle generalizzazioni ipotesi di accusa che insistono su reati tremendi ancorché colposi, come la procurata epidemia e altri

 

In questo circolo vizioso, come già avvenuto trenta anni fa partendo da Milano, si inscrivono giornalisti, titolisti, telecronisti e magistrati inquirenti alla stessa stregua: non che sia successo o che stia per succedere necessariamente, ma a considerare con l’occhio di “Mani pulite” (altro titolo infelice di Repubblica) le questioni delle Rsa, le residenze assistenziali per vecchi, a partire dal fatale Pio Albergo Trivulzio, e le procedure di blocco in zona rossa del comune di Alzano Lombardo o altri pasticci ospedalieri anche gravi, il rischio è la coazione a ripetere. La coazione a ripetere è il primo sintomo delle forme peggiori di nevrosi.

  

Che cosa andò tragicamente storto nelle inchieste milanesi sulla corruzione politica? Non il fatto che si cercassero le prove di tangenti, furti e malversazioni, notoriamente diffusi, ma il fatto che oltre alla persecuzione in giudizio di reati personali e puntuali, distinguendo il ladro dal procacciatore di fondi irregolari o illegali per la politica e i partiti, fu elevata una cortina di rancore e di odio contro la vecchia struttura costituzionale della Repubblica e la sua classe dirigente, dando inizio con metodi e procedure spesso di tipo borbonico a una lunghissima e traumatica battaglia fra salvatori del paese e sradicatori del vizio in toga, da una parte, e classi dirigenti imputate di disprezzo del virtuismo e dell’onestà civile, dall’altra.

  

Quello che ci attende, quando sia superato gradualmente lo sforzo tuttora necessario per arginare un pericolo manifesto e mondiale, è un percorso di ricostruzione. Ripresa è parola un po’ fessa.

  

Ci si riprende da una bassa congiuntura, da una crisi finanziaria, da una curva piatta nella crescita e nella produttività del lavoro, dalle conseguenze di eventi puntuali e solo in parte straordinari nel ciclo economico. Dal blocco di gran parte dell’attività produttiva e commerciale, dalla messa in libertà e ai domiciliari del grosso della forza lavoro, e per un periodo prolungato, si riparte appunto con una ricostruzione modellata sull’esempio dei nostri dopoguerra del Novecento. In forme nuove, con delusioni alle spalle e davanti speranze nuove, cercando di dare spinta e slancio a un boom equilibrato e rapido in grado di restituire forza all’impresa, al lavoro, alla cittadinanza e al suo attivismo precrisi, ma quello è: ricostruzione.

  

Da tempo qui avevamo criticato lo stereotipo secondo cui dobbiamo uscire migliori dalla pandemia e dalla lunga reclusione in casa, suggerendo che il virus non è una catarsi, che si tratta di non addossarcelo come colpa morale, e l’obiettivo non è quello di purificarci ma di immunizzarci e ricostruire le basi della vita sociale e civile. Non avevamo messo in conto, per eccesso di ottimismo, che dalla pandemia si può anche uscire peggiori, cioè ritornare ai vecchi vizi dell’urlo giustizialista, della vendetta popolare primordiale contro classi dirigenti o élite responsabili di tutto, dalla mancanza di mascherine alla strage nei luoghi dove era più probabile la diffusione in forme letali del virus. Che il sistema ospedaliero e della sanità lombardo, a parte l’evidente generosità eroica nel curare e preservare tante vite umane, abbia anche avuto delle falle tremende, sia incorso in gestioni equivoche dell’epidemia nelle prime giornate utili a combatterla, è questione da accertare con puntiglio e scrupolo, allo scopo di riparare e ricostruire e attrezzarsi per il futuro, e senza compiacenze. Ma trasformare l’uscita dall’epidemia in un processo sommario alla sanità, agli amministratori locali, alle regioni, e farlo con le stesse tecniche oblique e non garantistiche adoperate per sbattere in galera i partiti ai tempi di “Mani pulite”, bè, questo è un ulteriore peggioramento del carattere nazionale che dovremmo tassativamente risparmiarci.

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.