Battisti era un omicida: ma i processi contro di lui avevano qualche pecca

Massimo Bordin

Gli intellettuali che, sbagliando, firmarono gli appelli in sostegno del terrorista dicevano che non c'erano abbastanza prove per condannarlo. E forse non avevano tutti i torti

Sul pluriomicida Cesare Battisti alcuni quotidiani hanno titolato in apertura o hanno parlato diffusamente nelle pagine immediatamente successive alla prima. Unico fra i giornali più diffusi il Corriere della Sera, che in prima pubblicava due commenti di Bianconi e Battista, oltre ad altri articoli che aiutavano il lettore a capire le novità intervenute a giustificare tutta quella attenzione. Articoli ben fatti che spiegavano come il soggetto avesse buttato a mare la rivendicazione di innocenza per confessare alla fine gli omicidi per cui era stato condannato. Nessuna tattica processuale lo obbligava a tanto, la condanna era comunque definitiva. Semmai, come spiegava bene Giuseppe Guastella a pagina 2, si potrebbe parlare di tattica carceraria che spiegherebbe la pur tardiva confessione con la speranza di un trattamento migliore se non nella pena, nel modo di scontarla.

 

 

Inevitabile anche parlare degli appelli sottoscritti da intellettuali italiani e stranieri in suo favore, e che ora perdono inevitabilmente di autorevolezza. Il compito di Pierluigi Battista è stato il più difficile e va dato atto che è riuscito a evitare la frase “Ora chiedano scusa” che campeggiava su altri giornali. Eventualmente lo faranno se vogliono. Però qualche sbavatura in quell’articolo c’è. Si può dissentire da quei testi, avere evitato di firmarli, ma perché scrivere che i firmatari avevano falsamente sostenuto che le prove addotte erano scarse? Era probabilmente vero, i processi dell’epoca, in materia, non erano dei modelli di accuratezza, i diritti dei difensori non erano tenuti in gran conto, questo è un fatto. Spiegabile, comprensibile perfino. Ma è un fatto.

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