Gli sfidanti di Trump e il virus

Luciana Grosso

Dibattito surreale tra i democratici Biden e Sanders che sembrano più presidenziali del presidente ma con poche soluzioni (come tutti) per la pandemia

Si potrebbero dire moltissime cose sul dibattito di questa notte da Washington. Per esempio, si potrebbe dire che i due candidati si sono salutati con un colpo di gomito, invece di darsi la mano; oppure si potrebbe dire che Joe Biden ha annunciato in diretta che, nel caso di nomination, in ticket con lui ci sarebbe una vicepresidente donna; ma si potrebbe anche dire che di fatto non c’è stato un vero vincitore tra il carismatico ma confuso Bernie Sanders, e il solido ma inefficace Joe Biden. Infine si potrebbe dire che i due si sono reciprocamente assicurati di fare campagna l’uno per l’altro durante le presidenziali (con buona pace dei #neverbernie e dei #neverbiden); oppure ancora si potrebbe dire che non ci sono state (se non verso la fine) le scintille previste perché Bernie Sanders ha un po’ l’aria di aver gettato la spugna e un po’ l’aria di chi ha detto quello doveva dire: le sue promesse elettorali quelle sono e quelle restano perché il senatore del Vermont non è riuscito a dare loro concretezza e tridimensionalità (come finanziare la sanità gratis per tutti? E come finanziare l’amnistia sui debiti studenteschi?). D’altra parte si potrebbe dire che Biden (che potrebbe raggiungere la certezza matematica della nomina già domani) si sente già la vittoria in tasca e di fatto, per buona parte del dibattito, ha trattato Sanders come un seccatore ciarliero o poco più.  

   
Eppure nessuna di queste cose, che pure sono vere e sono successe nel dibattito di questa notte a Washington, sono l’essenza e il punto dell’incontro/scontro tra i candidati.

   

Il punto era la completa surrealtà di quello che abbiamo visto succedere davanti ai nostri occhi. Due contendenti, due candidati alla presidenza degli Stati Uniti che che non avevano la minima idea di quel di cui parlavano e di cosa stessero parlando.
Non hanno la minima idea, i due candidati, di quanto profondamente e rapidamente il mondo stia cambiando, ora dopo ora, per effetto del CoVid19. Non sanno cosa li aspetterà nei prossimi mesi; non sanno come sarà la campagna elettorale, senza eventi pubblici e senza incontri; non sanno cosa succederà, in America e nel mondo, da qui alle prossime settimane. Tanto meno sanno come sarà il mondo tra sei mesi, quando si voterà per le presidenziali. Non ne hanno idea. Non sanno se a novembre New York sarà il casino di gente e cose che conosciamo, o la città spaventata di queste ultime ore.
Né Biden né Sanders, né Trump, né nessun’altro sa che effetto avrà l’epidemia sull’economia, sulla demografia, sulla sanità, sull’ordine pubblico, sugli equilibri internazionali, sulle democrazie e sui diritti civili, in America e nel resto del mondo. Fingere di saperlo è una pia illusione o una colpevole ipocrisia. Al momento nessuno sa come andrà.

  
Non lo sanno Biden e Sanders, non lo sa Boris Johnson, non lo sanno gli italiani che si stringono a coorte dai balconi. Non lo sa nessuno. Per questo, nella notte, guardare Biden e Sanders parlare di come contano di amministrare l’America dal 2021 faceva lo stesso effetto che vederli discutere del piano regolatore di Paperopoli. Stavano parlando di una cosa che non conoscono. E non la conoscono perché non esiste.

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