Mosca e Pechino, il mondo parallelo

In isolamento. Le sanzioni faranno diventare la Russia una nuova Corea del nord?

Abbiamo parlato con due esperti internazionali di sanzioni per capire quanto e come funzioneranno quelle contro Mosca dopo l'invasione dell'Ucraina

Giulia Pompili

Ai tempi dell’isolamento dal mondo di Kim Jong Un, credevamo che le sanzioni economiche sarebbero state sufficienti a danneggiare così tanto il regime da fargli abbandonare le sue aspirazioni nucleari. Sappiamo che non è andata così, anche grazie al supporter  di Pyongyang, la Cina, che per anni ha sostenuto economicamente il regime e ha agevolato anche il mercato nero in violazione delle sanzioni

Isolamento geografico, aerei a terra, media e brand internazionali che vanno via. E poi divieto di esportazioni, un’economia vicina al collasso che serve soltanto a mantenere in vita il regime. Pochi, pochissimi alleati. E’ la Corea del nord, il paese più sanzionato del mondo, ed è forse il destino della Russia di Vladimir Putin.  Alastair Morgan è stato l’ambasciatore del Regno Unito a Pyongyang, ha lavorato come diplomatico in Cina e fino all’anno scorso era il coordinatore di una istituzione internazionale  importante: il panel di esperti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il team che si occupa di verificare se le sanzioni raggiungono gli obiettivi prefissati dalla comunità internazionale. A lui chiediamo se la Russia diventerà una nuova Corea del nord. “Le sanzioni contro Pyongyang sono quasi complete”, dice al Foglio l’ambasciatore Morgan. “Le sanzioni imposte nel 2017 dal Consiglio di sicurezza dell’Onu si applicano a oltre il 90 per cento del precedente commercio estero Corea del nord, e hanno lo scopo di escluderla dai mercati finanziari globali. Come sancito dal Consiglio di sicurezza, ogni stato membro dell’Onu ha l’obbligo di attuarle”. La prima differenza è quindi sul fatto che quelle contro la Russia sono sanzioni unilaterali: “Le sanzioni contro la Russia non sono ancora così estese nella loro portata e in quanto sanzioni autonome o unilaterali non esiste lo stesso obbligo legale internazionale per gli altri stati membri di attuarle”. Tuttavia, dice Morgan, “l’esposizione della Russia alle sanzioni occidentali potrebbe essere maggiore rispetto a quella della Corea del nord, perché nel 2016-2017 il commercio effettivo della Corea con l’occidente era già molto limitato. Questo non è il caso della Russia”. 


Ai tempi dell’isolamento dal mondo di Kim Jong Un, credevamo che le sanzioni economiche sarebbero state sufficienti a danneggiare così tanto il regime da fargli abbandonare le sue aspirazioni nucleari. Sappiamo che non è andata così, anche grazie al supporter  di Pyongyang, la Cina, che per anni ha sostenuto economicamente il regime e ha agevolato anche il mercato nero in violazione delle sanzioni. Molti analisti oggi pensano a un rapporto simile, con Pechino che tiene in piedi come può il Cremlino. Non a caso ieri si parlava di un ingresso delle banche russe nel gigantesco sistema UnionPay, l’unico autorizzato dal governo cinese a emettere  carte di credito  – meno ricco di Visa e Mastercard, ma più esteso, anche grazie all’influenza politica di Pechino a livello internazionale. “Russia e Cina da tempo hanno trovato un terreno comune all’Onu opponendosi alle sanzioni globali e alle sanzioni unilaterali – anche se la stessa Cina ricorra spesso alla coercizione economica unilaterale”, spiega Morgan. E’ probabile che Mosca e Pechino “cercheranno di rafforzare le loro relazioni commerciali e che la Russia trovi anche altri partner commerciali oltre alla Cina”, per esempio l’India e i paesi sudamericani. Ma “dubito che la Russia voglia essere dipendente economicamente dalla Cina come la Corea del nord lo è per il suo commercio estero, anche se preferirebbe quello a nessun commercio”, dice Morgan. “Le conseguenze secondarie in particolare delle sanzioni statunitensi, e ancor più delle sanzioni finanziarie, potrebbero inibire alcune transazioni della Cina con la Russia”. 


Sulle sanzioni “è importante considerare la scala delle rispettive economie”, dice al Foglio l’analista Aaron Arnold, che si occupa di crimini finanziari al Royal United Services Institute e ha fatto parte anche lui del panel di esperti dell’Onu. “Ciò che funziona per la Corea del nord probabilmente non sarà efficace per la Russia, un’economia molto più ampia e integrata a livello internazionale”. E sul salvagente cinese, Arnold spiega che “anche se Cina e Russia hanno  firmato nuovi accordi energetici, è probabile che sul breve periodo questi non attutiranno le sanzioni occidentali”. Il dubbio è che la Russia “non possa contare su aumenti significativi delle importazioni cinesi di gas a causa dell’aumento dei prezzi globali. E la Cina ha ancora bisogno di bilanciare i suoi interessi economici con l’occidente con i suoi legami politici con la Russia”. Quel legame politico serve a costruire un modello alternativo a quello occidentale, modello che riguarda soprattutto le politiche di sicurezza e di strategia, che si basa su una scala valoriale completamente diversa dalla nostra: “In un certo senso, la Corea del nord è ‘sopravvissuta’ a un elevato livello di autarchia sotto le sanzioni internazionali e in particolare con la chiusura delle frontiere, anche se a un livello che sarebbe considerato inaccettabile per altri paesi”, dice Morgan. Per il mercato cinese, fatto di 1,4 miliardi di persone, risorse, tecnologia avanzata, “la fattibilità di questo progetto è enormemente maggiore. Chiaramente se la Cina e la Russia dovessero cessare gran parte del commercio con l’occidente, si renderebbero necessari importanti riaggiustamenti in Russia, in Cina e anche in occidente”. 
 

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.