Sono passati due anni dalla morte di Alexei Navalny. Tutte le bugie del Cremlino

Così abbiamo raccontato sul Foglio la storia dell'oppositore politico che ha cambiato la guerra all’informazione di Vladimir Putin 

 Il 16 febbraio del 2024 l’oppositore russo Alexei Navalny è stato ucciso, a Charp, nella colonia penale IK-3, in Siberia. Nei quattro anni di detenzione era stato messo in isolamento di continuo, spostato da una colonia penale all’altra, sottoposto ad altri processi: non appariva più dietro una lastra di vetro, ma smagrito con i capelli rasati, assisteva alla pronuncia delle sue condanne nelle stanze delle prigioni, a volte dietro le sbarre, con il “virus della libertà” che gli brillava negli occhi.  Laboratori di analisi di Regno Unito, Francia, Germania, Svezia e Paesi Bassi che hanno potuto analizzare campioni di biomateriali portati in Europa, hanno stabilito la causa della morte:  l’uso di una rara tossina neurotossica, l’epibatidina, che si trova nella rana freccia, un anfibio originario dell’Ecuador. 

Già nel 2020 Navalny era stato avvelenato, soltanto la pressione internazionale convinse le autorità russe a permettere il suo trasferimento in una clinica di Berlino, dove le analisi confermarono che all'oppositore era stata somministrata una dose di Novichok, il nervino che gli uomini dei servizi segreti russi hanno utilizzato contro dissidenti, attivisti, ex spie. Navalny era poi tornato in Russia sapendo bene che Mosca lo avrebbe atteso con un mandato di arresto in aeroporto. Ma per le strade di Mosca non c’era soltanto la polizia, c’erano anche alcuni manifestanti. Per evitare che l’oppositore fosse accolto da un bagno di folla, le autorità di Mosca ordinarono di dirottare il volo dall’aeroporto di Vnukovo, dove erano state organizzate le manifestazioni per accoglierlo, a quello di Sheremetovo dove ad aspettarlo c’era soltanto la polizia. Da quel momento, l’oppositore non è più uscito dal carcere: processo dopo processo lui e i suoi collaboratori hanno visto la condanna allungarsi, Navalny doveva rimanere in prigione per diventare invisibile. 

Navalny aveva mobilitato pezzi di società civile, masse di giovani, aveva costruito un circuito di comunicazione pericoloso. Se per Anna Politkovskaja era stato sufficiente un agguato metropolitano, se lo stesso era stato simbolicamente per Boris Nemtsov, a due passi dal Cremlino, se molti altri erano stati colpiti all’estero dove avevano cercato un precario rifugio, per Navalny le cose erano più complicate, ha scritto sul Foglio Giuliano Ferrara. Alexei Navalny aveva avuto un’intuizione: piazzarsi dove il Cremlino non aveva ancora trovato spazio, perché troppo occupato a esercitare la sua pressione con i vecchi arnesi della comunicazione, e usare come arma l’ironia, la più feroce, scorticante, indigesta per il presidente russo, abituato a non sorridere e a mostrare i muscoli.

“Privet, eto Navalny” era il saluto di un nuovo modo di fare politica, in cui l’oppositore aveva deciso di non parlare soltanto di democrazia, brogli elettorali, ma di mettere al centro di tutto un tema in grado di far imbestialire i russi: la corruzione. Privet, eto Navalny. Ciao, sono Navalny, divenne il messaggio con cui l’oppositore si presentava a chi voleva ascoltarlo. Si metteva davanti a una telecamera, salutava, e raccontava le sue inchieste, le notizie che la propaganda non dava o diversamente da come le dava la propaganda. Raccontava barzellette che avevano sempre come protagonista Putin e i suoi: la derisione del leader era un fatto che per il presidente russo non doveva essere ammesso, invece divenne quotidiana, serrata. 

 

Il film della vita di Navalny – “Se mi uccideranno, non arrendetevi”, aveva detto in un appello pubblico il 25 aprile di due anni fa – è il film di tutto quello che Putin rappresenta, "per il mondo libero, ma è anche il film di tutto quello che i cavalli di Troia del putinismo hanno per troppo tempo cercato di nascondere sotto il tappeto dell’ipocrisia e dell’irresponsabilità. Diritti umani calpestati, prassi democratiche asfaltate, violenza di stato legittimata, oppositori misteriosamente avvelenati", ha scritto il direttore Claudio Cerasa. Navalny detestava Putin, velenosamente ricambiato, ma detestava anche tutti gli utili idioti del putinismo, quelli desiderosi di usare Putin per provare a distruggere l’Europa. Odiava Putin, amava la libertà, amava la democrazia e pur essendo un nazionalista convinto nell’ultima parte della sua vita ha mostrato di avere a cuore qualcosa anche dell’Europa.

Una delle tante versioni del Cremlino sulla morte dell'oppositore era che nella colonia penale fosse accaduto un “triste evento”, una morte in prigione che può accadere, e che era stato un vero peccato perché poco prima della morte sarebbe stata in corso una trattativa che prevedeva lo scambio proprio del dissidente. Un'altra versione del ministro degli Esteri russo era che per  la morte di Navalny era da incolpare la Germania: nel periodo che ha trascorso a Berlino – dove era arrivato per essere salvato da un avvelenamento da parte dei servizi segreti russi con il Novicok, un agente nervino – non si sa “cosa gli hanno fatto”. Ieri sull'ultima scoperta dei  cinque paesi europei  il Cremlino ha respinto categoricamente le accuse: "Naturalmente, non accettiamo tali accuse. Non siamo d'accordo. Le consideriamo parziali e prive di fondamento. E le respingiamo fermamente", ha detto Peskov ai giornalisti.

Il presidente russo Vladimir Putin negli anni ha creato un sistema in cui lo spazio per l’opposizione o per il confronto non esiste. Un sistema in cui il dissenso non è ammesso, è considerato da eliminare, e di questo dissenso in Russia Alexei Navalny era diventato il regista: sul Foglio abbiamo raccontato il piano premeditato del Cremlino  per far scomparire l'oppositore, colpendo prima la sua salute, con il primo avvelenamento, poi la libertà, una volta tornato in Russia, fino a togliergli la voce, con il trasferimento nel  carcere di massima sicurezza in Siberia, dove è morto.

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