Perché lo spagnolo Sánchez è costretto a fare incontri a denti stretti con i catalani

Eugenio Cau

Durante i negoziati per la formazione dell’esecutivo il leader socialista ha promesso ai suoi nuovi amici di Erc l’apertura di un tavolo di dialogo “per la riconciliazione”. Ora ci sono un po' di complicazioni

Milano. Mentre in Spagna aumentano i casi di persone affette da coronavirus, e i giornali sono monopolizzati dai nuovi pazienti scovati a Madrid e in Andalusia e a Tenerife (fino a ieri erano dieci), il governo di coalizione guidato dal socialista Pedro Sánchez è impegnato con una questione di cui non riesce a liberarsi nemmeno con una crisi sanitaria che incombe: il secessionismo catalano. Ieri si è tenuta a Madrid al palazzo della Moncloa, sede del governo, la prima “mesa de diálogo”, il primo incontro bilaterale tra i rappresentanti del governo spagnolo e i rappresentanti del governo locale catalano, che è dominato dagli indipendentisti. Nelle ultime due ravvicinate campagne elettorali, conoscendo l’umore degli spagnoli, Sánchez aveva cercato di mostrarsi duro nei confronti delle istanze dei secessionisti. Ma le cose sono cambiate di recente: il suo governo, che è al tempo stesso di coalizione e di minoranza, dipende dai voti di Erc, i secessionisti catalani di sinistra, per stare in piedi.

 

Così, durante i negoziati per la formazione dell’esecutivo (Erc non ne fa parte), Sánchez ha promesso ai suoi nuovi amici catalani l’apertura in grande stile di un tavolo di dialogo “per la riconciliazione” (parole di Sánchez) e per cercare di ottenere un referendum di autodeterminazione (queste invece sono le intenzioni dei secessionisti). Ora, ci sono un po' di complicazioni. In Catalogna ci sono due principali partiti secessionisti, uno di centrodestra, che si chiama Junts per Catalunya (JxCat) e uno di centrosinistra che si chiama Esquerra Republicana (il già citato Erc). JxCat ed Erc governano assieme nell’esecutivo locale (anch’esso di minoranza) di Barcellona, ma JxCat ha la maggioranza e ha espresso il governatore, Quim Torra. Prima complicazione: è stata Erc (che a livello nazionale sostiene il governo Sánchez) a negoziare l’apertura del tavolo di dialogo, ma tutto il processo sarà gestito da JxCat, che è la forza di maggioranza del governo locale. Seconda complicazione: JxCat ed Erc cercano di mostrarsi uniti, ma in realtà sono rivali acerrimi che nei prossimi mesi si scontreranno nelle elezioni locali in Catalogna. E dunque mentre Erc spera che i negoziati con Sánchez si rivelino un successo per potersene prendere il merito, JxCat cerca in tutti i modi di farli fallire per dare la colpa a Erc.

 

Come è possibile immaginare, in mezzo a questa contesa intracatalana Sánchez si sente un po' schiacciato, ed è costretto a fare buon viso a cattivo gioco. Ha presentato un team di altissimo livello per i negoziati, che comprende se stesso, i suoi due vice (Pablo Iglesias ieri non era presente perché indisposto) e tutta una serie di ministri di peso. Un paio di giorni fa, il ministro della Giustizia ha detto perfino che le pene inflitte ai leader indipendentisti condannati per sedizione sono “inusitatamente alte”. Al contrario, Torra si è presentato ieri con figure secondarie del movimento indipendentista (la ragione è che avrebbero dovuto partecipare i leader indipendentisti attualmente in prigione o in autoesilio) e questo è stato giudicato come un affronto.

 

L’incontro tra le due delegazioni, che non aveva un’agenda ed è stato soprattutto un’occasione di photo opportunity, è stato preceduto da un dibattito parlamentare in cui Pablo Casado, leader del Partito popolare, ha accusato Sánchez di voler umiliare la Spagna presentandosi al tavolo del negoziato come se fosse un bilaterale tra due capi di stato, e non tra il presidente del governo spagnolo e il governatore di una delle regioni. Sánchez ha risposto che non sarà tanto malleabile, e ha ricordato un dato importante: in Catalogna negli ultimi dieci anni ci sono state cinque elezioni locali (nella penisola iberica le elezioni non si lesinano), e in nessuna di queste gli indipendentisti sono riusciti a superare il 50 per cento dei consensi.

  • Eugenio Cau
  • E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.