C'è una rivolta contro la propaganda cinese, così forte che vogliono far pagare la Cina

Giulia Pompili

L’azione (politica) di Trump alla quale si ispira la Lega

Roma. Lo sforzo propagandistico della Cina, che sta cercando da settimane di cambiare la narrazione sulla pandemia e intestarsi il ruolo di “salvatrice del mondo”, sta compattando un nuovo fronte anticinese e internazionale. La campagna è guidata dai Repubblicani trumpiani, che vogliono cavalcare l’onda della “colpa” cinese per il virus. Una settimana fa il Comitato dei senatori repubblicani ha distribuito un vademecum su come attaccare la Cina e i democratici, accusati di essere troppo deboli con la Cina. Uno scoop pubblicato ieri dal New York Times sostiene che “alti funzionari dell’Amministrazione Trump”, tra i quali il segretario di stato Mike Pompeo, “hanno fatto pressioni sulle agenzie d’intelligence affinché trovassero prove a sostegno della teoria non confermata secondo la quale l’origine dell’epidemia sarebbe il laboratorio di Wuhan”, teoria sulla quale resta scettico gran parte del mondo scientifico e dell’intelligence internazionale. Ma queste prove di cui sarebbe alla ricerca Trump, scrive il New York Times, potrebbero essere usate come un’arma politica anti Pechino.

  

Negli ultimi giorni le azioni plateali contro la Cina si sono manifestate un po’ ovunque: a cominciare dal piccolo caso dell’Hotel De La Poste di Cortina D’Ampezzo, che ha citato per danni il ministero della Sanità della Repubblica popolare cinese davanti al Tribunale di Belluno. E lo stesso hanno fatto un gruppo di avvocati nigeriani (richiesta di risarcimento danni alla Cina da 200 miliardi di dollari), e Mohamed Talaat, avvocato egiziano (richiesta da diecimila miliardi di dollari). Ci sono in Europa, in America e in Australia altri tentativi da parte di imprese private di fare causa alla Cina, anche attraverso class action. Sono iniziative individuali che probabilmente porteranno a un nulla di fatto perché, tecnicamente, i governi sono immuni dalle controversie civili secondo i trattati internazionali.

 

La Lega lombarda, come spiega Valerio Valentini, deve essersi ispirata però alle due cause legali che potrebbero invece complicare le cose, almeno dal punto di vista politico. La prima è la causa civile intentata dallo stato del Missouri, in America: il procuratore generale, il repubblicano Eric Schmitt, ha fatto sapere che “il governo cinese deve essere chiamato a rispondere di queste azioni”. Anche lo stato del Mississippi (sempre a guida repubblicana) ha annunciato una causa contro la Cina ai sensi del Foreign Sovereign Immunities Act. Della legge, approvata nel 1976 che disciplina l’immunità dei paesi esteri dalla giurisdizione americana, secondo il Washington Post si sta discutendo molto in questi giorni nello Studio ovale. Il problema tecnicamente è limitare l’immunità di un paese straniero, dimostrare il dolo nell’aver provocato la pandemia e chiedere un risarcimento, ma è anche l’uso politico che se ne potrà fare. Trump potrebbe usare le cause per minacciare, e negoziare con Pechino. “Le cause legali potrebbero sembrare solo gesti teatrali, ma aprono un altro fronte di distrazione su cui Pechino deve combattere”, spiega al Foglio Andrew Small del German Marshall Fund. “Nella guerra sulle informazioni che si sta consumando, è un problema per la Cina, anche perché al momento più bullizzi i governi, regionali o statali, più sembri cattivo”.

 

Al di là delle cause legali, c’è però una richiesta crescente a livello internazionale per un’indagine da parte di una istituzione indipendente sulle responsabilità della pandemia. “Anche la Svezia si è unita ai paesi che stanno chiedendo la sua costituzione”, dice Small. C’è sicuramente un elemento di propaganda anche qui, “ma ci sono anche la reale urgenza internazionale, condivisa da molti governi e cittadini, di capire cosa è successo e garantire che non accada di nuovo”. Dato che molti dei nuovi ceppi virali sono emersi in Cina, c’è qualcosa di più di una accusa politica: “Se Pechino resiste anche a un’indagine guidata dall’Oms, come richiesto dall’Australia oppure, come ha fatto in questi giorni, minaccia dure rappresaglie, non farà altro che rafforzare la crescente richiesta globale di rivalutare le relazioni con la Cina una volta che saremo fuori dalla crisi. Naturalmente Pechino può bloccare, offuscare, resistere, annacquare e politicizzare qualunque cosa, ma sarà una cartina di tornasole per stabilire se i paesi possono continuare a guardare alla Cina come un attore responsabile”.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”. È terzo dan di kendo.