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editoriali

A Orbán, Orbán e mezzo. Al premier ungherese bisogna applicare il suo stesso metodo

Redazione

Lasciamo all’Ungheria il petrolio russo ma poi non diamogli un euro in più: una soluzione per superare lo stallo sul nuovo pacchetto di sanzioni alla Russia

L’Unione europea è sempre più lontana da un accordo sull’embargo del petrolio russo, dopo che il premier ungherese, Viktor Orbán, ha scritto al presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, per chiedergli che il sesto pacchetto di sanzioni sia tolto dall’ordine del giorno del vertice dei capi di stato e di governo del 30 e 31 maggio. “Discutere a livello di leader in assenza di un consenso sarebbe controproducente”, ha scritto Orbán: “Non farebbe altro che mostrare le nostre divisioni interne, senza offrire una possibilità realistica di risolverle”.

L’Ungheria mantiene il veto all’embargo nonostante molte concessioni dell’Ue. Gli altri governi hanno offerto a Orbán due anni in più di tempo prima del divieto di importazioni. La Commissione ha messo sul tavolo 2 miliardi di euro, di cui almeno 800 milioni servirebbero a ristrutturare gli oleodotti e le raffinerie ungheresi. Anche Ursula von der Leyen, che aveva strombazzato l’embargo del petrolio tre settimane fa, ora ritiene che un accordo al vertice sia “irrealistico”.

Per nascondere le divisioni interne all’Ue, la presidente della Commissione ha declassato il problema ungherese da “politico” a “tecnico”. E gli altri stati membri potrebbero essere tentati di fare la stessa cosa, rinviando l’adozione del sesto pacchetto o stralciando l’embargo. Eppure un’alternativa c’è: applicare a Orbán il metodo Orbán. Invece di continuare a fare concessioni, l’Ue dovrebbe dare all’Ungheria una deroga totale sul petrolio russo e al contempo chiudere completamente il rubinetto dei fondi comunitari. Come? Rifiutandosi di approvare il piano di Recovery da 7,2 miliardi fino a quando l’Ungheria non accetterà l’embargo e tagliando gli altri fondi dell’Ue grazie al meccanismo di condizionalità sullo stato di diritto. A Orbán la scelta tra il petrolio russo o la manna europea.

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