Da sinistra a destra: Miguel Angel Lopez, Esteban Chaves, Fabio Aru, Chris Froome, Thibaut Pinot e Tom Dumoulin

Sei personaggi in cerca di un Giro d'Italia

Giovanni Battistuzzi

Dumoulin per il bis, Froome per dimenticare l'inverno, Aru per ritrovarsi, Chaves per dimenticare, Lopez per lanciarsi, Pinot perché è ora. Domani inizia la Corsa Rosa

C'è un palcoscenico di 3.562,9 chilometri, ci sono ventuno atti da rappresentare, c'è un sipario che si leverà venerdì da Yitzchak Kariv St., Gerusalemme, davanti a 176 corridori. Ci sono uomini in cerca di imprese giornaliere o trisettimanali, uomini da fuga o da volata, da cronometro o da salita, uomini che volenti o nolenti pedaleranno assieme per ventiquattro giorni con l'unico scopo di distanziare chi si ha accanto, lasciarlo indietro, non avere ruote davanti da osservare, almeno negli ultimi metri, almeno sotto l'arrivo. Tra questi ci sono soprattutto sei personaggi in cerca d'autore, che non hanno l'aria smarrita e perplessa di quelli di Luigi Pirandello, anzi, che sanno dove si trovano e cosa vogliono fare, ma che si portano tutti una storia da raccontare e pensieri difficili da far sparire. Sei uomini per un Giro d'Italia, il centunesimo della storia, il primo a partire fuori dai confini europei, da Israele.

 

Sul palco, dietro ai tendoni, c'è Esteban Chaves e le sue speranze di ritrovare il se stesso del 2016; c'è Miguel Angel Lopez e il suo desiderio di dimostrare a tutti che in salita meglio di lui non c'è nessuno; c'è Thibaut Pinot e la sua volontà di far capire di essere un vincente e non solo un piazzato; c'è Fabio Aru e il suo senso del tempo perso, di due anni sbagliati, ma nemmeno troppo; c'è Tom Dumoulin e la certezza di essere forte, fortissimo, ma con l'altra certezza che ripetersi è sempre problematico; c'è Chris Froome e il peso di un giudizio sospeso, la convinzione di non aver fatto nulla di grave e l'incertezza che questo lo dovrà decidere un giudice svizzero.

 

Sei uomini e sei vite in bicicletta che si dipaneranno come le strade del Giro. Sei uomini e sei vite in bicicletta che ogni giorno proveranno a mettere secondi tra loro e gli altri, per tenere a bada e a distanza i rivali, che attenderanno i luoghi più luoghi di tutti, le salite, quei tratti d'asfalto che da sempre sono crocevia di speranze e ambizioni. Quei luoghi che cambiano ogni anno e che in queste tre settimane si chiameranno Etna, Montevergine di Mercogliano, Gran Sasso d'Italia, Monte Zoncolan, Sappada e i suoi antipasti (Passo Mauria, Tre Croci, Sant'Antonio, Costalissoio), Pratonevoso, Jafferau e il suo prologo a testa in su (Colle delle Finestre e Sestrière), prima del gran finale ascensionale a Cervinia anticipato a breve giro di ruota dal Col Tsecore e dal Col Saint Pantaléon.

 

 

Sergio Leone nel 1985 disse che "il ciclismo era un po' come un film western, dove i grandi protagonisti si prendono a pistolettate per settimane e alla fine fanno una gran fatica per pochi pugni di dollari". Aggiunse che uno "con una faccia come Francesco Moser, che nel volto ha tutte le sofferenze dello sport", l'avrebbe visto bene in un suo film. Sarà che facce come quella di Moser sono un intero romanzo; sarà che l'anno prima a Verona, l'ultima tappa del Giro 1984 era sembrata una sceneggiatura cinematografica, un duello a distanza tra due cavalieri in bicicletta; sarà che forse davvero il ciclismo ricorda il vecchio west: una lotta tutti contro tutti dove le difficoltà del natura mettono alla prova i protagonisti; sarà che forse Leone aveva ragione.

 

E così ogni edizione ha la sua ambientazione, i suoi protagonisti, soprattutto la sua trama. Una trama che non sempre va come ce la si aspetta. Basta chiederlo a Nairo Quintana e Vincenzo Nibali che l'anno scorso dovevano essere i grandi rivali e che rivali sono stati ma dietro a Tom Dumoulin, partito come possibile terzo incomodo, diventato padrone di una corsa che è stata incerta sino all'ultima cronometro.

 

 

E così il palcoscenico del Giro molte volte davvero sembra abitato da pistoleri, ognuno con la propria maschera e il loro ruolo, con un canovaccio da rispettare ma che molto spesso non viene rispettato. Improvvisazione, Imprò, coup de théâtre. Ci sono il "Il buono, il brutto e il cattivo", o meglio, storpiandolo il giusto, "Il bello, il brutto e il cattivo". E a vestire i panni di Clint Eastwood ci proverà Tom Dumoulin, più bello che buono, perché la Ruspa olandese è di bell'aspetto, ma uno che non non molla, che non si commuove nel vedere gli avversari in difficoltà, che non ha paura di nulla e che sicuramente cercherà di sfruttare la minima occasione per far pagare secondi ai rivali. Uno che in sella è uno spettacolo, che le gambe le sa far vorticare e che anche con la lingua ha imparato ha far aumentare il peso sulle spalle degli avversari. "Se mi fossi trovato nella situazione di Froome non mi sarei presentato al via del Giro. Cosa succederà se vincerà lui? Magari passeranno settimane prima di avere certezze". Nessuna cattiveria, ma una carezza a mano chiusa, un benvenuto per togliere i riflettori su di sé e portarli su chi può solo perdere, perché abituato a vincere.

 


Tom Dumoulin durante il Giro d'Italia 2017 (foto LaPresse)


 

Chris Froome era dal 2010 che non tornava al Giro. Non era andata bene quell'anno: estromesso dalla corsa per traino sul Mortirolo. Ma tant'è. Era un altro corridore, uno che poteva diventare forte, ma doveva trovare qualcuno che lo preparasse a tirar fuori il suo meglio: l'ha trovato alla Sky, ha trovato la guida che gli serviva in un uomo educato e dai lineamenti aggraziati e soprattutto una conoscenza pazzesca di come funziona il corpo umano, Tim Kerrison. Froome ha imparato a capirsi, a pedalare, a correre più forte degli altri. Poi ha compreso anche come sopportare le mezze parole e le accuse velate, i sospetti e le ingiurie. Ha imparato a rispondere alle provocazioni: "Posso capire la sua frustrazione, ma al contempo ho il diritto di venire qui a correre e correre per la vittoria per dimostrare che non ho fatto niente di sbagliato. Sarebbe dovuto rimanere un procedimento confidenziale, ma è diventato pubblico e non mi ha fatto certo piacere". Vestirà i panni di Tuco Ramírez, il Brutto, non per aspetto, s'intenda, ma per modo di pedalare, di imbruttire a frullate gli avversari.

 

Il Cattivo dei tre sarà Fabio Aru ed è cattiveria agonistica, perché a quella si affida sempre il sardo, alla sua volontà di non mollare mai. Aru sa volare, ne ha dato dimostrazione in questi anni, ma fatica più degli altri a trovare la sua dimensione. Non è un predestinato, non lo è mai stato, ma ha sempre avuto più tigna degli altri, più volontà e quando le pendenze tirano indietro la ruota, la riportano a valle, ecco che tutto questo diventa utile, lo alleggerisce, lo eleva, gli fa trovare la forza di forzare ancora, provare l'avanguardia, l'ebbrezza del volo.

 


Fabio Aru con Chris Froome all'ultimo Tour de France (foto LaPresse)


 

Tre pistoleri e altri tre o forse di più.

 

Perché anche Thibaut Pinot come Aru è uno che non molla, perché anche il francese come il sardo è uno che piuttosto di farsi staccare si farebbe esplodere. E se riesce a non trovare la giornata storta più di qualche problema a quegli altri tre la può dare. Perché Esteban Chaves è corridore da alta quota e da alta classifica, scalatore sopraffino, ma al quale le gambe girano bene se la sua testa fa altrettanto, se non si fa abbattere dalle difficoltà, e soprattutto se riesce a evitare l'asfalto. Il colombiano è leggero, in salita sa volare come un Colibrì, il problema che a volte vola anche giù dalla bicicletta. Perché Miguel Angel Lopez è esperienza ascensionale, corridore da scalata, vortice che può far dannare molti, ma che ha bisogno di capire lui stesso dove può arrivare, quanto può fiottare, prima di esaurirsi.

 

Le loro difficoltà, le loro crisi, le loro incertezza saranno le gioie di altri personaggi, quelli che tutti danno come comparse ma che comparse potrebbero non essere, che comparse sicuramente non vorranno essere.

 

Come Domenico Pozzovivo che ha dimostrato al Tour of the Alpes di andare forte come poche altre volte era andato. Come Louis Meintjes che a 26 anni si è stufato di essere classificato come promessa, si è stufato di farsi staccare a fatica, e vorrebbe avere l'ambizione di un posto il più vicino possibile al podio. Come Michael Woods che alle tre settimane sta iniziando a prendere le misure a oltre trent'anni dopo aver corso, a piedi, per oltre un decennio ed essersi innamorato della bicicletta nemmeno dieci anni fa: una storia d'amore, un cuore che batte ancora forte. Come Giulio Ciccone che il cuore l'ha rimesso a posto e ora vuole rimettersi in pari anche con il ciclismo, perché il talento è lo stesso di quando al Giro si materializzò nel 2016 in cima a Sestola. Come Rohan Dennis, che tutti ancora considerano uomo buono contro il tempo e poco altro, ma che studia da classifica da un po' e non è detto che a furia di studiare si impari davvero a mettere gli altri dietro.

 

C'è un palcoscenico di 3.562,9 chilometri, ci sono ventuno atti da rappresentare, una pièce chiamata Giro d'Italia che parte domani con centosettantasei storie diverse all'interno, e un pubblico che prima o poi dalla strada o dal divano dirà "Manicomio! Manicomio!".  

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