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Girodiruota – GiroDiVino

Il Barbaresco portò fortuna a Vito Taccone

Al Giro d'Italia del 1963 lo scalatore abruzzese vinse cinque tappe, la prima a Asti. Dopo l'arrivo fu coinvolto in un brindisi benaugurante da un suo concittadino e suo tifoso

29 Maggio 2020 alle 15:17

Il Barbaresco portò fortuna a Vito Taccone

foto LaPresse

La diciannovesima tappa del Giro d'Italia 2020 doveva partire da Morbegno e arrivare a Asti. La dicannovesima tappa di GiroDiVino (qui trovate tutte le altre puntate) è da leggere bevendo una bottiglia di Barbaresco "Meruzzano" della Azienda Agricola Abrigo Orlando, Treiso d'Alba (Cn).

  


 

Vitaliano Carboni la sua terra non la vedeva da anni e iniziava a provare una sottile e immotivata nostalgia. Perché lì dov’era nato c’aveva vissuto appena dieci anni, poi i suoi genitori avevano fatto i bagagli, avevano salutato tutto e tutti ed erano saliti a faticare al nord, in quella Torino che sembrava un’America un po’ più vicina dell’America. Non era così, ma comunque a campare si riusciva e anche in modo dignitoso, tanto Vitaliano riuscì ad andare a studiare ad Asti alla Stazione Enologica Sperimentale, perché di una cosa suo padre era sicuro nella vita: di bere e di mangiare l’uomo avrà sempre bisogno. 

 

Vitaliano Carboni ad Asti si trasferì nel 1959 e con sé porto pochi vestiti e la sua Coppi, perché di una cosa era sicuro nella vita: che uno deve studiare e lavorare, sposarsi e fare figli, ma se si può pedalare su di una bella bici da corsa è meglio. E in bicicletta si face prima avanti indietro da Asti a Montegrosso, dove aveva trovato ospitalità da una zia di una zia di un compaesano, e poi da Montegrosso a Barbaresco, visto che a Canelli, alla Gancia, non era riuscito a entrare per un solo punto. Fu un bello smacco quello, perché tutti sognavano di entrare alla Gancia, ché lì il lavoro, se facevi il bravo, era assicurato. 

  

Quando non era in cantina, Vitaliano Carboni, pensava a casa sua, visto che le ragazze, terùn com’era, mica se lo filavano. E quando non pensava a casa sua, sognava i campioni delle biciclette, Fausto Coppi su tutti. Tanto che quando morì pianse per un giorno intero e si promise che il ciclismo non l’avrebbe visto più. 

 

Non ce la fece. 

  

Il 29 maggio del 1960 si piazzò con migliaia di altre persone lungo le strade di Asti a vedere arrivare il Giro d’Italia. Ma solo per guastarsi l'arrivo, che lui era per Coppi e non poteva tifare qualcun altro.

 

Nemmeno questo riuscì a mantenere.

 

Perché in gruppo si palesò nel 1961 un ragazzino che veniva dal suo stesso paese e che in salita andava che era una meraviglia: Vito Taccone. Poteva non tenere per uno che come lui era di Avezzano? Certo che no. 

 

Nel 1962 lo andò a vedere vincere il Giro del Piemonte e quando Torriani annunciò che il Giro avrebbe fatto di nuovo tappa ad Asti, lui annunciò a tutti che quel giorno non ci sarebbe stato in cantina, perché avrebbe avuto da fare.  

 

Aveva così a lungo pregato la Madonna che potesse dargli la grazia di vedere quel Vito Taccone da Avezzano passare per primo il traguardo di Asti - tra l’altro c’aveva anche scommesso qualche mila lire con i colleghi - che quando vide comparire la sua sagoma davanti a quella di Silvano Ciampi, Renzo Fontona, Armando Pellegrini, Luigi Mele, Giuseppe Fallarini e Luigi Zaimbro gli sembrò che tutto fosse un sogno. Invece era tutto vero. 

 

Era talmente felice che prima se ne girò per il paese in festa senza capire bene dove stesse andando e poi decise di farsi dire dov’era l’albergo della Lygie. 

 

Quando arrivò non c’era nessuno davanti e nemmeno una foglia si muoveva nel piazzale. Rimase un po’ ad attendere, con la speranza a zero. Fu quando decise di andarsene che qualcosa si mosse all’orizzonte. Vito Taccone era là a qualche decina di metri da lui. Lo chiamò, gli disse qualcosa in dialetto. Lui si fermò, sorrise. Vitaliano Carboni tirò fuori una bottiglia di vino dalla borsa. “Questo l’ho vendemmiato io. Facciamo un brindisi porta fortuna?”. Taccone stava per rifiutare, quando il direttore sportivo Alfredo Sivocci chiese: “Che vino è?”. “È rosso di quello buono, l’ho vendemmiato io”. Taccone guardò Sivocci che guardò un suo collaboratore. Contò i presenti. “Vammi a prendere sette bicchieri”.

 

“Alla prima di tante vittorie”, disse Vitaliano Carboni. “E speriamo una dietro l’altra!”, aggiunse. Taccone si toccò le parti basse, Sivocci se la rise. Brindarono. 

 

In quel Giro del 1963 Taccone vinse cinque tappe. Quattro di fila, la prima fu quella di Asti. 

 


 

Tutte le altre tappe di GiroDiVino le trovate qui

 

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Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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