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L’ex ministro Castelli a Bonafede: meglio depenalizzare che inasprire

Siamo l’unico paese europeo dove esiste l’obbligatorietà dell’azione penale: per questo "l’Italia è afflitta da un numero mostruoso di procedimenti pendenti"

5 Settembre 2018 alle 11:00

L’ex ministro Castelli a Bonafede: meglio depenalizzare che inasprire

Roberto Castelli (foto Imagoeconomica)

Roma. In privato Matteo Salvini si mostra perplesso: “Gli aumenti indiscriminati di pena non sono la soluzione”. In pubblico il patto tra Lega e M5s tiene. A Roberto Castelli, più volte ministro e leghista di lungo corso, chiediamo un parere sul ddl anticorruzione. Ma prima di tutto sul leader in ascesa. “Ha le palle d’acciaio”, il dono della sintesi. Adesso il vicepremier è indagato per sequestro di persona. “Gli consiglio di non rinunciare all’immunità, è una garanzia costituzionale volta a proteggere gli eletti da attacchi surrettizi di natura politica”. Il punto più controverso del testo presentato dal Guardasigilli Alfonso Bonafede riguarda il cosiddetto “daspo”, vale a dire il divieto perpetuo a contrattare con la Pubblica amministrazione per chi abbia condanne superiori a due anni. Anche in caso di riabilitazione, la pena accessoria non sarebbe cancellata. “La lotta alla corruzione è sacrosanta. Il carattere perpetuo del daspo potrebbe essere censurato d’incostituzionalità poiché in contrasto con il principio della redenzione del reo”. Attualmente, una volta scontata la condanna, se il tribunale di sorveglianza riconosce la riabilitazione dalla pena principale, cadono anche quelle accessorie. “E’ un fatto di buon senso. Trattandosi di un disegno di legge, si potranno apportare modifiche”. Il rischio è che, a fronte di misure draconiane, l’incentivo a collaborare con la pubblica autorità, e a denunciare casi di malversazione, si affievolisca. “Negli Stati Uniti chi collabora viene premiato. Bisogna seguire lo schema applicato con le Brigate rosse, a meno che non si ritenga una tangente più grave di un omicidio”.

 

Nel 2001, da ministro della Giustizia, lei si è intestato la normativa sulla responsabilità penale d’impresa, la famigerata 231. “Quella legge costituisce oggi il fulcro del diritto penale dell’economia, uno strumento efficace. Quando sento annunciare trionfalisticamente l’avvio di una nuova stagione di lotta alla corruzione, resto perplesso. I diversi ministri, avvicendatisi in via Arenula, hanno proseguito un percorso coerente che ha dotato il nostro ordinamento di dispositivi specifici contro i reati dei colletti bianchi. Bonafede non è un pioniere in questo campo e, sebbene presenti il suo ddl come rivoluzionario, dubito che esso segnerà una svolta epocale”. Il ddl inasprisce di un terzo le pene per una sfilza di reati contro la Pa, pone limiti alla sospensione della condizionale e introduce la figura dell’agente sotto copertura.

 

L’Italia è afflitta da un numero mostruoso di procedimenti pendenti. Suggerirei al ministro di consultare il progetto di riforma del codice penale predisposto da Carlo Nordio: servono massicce depenalizzazioni”. Su questo il contratto di governo annuncia un dietrofront: più penale, più reati e massimi edittali più alti. “E’ comodo occuparsi di corruzione anziché toccare i gangli del sistema. Da ministro della Giustizia, ho varato l’ultima vera riforma dell’ordinamento giudiziario intervenendo sui meccanismi di promozioni, concorsi, carriere, questioni oggi ridotte a tabù. Siamo l’unico paese europeo dove esiste l’obbligatorietà dell’azione penale”. Dopo aver tuonato contro le porte girevoli, adesso il Guardasigilli sbarra la strada ad Anna Finocchiaro, già collocata dal Csm al ministero. Dopo trent’anni in Parlamento, il ministro prefigura per lei il ritorno alla toga. “Stimo Finocchiaro, ritengo tuttavia che un magistrato non debba tornare a svolgere funzioni giurisdizionali; ma il ministero comporta non minori problemi per una figura così connotata”.

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