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Girodiruota – GiroDiVino

Un vuoto nell'animo

Una Legnano, una maglia in lana, una bottiglia di vino e un ingegnere in bicicletta che non riesce a scordare quando i Laghi di Cancano non esistevano

28 Maggio 2020 alle 13:05

Un vuoto nell'animo

Foto di Davide Cavalli - Imported from 500px (archived version) by the Archive Team. (detail page), CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=73618045

La diciottesima tappa del Giro d'Italia 2020 doveva partire da Pinzolo e arrivare ai Laghi di Cancano. La diciottesima tappa di GiroDiVino (qui trovate tutte le altre puntate) è da leggere bevendo una bottiglia di Sfursat - Sforzato di Valtellina della Cantina Nino Negri, Chiuro (SO).

  


 

L’ingegner Bormioli si era concesso qualche giorno di vacanza come da tanto tempo non succedeva. Aveva messo la bici nei sedili posteriori della sua Alfa Romeo 1900 e da Milano era salito a Bormio, senza famiglia al seguito, senza nessuno. Aveva bisogno di prendersi una pausa da tutto, di fare i conti con l’unica cosa che nella sua vita aveva lasciato a metà.

 

Aveva superato i cinquant’anni da un pezzo, ma si sentiva ancora in grande forma. Normale per uno come lui che in bicicletta usciva ogni volta che poteva e che di chilometri ne aveva macinati a centinaia di migliaia durante gli anni. Aveva pure provato a fare il corridore, ma poi lo studio e il poco talento l’avevano indirizzato altrove. Non si era mai crucciato di ciò, ché il Signore ha progetti per ognuno e agli uomini tocca solo essere intelligenti e realisti per comprenderli e metterli in pratica. E nel suo caso la via non era certo quella del ciclismo. 

 

Arrivato a Bormio si concesse lunghe passeggiate per i boschi, qualche pedalata, e pomeriggi di lettura. Aveva tempo prima dell’appuntamento. 

 

Quel giorno la sveglia suonò presto. Fece le sue solite flessioni, si lavò e profumò con l’acqua di colonia come ogni giorno, fece una abbondante colazione come da tradizione, ma, una volta in camerca, lasciò la camicia nell’armadio per infilarsi una maglia di lana verde con le maniche rosse, quella che il suo amico Avucatt gli aveva regalato qualche anno prima. 

 

Lasciò Bormio che ancora si stava stiracchiando per la dormita e prese verso est. Non fosse stato per i baffi e i capelli ormai più bianchi che neri e quello zaino sulla schiena, la sua sagoma secca e svelta a muovere i pedali della bicicletta in tinta con la maglia poteva essere anche scambiata per quella di un vero corridore, uno di quelli che da lì a pochi giorni si sarebbero giocati il Giro d’Italia. 

 

Il suo movimento iniziò ad appesantirsi solo ai primi tornanti che lo avrebbero portato a destinazione. Iniziò a ciondolare, a sbuffare, a sentirsi andare a fuoco gambe e polmoni. Resistette il possibile, poi scese di bici e iniziò a salire a piedi con una mano sul manubrio e l’altra a penzoloni. Se la ricordava più semplice la salita. Si rese solo allora conto di essere invecchiato più di quello che credeva. 

 

Quel serpente alpino aveva iniziato a percorrerlo alla fine degli anni Venti che era un ragazzino alle prime esperienze lavorative. La fece avanti e indietro per anni, tanto che fece in tempo a trovare l’amore, a portarlo all’altare, e a metter su casa e prole. Milano lo rivide tornare nel 1934, ma solo per pochi anni, perché quei tornanti lo richiamarono a rapporto. Una seconda diga da costruire, e questa volta con un posto di prestigio, certo non da progettista, ma nemmeno da sbarbatello qualsiasi. 

 

A quel progetto aveva lavorato per tre anni in modo indefesso. Poi la guerra aveva congelato tutto. Le sue matite e il suo far di conto si trasferirono in altri uffici, e poi in altre montagne con un fucile in mano e la paura di non rivedere la sua famiglia.  
Poi tutto riprese da principio, come se nulla fosse successo. Stesso posto, stesso luogo, stesso progetto, quello che ormai sentiva suo. Magari fosse stato suo. Così non era. Lo spostarono di luogo, una mansione più alta, più soldi in tasca, ma un vuoto nell’animo. 

 

La strada si placò, rimontò in sella, salutò le torri come aveva sempre fatto. Davanti a lui rivide ciò che aveva contributo a realizzare e dietro ciò a cui era stato strappato. Si alzò sui pedali e accelerò. Cercò il posto adatto. Si sedette ad aspettare. Quando fu il momento, quando l’acqua iniziò a invadere l’incavo del secondo Lago di Cancano, prese dallo zaino la bottiglia di vino che si era portato e ingollò una lunga sorsata, quasi a voler brindare alla nostalgia.

 


 

Tutte le altre tappe di GiroDiVino le trovate qui

 

Un Giro DiVino

Ventuno storie di vino e biciclette per ventuno tappe che dovevano esserci ma non ci saranno. Ventun bottiglie da gustare per sopportare la mancanza della corsa rosa

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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