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Spagna immobile al voto. L’unica soluzione che nessuno vuole: la grande Coalizione

Il Partito socialista di Pedro Sánchez mantiene i suoi voti ma non riesce a sbloccare la maggioranza. Vox raddoppia i seggi, Ciudadanos crolla. C'è solo un modo per uscire dalla crisi politica

10 Novembre 2019 alle 22:48

Pedro Sánchez  alle urne (LaPresse)

Pedro Sánchez alle urne (LaPresse)

Le quarte elezioni in quattro anni, le seconde nel giro di otto mesi, si sono concluse in Spagna con un'unica certezza: Il Partito socialista di Pedro Sánchez ha vinto di nuovo, ma l'instabilità politica è diventata sistemica.

 

Indette dal presidente del governo facente funzioni, il socialista Pedro Sánchez, dopo un'estate di negoziati infruttuosi, le elezioni di domenica avrebbero dovuto fare chiarezza in una situazione politica confusa: il Partito socialista (PSOE) di Sánchez aveva vinto le elezioni, ma non aveva una maggioranza sufficiente per governare. Sánchez avrebbe potuto creare una coalizione di sinistra con Podemos, ma avrebbe avuto bisogno anche dei voti di una manciata di partitini nazionalisti catalani e baschi che gli avrebbe reso la vita impossibile. Dall'altro lato nemmeno la destra, composta dal Partito popolare (PP), da Ciudadanos e dagli estremisti di Vox, aveva i voti per andare al governo.

 

Otto mesi e un'elezione dopo la situazione è rimasta la stessa: il PSOE è il primo partito ma senza i voti per andare al governo, una coalizione di sinistra è possibile ma sarebbe un guazzabuglio da far venire il mal di testa e una coalizione di destra è numericamente impossibile.

 

Il Partito socialista ha vinto le elezioni, e contro tutti i sondaggi ha mantenuto la gran parte dei suoi consensi: è passato da 123 seggi a 120. Pedro Sánchez evita il peggio (i sondaggi dicevano che il PSOE sarebbe arrivato a perdere fino a 10 seggi) ma esce comunque sconfitto da questo voto: non ha avuto la governabilità che cercava. Il leader socialista sperava di aprire i negoziati per un nuovo governo da una posizione di forza, e invece lo farà senza aver ottenuto niente, e con meno opzioni a sua disposizione. Il PP di Pablo Casado ha beneficiato della ritrovata moderazione del suo leader, ed è passato da 66 a 88 seggi, ma è una mezza delusione, visto che molti sondaggi parlavano di oltre 90 seggi.

 

Il vero vincitore di queste elezioni è Santiago Abascal, il leader di Vox, che ha praticamente che raddoppiato i seggi della formazione neofranchista e di estrema destra: da 24 seggi a 52. Vox è stato favorito da una campagna elettorale tutta centrata sull'ideologia e sulla questione catalana. Podemos tiene, passando da 42 seggi a 35, mentre crolla Ciudadanos: da 57 seggi ad appena 10. Il partito centrista di Albert Rivera era la terza forza parlamentare appena otto mesi fa, adesso è la sesta, e questo priva Sánchez di un possibile partner di coalizione.

 

Nel complesso, la sinistra ha mantenuto i suoi voti, nonostante un lieve calo: se ad aprile l'unione delle forze progressiste aveva ottenuto 165 seggi, domenica PSOE, Podemos e Más País (nuova formazione nata da una costola moderata di Podemos) sono arrivati a 158 seggi. Lo stesso vale per l'unione delle forze di destra, PP, Vox e Ciudadanos, passata da 147 seggi a 150 seggi. Con la maggioranza assoluta delle Cortes a 176 seggi, la possibilità di formare un governo non si è avvicinata, anzi: la crescita di forze estremiste come Vox e il crollo dei moderati di Ciudadanos rende lo scenario politico più polarizzato. (Hanno fatto ingresso per la prima volta nel Parlamento nazionale anche i maoisti e indipendentisti catalani ala dura della CUP. Hanno appena due seggi ma contribuiranno a irrigidire le posizioni dei secessionisti).

 

E' dunque possibile che sarà ancora una volta Pedro Sánchez a presentarsi da re Felipe VI per ottenere l'incarico di formare un esecutivo, ma davanti a lui troverà ancora meno possibilità di quante ne avesse ad aprile. Forse tenterà ancora una volta di formare un governo di minoranza facendosi sostenere da partiti e partitini di sinistra, ma non si vede la ragione per cui un Sánchez non rafforzato e anzi, un po' indebolito dovrebbe avere successo quando prima aveva fallito.

 

C'è un'unica soluzione che potrebbe portare la Spagna fuori da questa instabilità politica prolungata, che ha stancato gli elettori e sta cominciando a danneggiare l'economia: la formazione di un governo di Grande coalizione tra PSOE e PP. L'alleanza tra i due partiti storici della democrazia spagnola sarebbe numericamente sensata, perché sarebbe l'unica in grado di dare stabilità al paese. Non solo: dopo lo sgonfiamento di Ciudadanos, PSOE e PP sono gli unici due grandi partiti moderati rimasti nel panorama politico.

 

La Spagna non è la Germania, e tanto i socialisti quanto i popolari giudicano con orrore l'opzione di una Grande coalizione. Inoltre, Sánchez e Casado non si vanno a genio a livello personale. Ma dopo quattro elezioni andate a vuoto c'è bisogno di più creatività e più coraggio per trovare una soluzione alla crisi politica spagnola.

Eugenio Cau

Eugenio Cau

E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.

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Commenti all'articolo

  • Giovanni Attinà

    11 Novembre 2019 - 10:10

    Le elezioni in Spagna hanno registrato una nuova situazione di stallo, a meno dell'arrivo della "grande coalizione".. Ad ogni modo, anche se noi in Italia guardiamo la Spagna con aria di sufficienza, tanto che "piangiamo" perché negli ultimi quattro anni si è votato quattro volte, come se le elezioni fossero un trauma, da questa nazione ci viene qualche lezione. Infatti nessuno ha mai parlato di modificare la legge elettorale e poi in Spagna i seggi si aprono alle 9 e si chiudono alle 20. IN Italia invece siamo dalle 7 alle 23 che non manca chi "piange" perché le elezioni non si svolgano i due giorni.

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