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La deriva nazionalista spiegata da Luciano Violante

“Il sovranismo lotta per la conservazione, non per il progresso”

15 Giugno 2018 alle 06:04

La deriva nazionalista spiegata da Luciano Violante

Luciano Violante (foto LaPresse)

Roma. “Il sovranismo è nazionalismo in smoking”: Luciano Violante ha il dono della sintesi. In occasione dell’uscita del suo ultimo libro Mito e Giustizia (il Mulino), l’ex presidente della Camera riflette con il Foglio sul laboratorio italiano del primo governo europeo composto interamente da forze populiste che agitano la bandiera del ritorno alla sovranità nazionale. “Il nazionalismo non è un’invenzione della Lega. E’ un sentimento reale che attraversa molte società: Giappone, India, Cina, Stati Uniti, Repubblica ceca, Slovenia, Ungheria, Austria, Olanda, Francia.

 

E’ un orientamento culturale e politico che ha carattere globale, non è solo una posizione di partito”. Secondo Violante, all’origine di questo umore mondiale esiste una gigantesca questione sociale. “La globalizzazione è un fenomeno positivo. Ma gli squilibri sociali hanno investito i ceti più deboli, le classi dirigenti liberali e socialdemocratiche non sono state in grado di fornire risposte risolutive e rassicuranti. Si è fatta largo l’idea della chiusura, del respingimento del diverso in nome dell’interesse particolare. Il nazionalismo si alimenta della costruzione del nemico e della paura. Non a caso, lo straniero, l’ebreo e lo zingaro sono da sempre il bersaglio della propaganda nazionalista. Nel Vecchio continente si è aggiunta la demonizzazione dell’Unione europea e delle tecnocrazie incuranti delle effettive esigenze delle persone. Un aiuto al nazionalismo, paradossalmente, l’hanno dato alcune regole comunitarie. Le indicazioni sul rapporto deficit/Pil e sul debito pubblico sono vincolanti, non lo sono invece quelle attinenti ai diritti sociali. In generale, si sono sottovalutate le conseguenze della pressione per lo stato di bisogno”. Per un paese che, pur essendo la terza economia europea, non è certamente una grande potenza, politiche nazionaliste, se davvero perseguite, rischiano di essere esiziali. “Per il cinese Xi o per l’americano Trump il nazionalismo è uno strumento di affermazione della leadership nel mondo globale. Per noi sarebbe disastroso abbandonare la dimensione europea. Nell’Ue siamo garantiti, da soli siamo deboli. Tuttavia dobbiamo porci il problema di come migliorare la costruzione europea superando progressivamente e prudentemente il metodo intergovernativo la cui prevalenza nei palazzi di Bruxelles non è altro che una forma latente di nazionalismo”. Agli occhi del cittadino, l’Europa ha fallito anche nella gestione dei flussi migratori. “Nel nostro paese l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti si è trovato di fronte a un problema enorme, e ha mostrato coraggio nell’attuare soluzioni concrete. Spero che i suoi successori al Viminale siano all’altezza dell’impegno profuso fino a oggi. La vicenda dell’Aquarius, indipendentemente dalle valutazioni critiche che se ne possono dare, ha posto la questione all’attenzione di paesi che sino a ieri giravano la testa dall’altra parte. Ora bisogna essere capaci di gestire la fase senza lasciarsi attrarre dal vortice dell’orbanismo; con politiche credibili, non con parole d’ordine roboanti”.

 

Il suo ultimo libro, scritto a quattro mani con la vicepresidente della Consulta Marta Cartabia, prende le mosse dal mito sofocleo di Antigone per indagare i dilemmi del diritto. “L’eroina greca – prosegue Violante – incarna la rivolta individuale ed egoistica contro il potere costituito. E poi porta in scena la solitudine di chi decide. Chi decide è sempre solo”. Il coro che alla fine tifa per Antigone, dopo aver inizialmente parteggiato per Creonte, è lo specchio della mutevolezza degli umori del popolo. Sullo sfondo si scorge la continua tensione tra i diritti dei cittadini e le norme dello stato, “tra il bisogno della certezza e il parallelo bisogno di nuovo diritto per adeguarsi alle nuove esigenze”. E’ citato il caso dei No Vax che considerano l’obbligatorietà imposta per legge come un oltraggio ai propri valori morali, prescindendo dal criterio di scientificità. “Le classi dirigenti devono essere capaci di risolvere i conflitti, non di esasperarli. L’approvazione della legge sull’interruzione volontaria della gravidanza, ad esempio, fu possibile per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza. Alla legge Fortuna-Baslini sul divorzio si giunse solo dopo il varo della normativa che permetteva il referendum abrogativo. Due manifestazioni della capacità di chiudere i conflitti, una dote di cui il sovranismo è privo. Lottando per la conservazione e non per il progresso, esso rifiuta la mediazione”.

 

Giustizia umana

Il neo ministro della Giustizia Alfonso Bonafede invoca più carcere, identificando la “certezza della pena” con la reclusione dietro le sbarre. “Nel mito greco Creonte minaccia la nipote Antigone di rinchiuderla in una caverna isolata dal resto del mondo. E’ un’idea ancestrale quella del carcere come punizione per eccellenza. Eppure la Costituzione menziona le pene al plurale. Io sono da sempre fautore della necessità di rendere autonomo il ricorso alle misure sostitutive che si confermano più efficaci anche sul piano della minore recidività dei soggetti beneficiari. E poi penso che il nostro ordinamento dovrebbe adottare il processo bifasico: un giudice stabilisce la responsabilità per il fatto; in caso di accertamento della colpevolezza, un secondo giudice fissa l’entità della pena tenendo in considerazione la personalità del singolo”. Il contratto di governo pentaleghista rema in direzione opposta: si prefigge di restringere l’area delle depenalizzazioni e di costruire nuovi istituti penitenziari. “Oggi un detenuto costa allo stato circa centosettanta euro al giorno, più di cinquemila euro al mese. Se a diecimila detenuti si offrisse un reddito mensile di duemila euro concedendo loro la libertà a patto che non tornino a delinquere per un certo numero di anni, lo stato risparmierebbe e i reati diminuirebbero. E’ solo un paradosso naturalmente; ma serve a far capire che bisogna cambiare”.

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