I democratici avrebbero dovuto twittare la bandiera, non darsi alla retorica perdente
Sulla politica estera e di sicurezza non si scherza, s’arzigogola o si divaga. Neanche la volta che l’impostore fa per obbligo la cosa giusta
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3 JAN 20

Ben Sasse è un senatore americano, un repubblicano dissidente del Nebraska, tra i pochi a non compromettersi con la leadership erratica, con l’impostura di Donald Trump, tra i pochissimi ad averla duramente contrastata a prezzo di tutta la sua carriera parlamentare. Ieri quest’uomo coraggioso ha detto che “solo un’ubriacatura facinorosa” può delegittimare l’ordine di annientare il generale Suleimani e i suoi complici iracheni con uno strike ben mirato: “Il generale Suleimani ha ucciso centinaia e centinaia di americani e stava pianificando attivamente nuove stragi. Questo Comandante in Capo, come qualunque C-in-C, aveva il dovere di difendere l’America uccidendo questo bastardo”. Il linguaggio vendicativo e patriottico all’estremo è del Nebraska, ma il senso politico è cristallino. Uno straordinario spirito di sconfitta ha invece indotto i democratici americani a questa incredibile delegittimazione: siccome Trump è uno che poteva volare a Teheran a prendere un tè verde con Khamenei con la stessa disinvoltura con cui ha accolto una indicazione del Pentagono e ha dato un fatale ordine politico per ristabilire un minimo di equilibrio nella regione delle guerre di civiltà, siccome il suo comportamento è sempre e sistematicamente elettorale e inaffidabile dal punto di vista costituzionale e istituzionale, allora bisognava avallare l’assedio dell’ambasciata americana a Baghdad e sigillare, con una nuova dismissione del dovere politico e militare, il grave bilancio disfattista della presidenza Obama. Al contrario, i democratici avrebbero dovuto twittare la bandiera a stelle e strisce, punto; invece, prigionieri di una logica letale hanno fatto esercitazioni di retorica politica perdente.
Può essere che le conseguenze dell’uccisione di Suleimani, e vedremo quali saranno, allarmino una parte consistente dell’opinione americana, offrendo un mezzo vantaggio di ripiego a un partito che ha passato gli ultimi dodici anni a rovesciare l’unica possibile strategia, quella di George W. Bush, capace di contenere l’orrore in medio oriente e altrove, può essere; ma al momento a Trump è stato lasciato il vantaggio operativo del suo primo tuìt sensato dopo una lunga sequela di angosciose banalità e di tonitruanti spavalderie, la bandiera senza commenti. Così gli avversari dell’impostore, già divisi su programmi di grottesca socializzazione dell’economia libera e fiorente del paese oggi più solido del mondo, hanno creduto bene di imporsi un’altra impostura, quella del pacifismo senza palle e senza un criterio politico effettuale, della rinuncia e dello “stare dietro le quinte”, che ha provocato eccidi e massacri infiniti in Siria, e rischia di pregiudicare la vita della democrazia israeliana nella regione, accerchiata da iraniani hezbollah e altro genere di terroristi islamisti. Trump si è affermato in una prospettiva di America First che era il contrario della leadership americana nel mondo e sapeva di isolazionismo e tradimento, come si è visto con la vicenda dei curdi del Rojava e in cento altre sbruffonate senza conseguenze, ora doveva essere chiamato alla coerenza con l’inevitabilità di una decisione presa su sollecitazione del Pentagono, cioè di una delle più informate e rispettabili istituzioni di Washington. Niente da fare.
Sulla politica estera e di sicurezza non si dovrebbe scherzare, divagare, arzigogolare. Non si imprigionano le ambasciate americane, devastandone i paraggi. Non si provocano truppe e basi uccidendo soldati e contractor di un paese che ha dimostrato di non avere alcuna mira territoriale o imperialista anche quando si affaccia sulla scena della destabilizzazione terroristica del mondo. Non si molla quando è in ballo Israele. Non si lascia la bandiera a un impostore la volta che ha fatto per obbligo la cosa giusta. Se lo si fa, le probabili conseguenze saranno le più sbagliate. E un errore politico, come si sa da secoli, è peggio di un crimine.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.