Battisti, l'ammissione e la storia chiusa

Redazione

La colpa, la latitanza, le cattive coscienze e una vicenda da passare alla storia

Interrogato nei giorni scorsi dai magistrati di Milano, l’ex terrorista dei Pac Cesare Battisti, in carcere in Italia dal gennaio scorso dopo 40 anni di latitanza, ha ammesso per la prima volta di essere colpevole di “quattro omicidi, i tre ferimenti e una marea di rapine e furti per autofinanziamento”: i reati per i quali era stato condannato in via definitiva. In precedenza si era sempre dichiarato innocente, alimentando nella falsa coscienza di molti sostenitori – tra cui molti intellettuali francesi e italiani – il mito di una inesistente persecuzione politica e giudiziaria, che è stato una giustificazione non secondaria per gli aiuti ricevuti, in vari paesi, durante la sua latitanza. Ora le scarne parole di Battisti – che è altamente improbabile possano ottenergli dei vantaggi rispetto alla detenzione che ha appena iniziato a scontare – fanno piazza pulita di falsità e posizioni irresponsabili, o quantomeno di cantonate dovute a ideologia o cattiva informazione, che hanno accompagnato questa lunga, dolorosa e brutta vicenda. E’ l’aspetto più importante e non c’è alcun bisogno, per comprenderlo, della pletora stucchevole dei commenti su Twitter di politici, e giornalisti, che chiedono a gran voce l’autodafé dei nemici. Retorica inutile e di nessun vantaggio.

     

Battisti ha anche dichiarato “mi rendo conto del male che ho fatto e chiedo scusa ai famigliari delle vittime”, il minimo sindacale, e abbastanza inutile dacché ha aggiunto di avere agito nell’ambito di una “guerra giusta”. Ma questo fa parte dei problemi della sua coscienza incoercibile. Così come l’altra affermazione fatta davanti ai pm: “Io parlo delle mie responsabilità, non farò i nomi di nessuno”. Anche questo, nonostante qualche commento fuori luogo prontamente giunto, fa parte dei suoi diritti. Se cambierà idea in futuro, sarà un contributo a ricostruire ancora meglio una verità ormai accertata. Ciò che più conta è che l’ammissione della propria responsabilità personale (il pentimento è altra faccenda) dovrebbe aiutare a chiudere definitivamente una orribile storia, in cui lo stato ha finalmente fatto giustizia, e in cui chi ha sbagliato, anche solo a parole, può ora finalmente tacere.

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