La tentazione di abbandonare il centro

Eugenio Cau

Perché in Spagna è crollato Ciudadanos? L’errore strategico e quello di leadership che i liberali dovrebbero evitare

Milano. Due giorni fa Albert Rivera, ex leader del partito centrista spagnolo Ciudadanos, era a capo della terza forza politica di Spagna. Poco più di un anno fa, per un breve momento nella primavera dal 2018, Rivera era dato dai sondaggi come capo del primo partito di Spagna – per un momento soltanto, Rivera è sembrato Emmanuel Macron. Ieri Rivera si è dimesso dal suo ruolo di presidente di Ciudadanos e dal suo posto di deputato, e ha abbandonato la politica dopo la sconfitta più terribile della storia del partito: da 57 seggi alle Cortes ad appena 10, dal 15,9 per cento al 6,8. Com’è stato possibile un crollo così duro? Ci sono alcuni fattori locali in gioco e c’è un elemento universale da non sottovalutare: il centrista Rivera si è sgonfiato quando ha rinunciato al centrismo.

 

Rivera ha annunciato le sue triple dimissioni (dalla presidenza di Ciudadanos, dal Parlamento spagnolo e dalla vita pubblica) in un discorso in cui la commozione era frammista forse a un certo senso di sollievo. Come suo ultimo atto da leader ha indetto un congresso straordinario del partito, in cui si deciderà il suo successore. La scelta è difficile, perché Rivera è stato leader di Ciudadanos fin dalla fondazione. La più quotata per la successione è Inés Arrimadas, deputata catalana e portavoce di Ciudadanos, che è considerata una fedelissima di Rivera che non ha mai pronunciato una parola di disaccordo nei suoi confronti. Un altro papabile è Luis Garicano, professore di Economia che ha scritto il programma di Ciudadanos e che invece di disaccordi con Rivera ne ha avuti molti, tanto che è stato spedito in Europa, è eurodeputato e vicepresidente dell’Alde.

 

Durante il congresso straordinario si parlerà senza dubbio delle ragioni del crollo di Ciudadanos. La questione farà arrovellare i politologi per anni, si parlerà molto per esempio dell’esaurimento del carisma personale di Rivera, ma ci sono alcuni elementi che già adesso si possono notare. Il successo di Ciudadanos era dovuto a tre fattori, che sono venuti a mancare:

 

1. La novità e la purezza. Quando si è presentato agli elettori all’inizio di questo decennio, Ciudadanos era un partito nuovo e fresco, che voleva spazzare via il vecchio sistema dei partiti corrotti e decadenti. Con il tempo, tuttavia, la retorica antisistema di Rivera si è attenuata, e Ciudadanos, anziché spazzare via il sistema, ha cercato di integrarvisi. Gli elettori che cercavano la palingenesi si sono rivolti altrove.

 

2. La questione catalana. Ciudadanos è stato il primo partito a fare del nazionalismo spagnolo un elemento di distinzione, ma i neofranchisti di Vox hanno cooptato e radicalizzato il discorso di durezza contro l’indipendentismo catalano di cui Rivera era diventato alfiere. Gli spagnoli tradizionalisti che vogliono vedere i leader catalani marcire in galera hanno smesso di votare per Ciudadanos e si sono rivolti a Vox.

 

3. Il centrismo rinnegato. La ragione principale dell’esistenza di Ciudadanos, tuttavia, era quella di dare una casa al centro politico, agli elettori liberali, ragionevoli e moderati. Era questa la parte eccitante del progetto di Rivera, quella che aveva suscitato i paragoni con Emmanuel Macron. Per un periodo, Ciudadanos è stato un partito di centro autentico. Dopo le elezioni del 2015, le prime che produssero un blocco politico, Rivera firmò un patto di governo “riformista e per il progresso” con il socialista Pedro Sánchez, ma l’alleanza non riuscì perché mancavano i voti. Si tornò alle urne (déjà vu?), il conservatore Mariano Rajoy vinse le elezioni senza maggioranza e a quel punto Rivera decise di sostenerlo. I suoi avversari gli diedero di banderuola, ma in realtà Rivera stava facendo quello che ci si aspetta dai partiti centristi: fare da ago della bilancia e favorire i progetti politici riformisti e moderati. Gli elettori capirono e premiarono Ciudadanos come il partito della responsabilità. Le cose sono cambiate quando Rivera ha deciso che il ruolo di leader centrista e responsabile gli stava stretto: il Partito popolare era in crisi e lui ha visto l’opportunità di prenderne il posto. A partire dall’anno scorso, Rivera si è presentato non più come il leader della responsabilità, ma come il leader del futuro centrodestra. Ha escluso categoricamente e preventivamente ogni alleanza con i socialisti di Sánchez e ha accettato di andare al governo regionale dell’Andalusia con gli estremisti di Vox. L’intransigenza di Ciudadanos è diventata manifesta negli scorsi mesi, quando Sánchez ha proposto a Rivera un patto di governo come quello del 2016 – patto che avrebbe consentito di sbloccare la situazione politica e avrebbe dato un governo riformista alla Spagna – e Rivera ha rifiutato sdegnato. Se il centro rinuncia a fare il centro, gli elettori moderati tornano a gravitare attorno ai due poli. Rivera ha pagato questo errore con la propria carriera politica, la Spagna lo pagherà presto, adesso che i seggi dei centristi sono stati occupati dall’ultradestra di Vox.

  • Eugenio Cau
  • E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.