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Dove sono finiti gli anti Brexit? Studiano mesti una nuova battaglia

Vari gruppi e associazioni europeiste si riuniranno oggi a Londra per decidere come ripartire dalla sconfitta

25 Gennaio 2020 alle 06:00

Dove sono finiti gli anti Brexit? Studiano mesti una nuova battaglia

(foto LaPresse)

Londra. Il fronte trasversale che si è opposto alla Brexit è scomparso dal dibattito pubblico dopo la vittoria di Boris Johnson. I volti di spicco del remain che un tempo affollavano gli studi televisivi e twittavano continuamente contro le promesse dei Tory oggi non si fanno più sentire. Gli aspiranti leader del Labour hanno smesso di affrontare la questione europea nella speranza di unire il partito. Tutti tranne Jess Philips, che ha confidato di volere fare campagna per rientrare nell’Ue in futuro, poi ha smentito e infine si è ritirata dalla corsa. Le lotte di potere al vertice del People’s Vote, l’associazione che ha condotto la campagna per il secondo referendum, avevano già frammentato la galassia europeista prima delle elezioni del 12 dicembre. Ma la sconfitta alle urne è stato il colpo di grazia. “Dobbiamo riconoscere di avere perso, in tre anni non c’è mai stata una maggioranza in Parlamento per un secondo referendum”, spiega Thomas Cole, un ex dirigente del People’s Vote che si è dimesso dopo le elezioni: “Il voto di dicembre ha ribadito il messaggio del referendum del 2016. Continuo a pensare che la Brexit sia un disastro, però riconosco di avere fallito nel mio obiettivo”.

 

Pochi mesi fa, quando il People’s Vote riempiva le piazze, circa novanta persone lavoravano a tempo pieno nel quartier generale. Oggi sono rimasti solo pochi superstiti a curare la pagina Twitter della campagna. Anche il sito InFacts, l’organo di informazione del People’s Vote, ha annunciato la chiusura il giorno dopo le elezioni. Sulla homepage compare una foto di Johnson con il titolo: “Perché abbiamo perso – e cosa fare adesso”. L’editoriale a firma del direttore Hugo Dixon prevede che il premier “si troverà di fronte a un dilemma terribile, danneggiare la nostra economia uscendo dal mercato europeo o seguire le regole del blocco senza avere alcuna influenza. Ma i filo europei non possono condizionare questa scelta. È un dibattito interno al Partito conservatore”. Nessuno tra i Tory ha il coraggio di contraddire Johnson, a cui molti devono la propria rielezione. Gli azionisti pro remain del partito si erano già convertiti alla linea del premier durante le primarie della scorsa estate – molti di loro oggi fanno parte del governo – e i pochi dissidenti sono stati espulsi poco dopo. Dopo le elezioni, anche alcuni avversari della Brexit si sono ricreduti. Lo Spectator racconta che il direttore uscente del Financial Times, Lionel Barber, avrebbe confidato di “essere stato sempre ambivalente sulla Brexit” e di non avere mai negato “che ci sono grandi opportunità fuori dall’Ue”. In realtà il suo giornale è stato molto ostile alla Brexit e a Johnson, ma alcuni editoriali dopo il 12 dicembre indicano una linea più conciliante.

 

Tuttavia una buona parte dell’opinione pubblica britannica continua a pensare che la Brexit sia una pessima idea, anche se irreversibile. Svanita la possibilità del secondo referendum, il mondo pro remain non ha ancora scelto la prossima battaglia. Vari gruppi e associazioni europeiste si riuniranno oggi a Londra per decidere come ripartire dalla sconfitta. L’ipotesi di iniziare una campagna per riunirsi all’Ue è ritenuta poco credibile nel breve termine, e la priorità immediata è quella di limitare i danni della Brexit. Nella seconda fase dei negoziati il Regno Unito dovrà decidere se continuare a fare parte del mercato unico o allontanarsi dagli standard comunitari come promette di fare il governo. Se il Regno Unito vorrà chiedere una proroga del periodo di transizione oltre il 31 dicembre 2020 dovrà farlo entro luglio. “Il dibattito sull’estensione potrebbe dare nuova linfa all’opposizione europeista”, spiega Cole: “Però la ribellione dovrà partire dai conservatori”. Il fronte del remain potrebbe trasformarsi nel partito della soft Brexit, con tutte le difficoltà che comporta. Il secondo referendum è stato uno slogan efficace per riunire i sostenitori del remain, ma pochi di loro andrebbero in piazza con le bandiere della soft Brexit.

Gregorio Sorgi

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