La Brexit di Boris ci insegna che l'Europa perde se non la difendiamo

Massimo Ungaro*

I Conservatori sfondano il “muro rosso” mentre Corbyn spaventa il ceto medio. La sconfitta del Labour dimostra che abbiamo bisogno di nuove forme per battere la paura e ridare speranza

Al direttore,  

nel Regno Unito hanno appena avuto luogo le elezioni politiche più importanti del dopoguerra. I conservatori di Boris Johnson ottengono la più grande maggioranza dai tempi della Thatcher sfondando nelle roccaforti laburiste dei distretti minerari ed industriali del Nord. Per il Labour di Corbyn è invece la peggior sconfitta dal 1935. I Liberal-democratici tutto sommato tengono, sono il partito che cresce di più in termini di voti ma vanno ben sotto le aspettative. Il partito nazionalista scozzese invece guadagna terreno rimettendo sul tavolo con forza la questione dell’indipendenza.

 

Boris Johnson vince perché è un personaggio conosciuto che ha saputo veicolare un messaggio semplice: completiamo la Brexit e voltiamo pagina. Molti elettori moderati si sono stancati del dibattito sulla Brexit e dopo tre anni di stallo parlamentare vogliono andare avanti. Ha inoltre aiutato il patto con Farage, mentre nel centro-sinistra il ‘voto tattico’ ha fallito.

 

Il dibattito sul NHS, il servizio sanitario nazionale, che fa acqua da tutte le parti, la presa che sembravano avere certe proposte laburiste (specie tra i giovani per le proposte su ambiente, università e emergenza abitativa, che infatti hanno votato in massa per Corbyn) insieme al buon risultato del 2017 avevano creato delle aspettative per i Laburisti. Il calo nei sondaggi negli ultimi giorni di Johnson aveva portato alcuni opinionisti a credere alla possibilità che nessun partito avrebbe ottenuto la maggioranza assoluta.

 

Ma in realtà Corbyn perde nettamente. Perde per la sua disastrosa posizione sulla Brexit. Perde per la sua percepita mancanza di credibilità e autorevolezza, attribuita alla sua storia politica e alle forti divisioni esistenti nel suo partito. Perde anche per una radicalità che ha spaventato il ceto medio e un programma troppo lungo, meno chiaro di quello conservatore, che prevedeva piani forse irrealizzabili se non con nuove tasse.

 

Sulla Brexit il partito laburista ha l‘imperdonabile colpa di non aver voluto difendere l’Ue come progetto progressista, di aver provato a ignorare la questione Brexit con una politica di “ambiguità costruttiva” per provare a tenere insieme sia i remainers di Londra che i leavers laburisti del Nord. Al contrario di Johnson, Corbyn si è rifiutato di fare una netta scelta di campo.

Andava invece spiegato, specie al ceto medio impoverito del nord, che la Brexit è un progetto regressivo che va contro il loro interesse. Che grazie all’Ue nel Regno Unito ci sono maggiori vincoli in termini di diritti per i lavoratori, più fondi per combattere le disuguaglianze, l’accesso a un mercato più ampio con prospettive di maggiore prosperità per tutti. Che per rispondere ai loro bisogni occorre più Europa, non meno Europa. 

E invece Corbyn ha creato un vuoto politico enorme che ha scontentato entrambi i fronti: gli elettori remainers sono rimasti a casa (in vari collegi vincono i Tories perché il Labour perde voti, non perché i Tories ne guadagnano) mentre i leavers si sono fidati dell’originale, ovvero di quella parte politica che predica la Brexit da decenni. In altre parole, i remainers conservatori si sono affidati (rassegnati?) più a Johnson che i leavers laburisti a Corbyn. Serviva invece un fronte più chiaramente europeista con un messaggio più chiaro senza ricorrere a nostalgie che non parlano alla maggioranza del paese. A Corbyn va comunque dato il merito di aver influenzato l’agenda dei Tories che invece di nuova austerità hanno promesso maggiori investimenti pubblici, seppur minimi. I Lib-Dem non sono riusciti ad assolvere veramente questo compito in quanto assenti storicamente in molte aree chiave, avendo gestito male la loro campagna e pagando ancora il prezzo per la loro coalizione del 2010 con i Conservatori.

 

Vince Boris il populista, il figlio delle élite che conquista i voti degli operai impauriti, che gioca con la monarchia, diffonde fake news, attacca gli immigrati e i cittadini europei in UK. Sulla base del suo programma e delle sue affermazioni dobbiamo aspettarci una stretta contro gli immigrati meno qualificati. Migliaia di italiani, specie giovani, non potranno più scegliere il Regno Unito come paese in cui insediarsi. L’unica speranza è il suo opportunismo: con questa larga maggioranza sarà meno condizionato da gruppi più estremi come il DUP o la corrente radicale dei brexiteer, l’European research group. 

 

I riformisti ispirati al liberalismo egualitario devono svegliarsi, costruendo un fronte anti-sovranista che difenda il progetto europeista. La sconfitta del Labour di Corbyn dimostra che in Europa abbiamo bisogno di nuove forme per sconfiggere la paura e ridare speranza.

 

Con le elezioni di giovedì scorso i nostri amici britannici hanno confermato la loro volontà di lasciare l’Ue, sta adesso a noi costruire un’Unione migliore. Non sarà semplice, specie con un grande paese concorrente alle nostre porte – che temo molti vogliano trasformare in un paradiso fiscale formato gigante stile Singapore – ma confido nelle ragioni profonde del progetto europeista. L’isolamento ha le gambe corte, i britannici prima o poi torneranno.

 

*deputato di Italia viva

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