Bristol, lo schiavista abbattuto e l'integrazione che non c'è mai stata

Paola Peduzzi

La statua di Colston gettata in mare: la città inglese ora è davvero libera dal suo passato? La guerra culturale sulle proteste

Milano. La città di Bristol, cinquecentomila abitanti sulla costa sudoccidentale del Regno Unito, non era mai scesa a patti con la sua storia e l’ha fatto domenica, nel giorno in cui in gran parte del mondo occidentale ci sono state proteste in solidarietà a Black Lives Matter per ricordare l’uccisione di George Floyd, che è stato sepolto ieri a Houston, in Texas. Il regolamento di conti di Bristol con la propria storia – una storia che parla di schiavitù nel passato e di un’enorme diseguaglianza oggi – si è consumato quando i manifestanti hanno tirato giù la statua di bronzo di Edward Colston, trafficante di schiavi vissuto nella seconda metà del Seicento, l’hanno fatta rotolare fino al molo galleggiante di Bristol e l’hanno gettata in acqua. La gente cantava ed esultava, ci siamo liberati dello schiavista, ora è sul fondo di queste acque in cui sono morti tanti schiavi che lui trafficava in condizioni disumane. Sullo sfondo si vede il ponte Pero, l’unico simbolo della città che prende il nome da uno schiavo. Perché a Bristol Colston è dappertutto, i conti con il passato non sono stati mai fatti: quando la statua fu costruita, nel 1895, l’associazione dei commercianti fece una sottoscrizione pubblica per pagare il monumento ma non ci furono abbastanza donazioni, così le famiglie ricche della città misero i soldi che servivano. La schiavitù era stata abolita dall’Impero britannico nel 1830 e allora il governo decise di compensare i trafficanti di schiavi che avevano perso il loro giro d’affari (non gli schiavi, i commercianti): il 40 per cento del suo budget in quegli anni fu destinato alla compensazione. Il debito è stato ripagato nel 2015, cinque anni fa. Negli ultimi due anni, alcune scuole e pub che ancora portavano il nome di Colston sono state rinominate e ancora si attende che questo avvenga per la Colston Hall, la sala per concerti più famosa della città boicottata da alcuni artisti – i Massive Attack soprattutto, che sono di Bristol e che non hanno mai voluto esibirsi lì. Due anni fa, il comune voleva mettere ai piedi della statua ora abbattuta una placca in cui si raccontava la brutalità di Colston, per controbilanciare la placca esistente che trattava lo schiavista come un eroe: l’opposizione dei Tory fece naufragare il progetto. Una volta l’anno, a ottobre, molti studenti di Bristol festeggiano Colston cucinando il “Colston bun”, un panino dolce e rotondo, e partecipando alle commemorazioni in chiesa organizzate dalla Colston Society.

 

Tutti i giornalisti di Bristol lo ripetono: questo momento, la statua buttata in mare, è il finale di uno scontro che la città vive da decenni, senza trovare quiete. Uno scontro attualissimo, anche, perché i cambiamenti – quando ci sono stati – sono recenti. Ma non si può pensare che nel giorno della protesta globale, dopo due settimane di conflitti feroci in America, nelle piazze e nel palazzo, i fatti di Bristol restino lì: non c’è nulla di veramente locale in questa guerra culturale per cui se non sei con i manifestanti sei razzista e se sei con loro sei un anarchico, o un “thug”, un cirminale, come ha detto il premier Boris Johnson.

 

Le immagini di Bristol hanno fatto il giro del mondo e sono diventate rilevanti nel dibattito pubblico britannico che da anni è solcato da divisioni profondissime, e ogni giorno meno riparabili. Le ha sintetizzate tutte il leader del Labour, Keir Starmer, che con le sue dichiarazioni ieri si è ritrovato sulla linea di tiro dei due fronti opposti: un genio, direte voi, ma in realtà questa è una materia complicata e delicata e ridurla a un fatto di intolleranza o a una ingiustizia finalmente riparata non convince nessuno. Starmer ha detto che “è completamente sbagliato” tirare giù una statua in quel modo – è anche illegale – e si è così attirato le ire dei più giovani che rinfacciano a molti leader di non avere il coraggio di essere rivoluzionari. Starmer ha aggiunto che la presenza di quella statua nel centro di Bristol era un obbrobrio, la sua rimozione “era dovuta da tempo”. Così le critiche sono arrivate dall’altro campo. Starmer ha anche detto che la statua avrebbe dovuto essere in un museo, che è il posto in cui si conserva la storia, con i suoi orrori: il Bristol Post ha raccontato che anche il progetto di costruire questo museo è stato boicottato.

 

Ora la polizia ha aperto un’inchiesta sull’abbattimento della statua, ma il dibattito focalizzato soltanto su questo episodio sta già facendo male alla stessa città di Bristol. Colston sarà pure in fondo a quel mare in cui le sue navi buttavano esseri umani quando finiva il cibo o le barche dovevano essere più leggere per rispettare i tempi di consegna (20 mila morti), ma la battaglia contro la diseguaglianza, a Bristol, non ha fatto un passo in più. E questa è la città, come dice il giornalista Tristan Cork, con più diseguaglianze di tutto il paese. La segregazione – a scuola, sul lavoro, nelle zone in cui si abita – è reale, nonostante proprio qui sia nato alla fine degli anni Sessanta uno dei più importanti movimenti per i diritti civili di tutto il Regno. Prima che la manifestazione di domenica a Bristol diventasse una faccenda di statue costruite 200 anni fa e abbattute a furor di popolo oggi, molti per strada chiedevano: ma è ancora vivo Paul Stephenson? Nel 1963, Stephenson organizzò 60 giorni di boicottaggio della compagnia di autobus Bristol Omnibus che non voleva assumere neri e asiatici come autisti e che alla fine dovette togliere il divieto – e sì, è ancora vivo. Ieri è stata lanciata una petizione per mettere al posto di Colston una statua di Stephenson, come se la sostituzione di simboli fosse la formula magica che risolve il problema.

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi