Le spartizioni violente tra Russia e Turchia

Daniele Raineri

Sono in guerra in due paesi arabi, ma senza perdere i modi cordiali tra Erdogan e Putin

Roma. Ieri il presidente russo Vladimir Putin ha fatto gli auguri di buon compleanno al presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, come se i rapporti tra i due fossero felici. Ma in questi giorni missili portatili turchi partono da terra per colpire gli aerei russi in volo sulla Siria. Russia e Turchia si stanno facendo la guerra – non dichiarata – in due paesi arabi e allo stesso tempo pattuglie miste di soldati turchi e russi fanno operazioni di peacekeeping assieme su un terzo fronte. È una situazione che può suonare complicata, andiamo con ordine. Da mesi gli aerei russi aiutano l’avanzata delle forze del rais Bashar el Assad nella regione di Idlib, nord-ovest della Siria. I piloti russi assieme a quelli siriani bombardano senza pietà obiettivi civili come mercati, ospedali e strade perché la strategia scelta è quella di depopolare la regione e spingere milioni di persone a schiacciarsi sempre più a nord contro il confine turco. La Turchia vorrebbe che una fascia di sicurezza a ridosso del confine fosse risparmiata dall’avanzata, in modo che sia possibile in qualche modo sistemare i profughi, ma per ora la Russia non riceve la richiesta.

 

L’avanzata degli assadisti coperti dagli aerei russi ha travolto anche le forze turche presenti nella regione con alcuni convogli di militari e alcuni posti di osservazione. Da una settimana tuttavia ci sono le prove video che nella regione di Idlib sono comparsi i cosiddetti Manpads, i missili da spalla che sono capaci di abbattere elicotteri e aerei. Per capire la portata di questa novità, basti pensare al ruolo che ebbero i Manpads americani forniti alla guerriglia afghana contro l’Unione sovietica in Afghanistan negli anni Ottanta. Da anni si discuteva della possibilità di fornire ai guerriglieri siriani questo tipo di arma, l’Amministrazione Obama ne discusse per esempio nel 2012 quando Hillary Clinton era segretario di stato e l’ex generale David Petraeus era direttore della Cia, ma la risposta è sempre stata negativa perché c’è il rischio fortissimo che quelle armi possano cadere nelle mani di gruppi di fanatici islamisti. Il rischio oggi è ancora forte perché i fanatici islamisti sono la presenza dominante fra i gruppi armati di Idlib e questo fa supporre che a sparare i missili contro gli aerei siriani e russi siano militari turchi che così mantengono il controllo delle armi ma sono aggregati ai miliziani (questa cosa dell’aggregazione è ormai di pubblico dominio). L’arrivo dei missili terra-aria portatili è una rivoluzione nel conflitto siriano perché diminuisce di molto il grande vantaggio di Assad – gli aerei, siriani e russi – e suona come la risposta di Erdogan alla decisione russa di ignorare le sue richieste per un compromesso sul territorio. I piloti nel sud della regione di Idlib volano ancora bassi ma nel settore nord, quello che la Turchia vorrebbe fosse oggetto di un negoziato, adesso devono volare molto ad alta quota per sfuggire al rischio abbattimento. Ieri secondo notizie che non è possibile verificare sono stati sparati tre di questi missili, mentre Putin faceva gli auguri a Erdogan. Tutto questo succede mentre nell’est della Siria soldati turchi e soldati russi fanno pattuglie assieme per sorvegliare la linea del fronte del conflitto contro i curdi – che per il momento è fermo grazie a una tregua. 

 

Anche in Libia turchi e russi sono su due fronti opposti. Erdogan appoggia il governo di Tripoli e ha inviato mezzi, soldati e mercenari siriani pescati dalla regione di Idlib, Putin sostiene il generale Haftar che assedia Tripoli e ha mandato soldati, mercenari e sistemi d’arma che abbattono i droni. Due giorni fa la Turchia ha ammesso le prime due morti di soldati turchi in Libia e si pensa che potrebbe essere successo quando le forze di Haftar hanno bombardato il porto di Tripoli, il 18 febbraio, dove erano ormeggiate due navi da trasporto usate dai turchi. Come nota l’esperto Brian Castner, il bombardamento è stato insolitamente preciso per gli standard delle forze di Haftar e i colpi sono caduti in un raggruppamento stretto – segno che c’era qualcuno bravo a spiare i bersagli e a sparare. Qualcuno non libico?

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  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)