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Voci, abitudini e paure dalla “free zone” di Seattle, la comune odiata da Trump

Greta Privitera

Dal police department al people department

Sull’insegna appesa all’ingresso della stazione di polizia di East Precinct, al posto di “Seattle Police Department” si legge “Seattle People Department”. E’ stato scritto con lo spray nero e un pennarello color oro dai manifestanti di sinistra e del movimento Black Lives Matter che stanno protestando contro il razzismo delle forze dell’ordine dopo l’uccisione di George Floyd, a Minneapolis. Da lunedì 8 giugno, da quando i poliziotti hanno abbandonato la stazione a causa dei duri scontri con i giovani contestatori, sei isolati del quartiere di Capital Hill, nel centro di Seattle, sono stati occupati e resi “una police free zone”. La strada principale, Pine street, è bloccata da barricate colorate che danno il benvenuto nella Capital Hill liberata, e segnano il confine tra la zona autogestita e Seattle.

 

 

  

“Fino a tre giorni fa, l’area veniva chiamata Chaz, un acronimo che sta per Zona autonoma di Capital Hill, ora è Chop, Proteste organizzate di Capital Hill, perché gli attivisti del movimento vogliono che sia chiaro che non c’è alcun tentativo di separazione dalla città, o dagli Stati Uniti”, dice al telefono Omari Salisbury, 44 anni, afroamericano nato e cresciuto a Seattle. E’ il fondatore di Where we converge, un sito di citizen journalism che sta seguendo da vicino l’evoluzione dell’area occupata. Per parlare con il Foglio si allontana dall’assemblea: all’ordine del giorno ci sono le barricate. Il sindaco, Jenny Durkan, ha trovato un compromesso con i ragazzi di Chop ed è riuscita a far spostare alcune barriere per dare la possibilità ai mezzi di primo soccorso di entrare in caso di necessità.

 

“Qui è bellissimo – racconta Salisbury – si respira rispetto, pace e fermento artistico”. Ci manda dei video che ha girato nelle ore precedenti: Pine Street sembra un fiera di paese, un festival musicale. Graffiti colorati del movimento BLM accanto al volto di Kurt Cobain, che a Capital Hill era di casa. Ci sono baracchini che distribuiscono cibo, orti, furgoni diventati ambulatori medici. C’è musica, gente che canta in coro “Get up, stand up” di Bob Marley. Film proiettati sui muri, poesie lette ai microfoni. Ma le parole che serpeggiano sono tutt’altro che di festa: privilegio bianco, brutalità della polizia, razzismo, ingiustizia. I ragazzi di Chop hanno raccolto 30 richieste che vanno dallo smantellamento della polizia e del sistema carcerario agli affitti e la sanità pubblica. Una comune a cielo aperto mal tollerata dal presidente Donald Trump, che su Twitter accusa il sindaco e il governatore di Washington, Jay Inslee, di non sapere gestire la situazione e minaccia di intervenire. La riposta della prima cittadina di Seattle ha fatto il giro del mondo: “Sì, salvaci tu. Tornatene nel tuo bunker”, e in conferenza stampa ha confermato di voler trovare un modo pacifico per venire incontro alle richieste dei manifestanti.

 

“Trump dovrebbe farsi un giro qui. Una cosa del genere non poteva che succedere a Seattle, che è una delle città più progressiste d’America”, commenta Salisbury. Una televisione locale, King 5, dice che il 44 per cento degli abitanti sostiene l’esistenza di Chop, il 40 vuole che venga smantellata, e il 15 per cento è indeciso. L’esperimento di autogestione non ha solo aspetti positivi. Magdalena Sky è una donna di 40 anni, una tatuatrice che vive e lavora a Capital Hill e dice che la sera non si sente al sicuro. “Appoggio in pieno la protesta BLM e nelle scorse settimane sono scesa in strada. Capisco i motivi dell’occupazione, ma non mi sento più al sicuro nel mio quartiere”. Se durante il giorno è una zona di pacifico confronto, è capitato che la sera, invece, le vetrine dei negozi venissero rotte e i muri imbrattati. “Il problema è che la protesta non è ancora organizzata, manca di leader e strutture, per cui è difficile arginare chi compie atti vandalici”. Sky non auspica il ritorno delle forze dell’ordine nel quartiere, quelle che durante le proteste hanno utilizzato gas lacrimogeni e spray al peperoncino contro i manifestanti, ma sogna che al più presto si trovi un modo per facilitare la vita dei residenti e dei commercianti. “Ci sono ragazzi di venti anni che girano armati, qui si può se si ha una licenza. Dicono che lo fanno per proteggere Chop, a me fanno paura”.

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