Perché il caso della Germania nella gestione del virus non è un caso

Eugenio Cau

I numeri del contagio tedeschi sono diversi dal resto d’Europa non per un mistero, ma perché i piani pandemici sono stati presi sul serio

Milano. Per settimane, nel corso di questa crisi da Covid-19, ci siamo interrogati sull’eccezione della Germania. Mentre in Italia (e poi in Spagna, in Francia, nel Regno Unito, e potremmo andare avanti) i reparti di terapia intensiva si saturavano e i tassi di letalità superavano il 10 per cento, in Germania il numero dei contagiati manteneva la curva usuale, ma i morti erano molti meno e la crisi sembrava più contenuta. Con 128.166 casi confermati, ieri in Germania si è arrivati a 3.041 morti in totale, con un tasso di letalità poco superiore al 2 per cento. In Francia i casi sono poco di più (136.779), ma i morti sono quasi cinque volte tanto (14.967 ). Per settimane abbiamo pensato che il caso tedesco fosse appunto un caso. Che la Germania avesse avuto fortuna, o che fosse indietro con i tempi, e che presto la curva dei decessi si sarebbe adeguata alle altre, purtroppo. A qualche mese dall’inizio della pandemia, e con un po’ di dati a disposizione, possiamo dire che il caso tedesco non è un caso. La soluzione del mistero è al tempo stesso complessa e semplice: la Germania ha eseguito meglio degli altri paesi europei i piani pandemici raccomandati dall’Oms.

 

Partiamo dai due elementi più famosi, i posti letto in terapia intensiva e i tamponi. Sui primi la Germania è stata fortunata per davvero. Il sistema sanitario tedesco, con moltissimi posti letto e tanti piccoli ospedali disseminati per il territorio, era considerato un modello di inefficienza. Il Financial Times ha scritto che soltanto un anno fa uno studio della Bertelsmann Foundation raccomandava di portare i 1.400 ospedali tedeschi a meno di 600. Ma davanti al coronavirus, questa sanità iper-diffusa ha fatto la differenza. Lo stesso vale per i posti letto in terapia intensiva: prima della crisi c’erano 33,9 posti per 100 mila persone, contro i 9,7 della Spagna e gli 8,6 dell’Italia (dati Ocse via FT). Il governo è intervenuto per tempo, e ha portato i suoi posti in terapia intensiva da 28 mila a 40 mila in poche settimane. I respiratori sono passati da 20 mila a 30 mila. Il sistema sanitario non è andato in crisi, almeno per ora, e ha potuto accogliere anche pazienti con sintomi più lievi, per evitare che si aggravassero.

 

Sulla questione tamponi il vantaggio è stato il tempismo: i laboratori tedeschi avevano sviluppato un test per il coronavirus già a metà gennaio, e avevano iniziato fin da subito ad accumulare scorte. Quando il virus è arrivato, erano pronti. Come si può leggere in un articolo pubblicato ieri da BuzzFeed, la progressione della capacità di testing è importante: all’inizio di marzo la Germania era in grado di fare 7.115 test a settimana, il 2 aprile erano 116.655 al giorno, e i laboratori che se ne occupano sono più di 250. Testare i sospetti positivi significa anche mantenere sotto controllo il contagio. Secondo Reuters, quando i primi casi tedeschi si sono verificati a gennaio in un’azienda bavarese, gli investigatori sono riusciti a ricostruire con una certa affidabilità come il paziente numero 4 avesse contagiato il paziente 5 passandogli la saliera in mensa. Il tutto senza usare una app di sorveglianza, che pure è in fase di sviluppo.

 

Il tempismo è stato buono anche nell’approvvigionamento di materiale sanitario, gestito centralmente a partire da febbraio. Le mascherine scarseggiano anche in Germania, ma sono state abbastanza da consentire una donazione di un milione all’Italia. La Germania ha anche accolto nei suoi ospedali una cinquantina di pazienti Covid italiani.

 

Alcune delle misure prese dal governo tedesco sono state facilitate da fattori preesistenti, come la struttura del sistema sanitario e la forte industria farmaceutica. Ma altre sono dovute al fatto che il governo di Berlino era meglio preparato all’arrivo di una pandemia. Il piano pandemico della Germania depositato all’Oms risale al 2016, è uno dei più recenti (quello dell’Italia è del 2007), ed è stato in buona parte attuato. Non solo: nel 2013 il Robert Koch Institut aveva presentato al Bundestag un piano specifico per una pandemia da coronavirus, che citava i rischi progressivi per gli anziani e il distanziamento sociale. Ci sono state polemiche perché quel piano non fu preso sul serio. Ma almeno ce l’avevano, loro.

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  • Eugenio Cau
  • E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.