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I dati sulla prescrizione che il governo non ha o finge di non avere

Il ministero della Giustizia consegna al Parlamento i numeri sul fenomeno. Le opposizioni insorgono: sono incompleti. Per il sottosegretario Ferraresi non c'è tempo per saperne di più. Ma allora sulla base di cosa hanno deciso di intervenire?

14 Novembre 2018 alle 18:31

prescrizione

Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede (foto LaPresse)

La domanda è semplice: la prescrizione dei processi è un problema per il nostro sistema giudiziario? A giudicare dall'insistenza con cui il governo gialloverde ha voluto inserire questo argomento all'interno del provvedimento anticorruzione in discussione alla Camera sembrerebbe proprio di sì. Anzi, verrebbe da dire, visto che sul tema Lega e M5s hanno litigato e parecchio, che la prescrizione è “il” problema del nostro sistema giudiziario. 

  

È vero che l'esecutivo ha trovato l'accordo su un pacchetto di riforme che non comprende solo questo argomento ed è vero che, mentre la modifica dei tempi di prescrizione dei processi entrerà in vigore solo a partire dal 2020, nel frattempo il vero lavoro riguarderà il processo penale nel suo complesso. Ma c'è un'altra domanda, altrettanto semplice, cui forse bisognerebbe rispondere: qual è la dimensione del problema? Quali sono i dati? Insomma, di cosa stiamo parlando?

 

Il governo ha provato a rispondere consegnando martedì 13 novembre, durante la riunione delle commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera riunite per esaminare il provvedimento, la tabella qui sotto.

 

 

 

 

A una prima, sommaria osservazione si possono notare due elementi. Il primo è che nel primo semestre del 2018 l'incidenza delle prescrizioni sul totale dei processi definiti è del 9,4 per cento cioè la stessa dell'anno precedente. Non solo, anche se l'incidenza maggiore si registra in corte d'Appello (24,8 per cento sul totale dei provvedimenti), il 50 per cento delle prescrizioni arriva nella fase preliminare del giudizio. E siccome la proposta del governo è quella di bloccare i tempi della prescrizione dopo il primo grado di giudizio, se ne deduce che forse c'è qualcosa che non va.

   

Per capirlo ancora meglio basta una semplice ricerca su internet e la lettura del resoconto della riunione delle commissioni di martedì 13. Con la prima è possibile ritrovare un'analisi statistica dell'istituto della prescrizione in Italia datata 7 maggio 2016 (Annalisa Chirico ne ha parlato qui). Presentando l'analisi, l'allora Guardasigilli Andrea Orlando, aveva spiegato che “le norme sono importanti, ma non bastano. È importante individuare dei modelli organizzativi che siano in grado di contrastare questo fenomeno. A parità di riferimenti normativi ci sono dei tribunali che hanno tassi di prescrizione molto bassa e ci sono tribunali che hanno tassi molto alti, e questa differenza non riguarda né riferimenti geografici Nord-Sud né riferimenti penali alta criminalità-bassa criminalità. Questo significa che in collaborazione con gli uffici giudiziari, il ministero deve fare un lavoro di innovazione organizzativa, così come è avvenuto nel civile”.

  

Volendo essere ancora più chiari si può dire che nel 2014 (dati a cui fa riferimento l'analisi del 2016) l'incidenza della prescrizione in una corte d'Appello come quella di Venezia era prossima al 50 per cento, mentre a Palermo era inferiore al 10 per cento. Una così grande differenza non può certo essere colmata per via legislativa.

  

E così la pensano anche i deputati delle opposizioni che mercoledì, quando si sono visti presentare la tabella dal sottosegretario grillino alla Giustizia, Vittorio Ferraresi, sono insorti parlando di dati incompleti e non esaustivi. Dalla tabella, ha sottolineato Gennaro Migliore (Pd), non si capisce neppure quale sia la fonte dei dati e soprattutto, gli ha fatto eco Ciro Maschio (FdI), non c'è una suddivisione che renda evidente se, come pare, il problema sia circoscritto ad alcune corti d'Appello e, quindi, sia esclusivamente organizzativo.

 

La risposta del governo è stata a dir poco disarmante. Ferraresi, infatti, ha detto che al momento non sono “disponibili ulteriori dati rispetto a quelli forniti, in considerazione della tempistica del provvedimento”. Ma Enrico Costa di Forza Italia, proprio citando il precedente del 2016 e il modello utilizzato in quell'occasione, ha obiettato che non dovrebbe essere difficile disaggregare le informazioni raccolte e riportate nella tabella. Per Emanuele Fiano (Pd) “non è di poco conto la notizia che il governo non possiede in tema di prescrizione dati disaggregati per distretto” e ha evidenziato che “si chiede all'opposizione di esprimersi in materia di prescrizione pur non essendo a conoscenza di elementi utili per chiarire i termini della patologia”.

 

A quel punto Giuseppe Brescia, presidente M5s della commissione Affari costituzionali, ha ribadito che “il governo non ha dichiarato di non avere i dati, ma di non poterli fornire in tempo utile per concludere l'esame del provvedimento”. E a questo punto le domande, anche queste semplici, sorgono spontanee: se il governo non ha disposizione dati dettagliati ma deve ancora raccoglierli (e la cosa occuperebbe troppo tempo) come ha fatto a decidere che quello sulla prescrizione era un intervento prioritario? Se invece ha i dati e li ha già raccolti, cosa che potrebbe giustificare l'intervento, perché non li fornisce alle opposizioni ma presenta solo una tabella generica? La risposta, canterebbe Bob Dylan, soffia nel vento, coperta dalle urla e degli slogan di un governo alla costante ricerca di provvedimenti di distrazione di massa.

 

(hanno collaborato Paolo Emilio Russo e Gianluca De Filio)

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