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S’avanza il giudice del popolo

Cos’è il merito per un magistrato? Gli esempi di Palermo. Da Falcone a Caselli fino a Di Matteo

23 Giugno 2019 alle 06:11

S’avanza il giudice del popolo

foto LaPresse

Ma chi sono i puri e i duri, i giusti e i santi della giustizia? Quali magistrati eleveremo agli altari per dire che quelli lì, quelli come Luca Palamara e gli altri suoi colleghi sfregiati dalle intercettazioni, altro non erano che mele marce, reprobi da appendere al palo della gogna e da trascinare al rogo? Quali luminosi esempi troveremo tra i tribunali e le procure per dire finalmente che il sistema è salvo e che ogni cittadino potrà da ora in poi inchinarsi davanti alla sacralità dei giudici chiamati ad amministrare la legge in nome del popolo italiano? Chi sono gli angeli della terzietà da trattenere nel paradiso degli immacolati e quelli da scaraventare invece, come Lucifero, tra le braci dell’inferno perché non hanno resistito alle sirene del potere e della politica, delle correnti e delle manovre di palazzo?

  


Sono giorni in cui ciascuno crede di potere dare un contributo su come riformare un Csm ormai stritolato da uno scandalo difficile da rimuovere


 

Nel vasto mondo dei magistrati – poco più di ottomila – l’unica certezza è che la stragrande maggioranza si reca ogni mattina in ufficio e compie il proprio dovere con onestà. Il resto è tutta una variabile. Le reverendissime eccellenze del Consiglio superiore della magistratura hanno tentato in tutti i modi negli anni di trovare un criterio oggettivo per l’assegnazione degli incarichi direttivi. Ci hanno provato con l’anzianità, ma non sempre è stata la scelta migliore: spesso sono state appannate qualità che avrebbero meritato ben altro riconoscimento e ben altro rilievo nel firmamento giudiziario. Ci hanno provato anche con il merito ma ogni valutazione ha finito per impantanarsi in una discussione senza fine e senza costrutto: nelle commissioni un togato riteneva meritoria una cosa, per esempio un’operazione antimafia, mentre l’altro obiettava che quella operazione era stata fatta ma all’un tempo era fallita perché tredici dei ventisette personaggi arrestati erano ritornati in libertà in quanto non c’entravano nulla. E così, quando il merito non sapeva quale forma assumere, puntualmente finivano per prevalere le correnti, con i loro affiliati, con i loro conflitti di interesse e con quel traccheggiamento continuo volgarmente chiamato mercato delle vacche.

 

La questione l’ha sollevata, l’altro ieri su Repubblica, Armando Spataro, un magistrato di lunga e applaudita esperienza, andato in pensione pochi mesi fa mentre era procuratore di Torino. Sono giorni in cui ciascuno crede di potere dare un contributo su come riformare un Csm ormai stritolato da uno scandalo difficile da rimuovere e da una verità che nessuno può più nascondere sotto i tappeti dell’ipocrisia. Il re è nudo e non c’è nessuno che possa tirargli su le braghe. Ci ha provato ieri, con un forte discorso al plenum, il presidente della Repubblica. “Oggi si volta pagina”, ha detto Mattarella, sostenendo che magistratura e Csm “hanno gli anticorpi” per reagire “al quadro sconcertante e inaccettabile” emerso dallo scandalo Palamara. E ha cominciato a ipotizzare una riforma anche il ministro di Giustizia, Alfonso Bonafede, che intanto rivendica al proprio giustizialismo il vanto di avere introdotto, con lo “Spazzacorrotti”, il diabolico Trojan, quello strumento invasivo che infetta il telefono di un indagato e lo trasforma in una cimice pronta a catturare la voce di chiunque si trovi a transitare nei paraggi. Grazie al Trojan, ha dichiarato il Guardasigilli, è venuto fuori lo scandalo Palamara, l’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati sotto inchiesta per corruzione; e con Palamara è venuto giù tutto il marcio che c’era nel nerofondo del Csm. Un motivo d’orgoglio per il ministro dell’onestà-tà-tà. Ma con una domanda in sospeso: ora che sono crollate le pareti opache del vecchio e inquinato Csm quale casa di vetro, illibata e trasparente, sarà possibile costruire sulle macerie?

 


Di Matteo, super scortato, gira in lungo e in largo l’Italia, raccoglie cittadinanze onorarie e predica i suoi vangeli sulla “verità altra”


 

Armando Spataro è convinto che “non sarà mai possibile eliminare una quota di discrezionalità nelle scelte operate dal Csm”. E si chiede: “Cos’è il merito poi? Quello collegato al numero degli arresti e delle operazioni antimafia da prima pagina? Quello della rapidità di trattazione dell’arretrato civile? Quello, per un pm, del numero di richieste accolte dai giudici? E’ evidente che nessuno potrà mai scrivere una legge per attribuire un valore numerico alle tanti possibili attività di un magistrato”. Ma tra tanti dubbi c’è un punto fermo: il caso di Giovanni Falcone, l’eroe antimafia massacrato nel maggio del 1992 nell’attentato di Capaci. Era il giudice che, con il maxi processo di Palermo aveva sventrato la cupola di Cosa Nostra. Era il magistrato che con il pentimento di Masino Buscetta e con le indagini bancarie aveva rinchiuso dietro le sbarre dell’Ucciardone boss e picciotti della mafia più spietata, dalle cosche di Ciaculli ai sanguinari corleonesi di Totò Riina. Ma quando il Csm di quei tormentatissimi anni si trovò a dovere scegliere il capo dei giudici istruttori, i togati preferirono scartare Falcone e incoronare l’anziano Antonino Meli. Fu uno schiaffo alla competenza e alla professionalità, riconosce Spataro.

 

Sul merito e sui meriti di Falcone nessuno per fortuna solleva il minimo dubbio. Anche perché il sangue versato non consente più alcuna polemica e ha tappato irreversibilmente tutte le feritoie attraverso le quali i cosiddetti rappresentanti del popolo gli lanciavano secchiate di veleno nel tentativo di orientare le sue indagini verso un metodo che desse immediati profitti sul piano politico e mediatico. Leoluca Orlando, il sindaco che teorizzava il sospetto come anticamera della verità, arrivò a lanciargli l’accusa terribile e infamante di “nascondere le prove nei cassetti”. Ma Falcone non cadde nella trappola. E quando gli dissero che c’era Giuseppe Pellegriti, un pentito di terz’ordine, disposto a tirare in ballo Salvo Lima, proconsole di Andreotti in Sicilia, come mandante del delitto di Piersanti Mattarella, andò a trovarlo in carcere, fece le necessarie verifiche e non avendo trovato alcun riscontro incriminò Pellegriti per calunnia.

  

Ma i criteri per definire un giudice meritevole da lì a poco sarebbero cambiati. Almeno a Palermo. Almeno in quel palazzo di giustizia, lastricato di marmi e di dolore per le tante volte in cui l’atrio era stato trasformato in camera ardente per rendere omaggio ai giudici assassinati dalla mafia: da Pietro Scaglione a Gaetano Costa a Rocco Chinnici a Giovanni Falcone a Paolo Borsellino.

 


Secondo Spataro “non sarà mai possibile eliminare una quota di discrezionalità nelle scelte operate dal Csm”. Il caso Falcone


 

Per carità, sarà stata anche questa lunga sequela di morte; sarà stato pure l’effetto devastante delle stragi con le quali Totò Riina voleva conquistare un potere assoluto anche sullo stato di diritto e sui giudici che giudicavano i mafiosi, sta di fatto che con l’arrivo di Gian Carlo Caselli al vertice della procura cambia il metodo; e con il metodo cambia anche il merito della sua azione antimafia. Si apre una nuova stagione: quella dei magistrati che vogliono “riscrivere la storia d’Italia”, degli intrepidi che vogliono puntare su bersagli sempre più alti, dei coraggiosi che vogliono toccare gli intoccabili. Ed ecco Roberto Scarpinato, che nei giorni del lutto e della costernazione per Falcone aveva guidato la protesta contro il suo capo Pietro Giammanco, prendere in mano l’inchiesta contro Giulio Andreotti. Ecco Guido Lo Forte, che aveva fiancheggiato Scarpinato nell’ammutinamento dei sostituti procuratore, prendere in mano l’inchiesta contro Marcello Dell’Utri, braccio destro di Silvio Berlusconi. Ed ecco Vittorio Teresi, un altro dei ribelli, intessere il processo per concorso esterno contro Calogero Mannino, ex ministro democristiano.

 

Si corre da un carcere all’altro, si inseguono i pentiti più disponibili e si interpellano soprattutto quelli come Salvatore Cancemi la cui memoria “si scioglie a poco a poco, come una vite arrugginita”; e se c’è un alto magistrato, lassù in Cassazione, come Corrado Carnevale, detto l’ammazzasentenze, che pretende di valutare in un processo prove e riscontri, necessariamente dev’esserci dietro un losco risvolto, una disgustosa vocazione “a fare indirettamente il gioco dei boss”; e quindi si apre un’inchiesta pure contro di lui.

 

E’ una stagione di fuochi e scintille, di applausi e riverenze, di potere e strapotere. E se alla procura mancano uomini e mezzi per dispiegare una guerra a così ampio raggio, Caselli telefona direttamente al Quirinale dove c’è Oscar Luigi Scalfaro, pronto a esaudire ogni richiesta. Ma è anche e soprattutto la stagione del consenso. Quella che piace al popolo e ai rappresentanti del popolo, felici e contenti di vedere finalmente in croce non solo i Barabba ma anche quelli che fino al giorno prima si sentivano potenti come Dio in terra. E nessuno tenterà mai di entrare nel merito – già, il merito – delle scelte compiute dalla procura di Caselli; né di richiamare l’assoluzione di Andreotti o di Carnevale o di Mannino per ridimensionare l’effetto salvifico di quelle inchieste, di quelle incriminazioni, di quelle umiliazioni. Caselli avrà sempre il diritto di rivendicare il suo merito. Ha creduto in quello che ha fatto. Molti processi lo hanno premiato, altri non hanno retto alla verifica d’aula. E’ la giustizia, bellezza: i giudici di primo grado ti danno ragione, poi l’appello o la Cassazione ti smonta tutto. Succede.

 

Poteva accadere solo Palermo, invece, lo strano caso di Antonio Ingroia, un procuratore aggiunto che, nell’imbastire un’inchiesta pomposamente definita “eroica e straordinaria” – quella sulla fantomatica trattativa tra alcuni servitori dello Stato e i boss di Cosa nostra – pensa soprattutto a costruire un processo mediatico parallelo. Gli serve non solo per puntellare un’accusa basata sostanzialmente sulle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, un pataccaro trasformato nel ventriloquo del padre, Don Vito, che fu uomo di Totò Riina e anche sindaco di una sventurata Palermo. Ma gli serve pure per fregiarsi del merito di essere l’unico magistrato in grado di sfidare prima Silvio Berlusconi, allora presidente del Consiglio, e poi anche Giorgio Napolitano, il capo dello stato, che Ingroia non esita a intercettare e a trascinare nelle pieghe maleodoranti del processo.

 


Popolo e rappresentanti, tutti felici e contenti di vedere in croce i Barabba e quelli che fino al giorno prima si sentivano potenti


   

Il merito – anzi, quel merito – gli deriva dal ritmo ossessivo con il quale partecipa ai talk-show e viene intervistato dai giornali. Pensate che, in prossimità delle elezioni nazionali del 2013 – occasione, per lui irripetibile, di mettere a frutto la propria popolarità – se ne va in Guatemala, abbandona in altre mani il processo, e si piazza sotto una palmetta per consentire a Michele Santoro di intervistarlo sull’inchiesta e sulle nefandezze che quella inchiesta attribuisce a Forza Italia. Crede, poveretto, di essere vicino al traguardo; di avere con sé tutto il popolo dell’antimafia, tutto il popolo degli onesti e di tutti quelli che credono alle trame oscure, alle regie occulte, ai paraventi melmosi delle compromissioni e delle complicità. Le elezioni però lo inchiodano allo zero virgola. E il suo merito va sonoramente a farsi benedire.

 

Ma il processo che lui ha imbastito si celebra e arriva pure a sentenza. Lo gestisce in aula un nuovo eroe: Nino Di Matteo. Un eroe del popolo. Super scortato, gira in lungo e in largo l’Italia, raccoglie cittadinanze onorarie in ogni angolo della penisola, predica i suoi vangeli sulla “verità altra” che si nasconde dietro ogni strage di mafia, scrive un libro all’anno, non perde un dibattito né una conferenza, rilascia interviste a tutte le televisioni, persino ad Al Jazeera, catechizza anche gli infedeli di Argentina e Uruguay, ha una Confraternita a sua disposizione e un sito che gli dedica, con passione e fanatismo, nove titoli al giorno in prima pagina; può contare su una diecina di associazioni che lo fiancheggiano, dalle Agende Rosse a Scorta civica: ha insomma una macchina che gli fabbrica il consenso; e quando Beppe Grillo lo propone come ministro di Giustizia lui quasi ci crede. Porta il processo sulla Trattativa a una sentenza di pesantissime condanne, e subito dopo approda alla Direzione nazionale antimafia. Dove riprende il giro delle interviste. Il 23 maggio scorso, per l’anniversario della strage di Capaci ne rilascia una, clamorosa e vanitosa, ad Andrea Purgatori, de La7, senza avvertire il suo capo, Federico Cafiero de Raho. Il quale va su tutte le furie e lo rimuove con effetto immediato dal pool che dovrà indagare sulle entità esterne, quelle che ventisette anni fa avrebbero affiancato i boss nelle stragi di mafia. Ma Di Matteo non incassa. La Santissima Confraternita si mobilita e raccoglie in suo sostegno oltre 70 mila firme, così dicono. Basterà tanto furor di popolo per costringere il Csm a reintegrarlo nel pool dal quale Cafiero De Raho lo ha estromesso? E’ o non è un merito avere un popolo che ti sprona e ti osanna a ogni passo?

 

Torniamo alla domanda: che cos’è il merito per un magistrato? Armando Spataro, con una vita passata a salire e scendere le scale dei palazzi di giustizia, non lo sa. Se, come un viaggiatore della notte, fosse transitato dalla procura di Palermo forse avrebbe capito che il merito è come la verità di Fernando Pessoa. Ricordate quel verso tagliente e misterioso del grande scrittore portoghese? “La verità non viene e non va: muta solo l’errore”.

Giuseppe Sottile

Giuseppe Sottile

Giuseppe Sottile ha lavorato per 23 anni a Palermo. Prima a “L’Ora” di Vittorio Nisticò, per il quale ha condotto numerose inchieste sulle guerre di mafia, e poi al “Giornale di Sicilia”, del quale è stato capocronista e vicedirettore. Dopo undici anni vissuti intensamente a Milano, – è stato caporedattore del “Giorno” e di “Studio Aperto” – è approdato al “Foglio” di Giuliano Ferrara. E lì è rimasto per curare l’inserto culturale del sabato. Per Einaudi ha scritto anche un romanzo, “Nostra signora della Necessità”, pubblicato nel 2006, dove il racconto di Palermo e del suo respiro marcio diventa la rappresentazione teatrale di vite scellerate e morti ammazzati, di intrighi e tradimenti, di tragedie e sceneggiate. Un palcoscenico di evanescenze, sul quale si muovono indifferentemente boss di Cosa nostra e picciotti di malavita, nobili decaduti e borghesi lucidati a festa, cronisti di grandi fervori e teatranti di grandi illusioni. Tutti alle prese con i misteri e i piaceri di una città lussuriosa, senza certezze e senza misericordia.

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