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il colloquio

Sveglia Europa sulla difesa, al netto di Trump. Parla il prof. Grygiel

Marco Bardazzi

"Non è solo un tema che riguarda la Russia. Basta pensare al Mediterraneo, al Nord Africa:  vi aspettate che anche su quel fronte a proteggervi ci saranno la Nato o gli Stati Uniti?”,  dice il docente di relazioni internazionali alla Catholic University di Washington

La domanda arriva da Washington: “Europei, che altro vi serve per cominciare a pensare seriamente alla vostra sicurezza?”. Perché una cosa è scandalizzarsi per le parole di Donald Trump o per quello che ha fatto Vladimir Putin all’Ucraina o ad Alexei Navalny. Altro è cominciare a immaginare un possibile futuro dove alla Casa Bianca torna Trump e sarà sempre più difficile affidarsi alla Nato e agli Stati Uniti per la difesa dei confini europei. Per il professor Jakub Grygiel, che insegna relazioni internazionali alla Catholic University di Washington ed è autore di influenti articoli e libri di strategia, a sorprenderci non dovrebbero essere tanto le parole di Trump in campagna elettorale, quanto il tempo sprecato dall’Unione europea in questi anni per rispondere alle sfide che erano già emerse negli anni del trumpismo. “In realtà ormai sono cinquant’anni che va avanti questa discussione”, dice al Foglio, “e i paesi europei continuano a non voler aumentare le spese per la difesa, che sono indispensabili. Non è solo un tema che riguarda la Russia. Basta pensare al Mediterraneo, al Nord Africa: voi italiani vi aspettate che anche su quel fronte a proteggervi ci saranno la Nato o gli Stati Uniti?”.

Trump ha destato allarme con il suo invito a Putin a fare “quello che gli pare” con i paesi europei che non si mettono in regola con la loro fetta di contributi da versare per la Nato. Grygiel è uno che il mondo trumpiano lo conosce bene, ha avuto un incarico ufficiale di consigliere nel dipartimento di stato dell’Amministrazione Trump e frequenta think tank come The Marathon Initiative che sicuramente non sono simpatizzanti di Joe Biden. Anche per lui stavolta Trump si è spinto troppo oltre. “E’ stata un’escalation della retorica elettorale, ma lo ha portato su un terreno pericoloso. Una cosa è dire agli alleati di armarsi e spendere almeno il 2 per cento del pil, invece di lasciare gran parte del peso della difesa dell’Europa all’America. Altra cosa è dire al nemico ‘fai quello che vuoi’. Capisco che questa cosa abbia spaventato gli europei”. 

 

Difficile che le parole dell’ex presidente potessero lasciare indifferente uno come Grygiel, che è cresciuto a Roma,  figlio del grande filosofo polacco Stanislaw Grygiel, amico e studioso di Giovanni Paolo II scomparso lo scorso anno. Un polacco non può non vivere con inquietudine le parole di Trump e le azioni di Putin. Ma il politologo invita anche a contestualizzare il tutto. “Le cose che gli aspiranti presidenti dicono in campagna elettorale vanno prese con le molle, quando arrivano alla Casa Bianca molto spesso fanno cose completamente diverse da quello che era emerso nella retorica dei comizi. Non è un tema che riguarda solo Trump. Quando George W. Bush era in campagna elettorale per diventare presidente nel 2000, tutta la sua proposta di politica estera si basava sulla volontà di non coinvolgere mai più l’America in guerre o iniziative di nation building. Poi gli è capitato l’11 settembre e la sua presidenza è stata l’opposto di quello che proclamava quando cercava il voto degli americani”.

Non date troppo peso alle parole di Trump, è quindi il monito di Grygiel, ma interrogatevi sul perché avete fatto così poco in Europa sul fronte della sicurezza dopo che questi interrogativi erano emersi anche durante gli anni in cui The Donald era alla Casa Bianca. “Per di più la richiesta agli europei di contribuire di più alle spese della Nato”, ricorda Grygiel, “è tutt’altro che un tema inventato da Trump. Barck Obama era stato molto insistente su questo e ogni presidente americano dai tempi di Eisenhower ha fatto richieste analoghe agli europei”. 

E non aspettatevi che in qualche modo le uscite filoPutin di Trump lo danneggino con l’elettorato americano. “Gli elettori che hanno origini nell’Europa dell’est in gran parte votano democratico, anche negli stati-chiave che determineranno le elezioni. Quei voti che Trump può perdere con gli americani di origine ucraina sono niente in confronto a quelli che guadagna con il resto dell’America, dove c’è una profonda stanchezza per l’impegno americano nel resto del mondo. E’ molto più in difficoltà Biden con gli elettori arabi, che non apprezzano la sua linea in medio oriente”.

Il presidente, secondo Grygiel, è profondamente nei guai sul fronte della politica estera. “Biden non voleva la guerra in Ucraina, da due anni è obbligato ad aiutare gli ucraini ma non lo fa mai pienamente e con tutte le forze disponibili. Ora deve trovare un modo di concludere questa guerra, perché non vuole presentarsi alle elezioni con due fronti aperti come l’Ucraina e il medio oriente, dopo che aveva rischiato tutto e fatto un disastro per chiudere l’Afghanistan proprio per non avere più guerre ancora aperte. Nel frattempo, però, Biden fa cose incomprensibili come quella di attaccare gli houthi: qual è la strategia? Perché ci stiamo infilando anche nella vicenda dello Yemen?”.

C’è stanchezza in America (e Trump lo sa) e c’è stanchezza anche a Washington, tra i decisori e nelle stanze dove si elabora la politica estera e di difesa americana. “Diciamolo chiaramente: quantomeno tra le persone al vertice della politica estera del paese, non è che ci sia proprio unanimità sul fatto che l’Ucraina debba essere una priorità per gli Stati Uniti. Le risorse americane non sono infinite. Le munizioni non sono infinite e se dobbiamo decidere quali siano i luoghi del mondo da presidiare, dando una scala di priorità, è sempre più chiaro a tutti che dobbiamo concentrarci sull’Asia, sulla Cina. Mantenendo molta attenzione al medio oriente”. 
L’Europa, è il messaggio, soprattutto se torna Trump dovrà pensare di più a cavarsela da sola. 
 

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