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Il calvario del giudizio, dove il tempo perde significato

La metafisica dell’emendamento Bonafede e l’irragionevole eternità dei processi

11 Novembre 2018 alle 06:00

Il calvario del giudizio, dove il tempo perde significato

Foto via PxHere

Il silenzio eterno di questi spazi infiniti mi spaventa, scriveva Pascal, che non aveva neppure osato immaginare l’eterno ruminio dei processi infiniti, non si era spinto fino a concepire la visione dantesca di una Giudecca giudiziaria dove il magistrato-Lucifero strazia coi denti, “a guisa di maciulla”, l’imputato finito per disavventura nelle sue fauci. C’è qualcosa di sottilmente metafisico nell’emendamento Bonafede, per quanto suoni comico pronunciare nello stesso respiro quel cognome e quell’attributo. “Hanno inventato la categoria del processo eterno”, ha detto un grande studioso del diritto penale, Tullio Padovani, in una bella intervista al Dubbio di qualche giorno fa. “Una durata eterna è ragionevole?”, si è chiesto – ed è domanda squisitamente filosofica. Ma la ragionevolezza inscritta nei princìpi costituzionali è appena una debole canna, un nonnulla sospeso tra due infiniti, l’infinito del processo e l’infinito del crimine, che vicendevolmente si implicano.

 

Un pascaliano moderno, il filosofo e moralista Vladimir Jankélévitch, scrisse quasi cinquant’anni fa un saggio sull’“imprescrittibile”. E’ possibile prescrivere i crimini della Shoah? La saggezza del diritto ordinario, rispondeva Jankélévitch, non si può applicare alla dimensione esorbitante di un “crimine metafisico”, espressione di una “malignità ontologica” che lascia muti e annichiliti come il firmamento di Pascal: “Propriamente parlando, il grandioso massacro non è un crimine su scala umana; non più delle grandezze astronomiche e degli anni-luce”. Imprescrittibile, irreparabile e quindi per sua natura inespiabile, se non altro nel tempo breve della vita umana.

    

Ora qualcuno sta accarezzando l’idea di innalzare, o meglio di inabissare, qualunque crimine alla indegnità del crimine metafisico, a cui solo si addice un processo metafisico, in cui il tempo cessa di avere un significato, non potendosi misurare la dismisura. Non si tratta più di tenere la contabilità degli anni, di calcolare il saldo tra il carcere preventivo e il carcere consuntivo, perché il processo svela qui definitivamente la sua natura di pena a cui non ci si può sottrarre. “Il principio nulla poena sine judicio sembra capovolgersi”, notò Salvatore Satta nelle pagine di metafisica giudiziaria de “Il mistero del processo”. “Se il giudizio è necessario alla pena la pena appare necessaria al giudizio: nullum judicium sine poena. Si direbbe anzi che tutta la pena è nel giudizio, che la pena azione – il carcere, il carnefice – interessino soltanto in quanto sono, per così dire, prosecuzione di giudizio (si pensi al termine giustiziare)”.

 

Qualcosa di simile osservò un magistrato tormentato dal proprio ruolo, Piero Pajardi, già presidente della Corte d’appello di Milano, in un commentario che varrebbe la pena ripescare dall’oblio,Il processo di Kafka rivissuto da un giudice (Editalia, 1992): “Il processo come calvario. Il processo come pena ulteriore e non istituzionale”, scriveva in margine a un capitolo del romanzo kafkiano. “Ho sempre provato un tremito leggero, impalpabile, ma ripetitivo, di panico, di fronte al processo. Intraprendere la guida di una macchina complicata e autocondizionata quale è il processo, mi ha sempre turbato, tanto più poi se è una macchina in concreto carente di freni, debole di acceleratore, con il carburatore bolso, i pistoni sfasati, e così via. Ma per giudicare un uomo è necessario tutto questo? E’ proprio necessario ridurlo ad uno straccio non importa poi, quasi, per che cosa dirgli alla fine? Possibile che la filosofia del processo conduca strumentalmente e ineluttabilmente a questo? Il processo tende a stritolare e a distruggere”.

 

Tutto questo Bonafede non arriverebbe mai a concepirlo; lo concepiscono invece certi suoi ispiratori togati, propugnatori di una metafisica feroce. Chissà cosa pensano la sera, prima di dormire il sonno dei giusti, se dalla finestra intravedono un angolo del firmamento. Forse dicono tra sé e sé, compiaciuti: il cielo stellato sopra di me, la legge penale in me.

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