cerca

Tra fughe, liti e colpe la sinistra resta smunta

Quel che non c’è nel dibattito Corbyn-Blair è un’idea che sappia di nuovo

Paola Peduzzi

Email:

peduzzi@ilfoglio.it

22 Dicembre 2019 alle 06:09

Tra fughe, liti e colpe la sinistra resta smunta

Tony Blair e Jeremy Corbyn (foto LaPresse)

Non si ingrassa il maiale quando è già al mercato, ripete spesso un celebre spin doctor inglese: il maiale si prepara prima del giorno in cui gli acquirenti scelgono la bestia più promettente. E’ una frase, questa, che si è sentita spesso nei giorni postelettorali britannici mentre si analizzava la sconfitta della sinistra, quel Labour che aveva già perso nel 2017 ma aveva fatto finta di aver vinto e non si era più preoccupato di osservarsi né di ripensarsi, convinto com’era che il paese stesse scivolando via dalla rule conservatrice e inevitabilmente nelle proprie braccia. E’ una frase, questa, che va tenuta a mente anche mentre studiamo ogni sussulto della sinistra americana, che è nel momento dell’ingrasso, tra preparativi e primarie, e che ancora non sa bene qual è il candidato che ha più chance di essere scelto al mercato. E’ una frase, questa, che vale per tutte le sinistre occidentali che, posizionandosi e riorganizzandosi, spendono il loro tempo tra fughe radicali e fughe centriste, molte liti e tanti dispetti, lo sguardo al passato, alle colpe e alle responsabilità – e il maiale guardatelo che magro che è.

 

La Brexit di Boris ci insegna che l’Europa perde se non la difendiamo

I Conservatori sfondano il “muro rosso” mentre Corbyn spaventa il ceto medio. La sconfitta del Labour dimostra che abbiamo bisogno di nuove forme per battere la paura e ridare speranza

 

L’ingrasso sembra un gioco semplice. Una lente di ingrandimento, occhio svelto, analisi veloce: chi ha vinto, allora, nel dibattito dei democratici di giovedì sera (il sesto), Pete Buttigieg attaccato da tutti o Elizabeth Warren regina della purezza in politica o Joe Biden, l’eternissimo Biden? Dove si piazza l’opposizione a Donald Trump, nell’estremo sinistro o verso il centro, il colpo decisivo è dei radicali o dei moderati? Ognuno risponde con il suo occhio miope, e chissà cosa sceglieranno poi i compratori al mercato. Nel Regno Unito l’ingrasso sembra una partita di calcio, chi tifi tu, Jeremy Corbyn o Tony Blair? E se il Labour ha racimolato soltanto 203 seggi, una miseria storica, è colpa di Corbyn o colpa di Blair? Ognuno risponde con il suo occhio affranto, c’è chi vede nella stagione riformista della sinistra il distacco fatale e irrimediabile dalla classe media; c’è chi invece si coccola ascoltando Blair che rivendica la forza della sua formula politica e quasi matematica: la sinistra sommata alle forze liberali è maggiore della sinistra e basta.

 

È caduto il muro rosso

Il Labour fa scudo a difesa di Corbyn e cerca altrove i colpevoli della sconfitta. La working class perduta

 

Questa è una partita decisiva che si gioca con le spalle al futuro: Corbyn ripropone una ricetta degli anni Settanta senza nemmeno preoccuparsi di darle un sapore moderno (una posizione sull’Europa, per esempio); Blair ribadisce che la big tent della sinistra liberale è l’unica che ha saputo stracciare la destra, fa un elenco preciso dei temi che vanno affrontati e modellati in un’offerta politica concreta, ma sa, e lo dice, che non è il New Labour di vent’anni fa la risposta, perché quel progetto era buono tra il Novecento e gli anni Duemila, oggi siamo nel 2020 e ci vuole una proposta nuova, adatta a questa stagione, ispirazioni antiche e progetti per il futuro. E no, Blair purtroppo non la enuncia questa proposta: indica la strada precisa, che è quella che ha percorso lui, si va di là, dice, ma una “clause IV” da abolire oggi non c’è, non ce l’ha nemmeno l’ex premier dai tanti e grandi successi.

 

Il dibattito in stile Corbyn-Blair mostra magrezze indicibili senza dare alcun cibo. L’ingrasso si fa con le idee, a questo lavorano i centri studi e gli intellettuali progressisti spargendo spunti in attesa che un leader ne sappia accendere qualcuno, e che al mercato ci sia la fila. Con la consapevolezza che per quanto l’umore globale sia avvilito e depresso, essere vivi in questi anni Venti significa essere tra le persone più fortunate mai passate su questo pianeta, che è poi il motivo per cui la risorsa prima dell’ingrasso sta nella radice: il progresso.

Paola Peduzzi

Paola Peduzzi

Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    22 Dicembre 2019 - 18:10

    Caro Direttore. Perché i toni sono esagitati e fuori misura? La risposta è di una semplicità elementare. Finché la cultura di sinistra, media inclusi, si riterrà “Agnus Dei qui tollit peccata mundi”, non ci potranno essere reciproci abbassamenti di tono. Gli eletti di Dio non possono parlare pacatamente con le plebi nazionaliste. Meritano solo di essere attaccate, disprezzate e derise per la loro intrinseca schifezza morale. Si consuma così la consueta truffa mistificatoria della sinistra. Però esiste una differenza: Gesù svolse il ruolo affidatogli, non solo parlando, lui figlio di Dio, con gli umili, coi ladri, coi peccatori, coi diseredati, con gli ultimi, ma soprattutto, attraverso la crocifissione. Voluta dai Sacerdoti del Tempio perché la sua predicazione era un pericolo per il loro potere. La cultura, di cui sopra, in croce ci mette gli altri. Sguazzano nel doppio ruolo di “redentori e giustizieri”.L’Agnus Dei non può, per definizione, messo in discussione.

    Report

    Rispondi

Servizi