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Destre europee, occhi negli occhi

Il congresso dei popolari, quello della Cdu e una resa dei conti che sa di dolori antichi. Gli inglesi invece se la ridono

Destre europee, occhi negli occhi

L'ex presidente del Consiglio dell'Ue Donald Tusk al congresso del Partito popolare europeo a Zagabria (LaPresse)

La paura è passata, la nuova Commissione europea dovrebbe iniziare a lavorare dal 1° dicembre: un mese di ritardo sulla tabella di marcia, tre bocciati con relativi sostituti, una commissione sconosciuta – quella degli Affari giuridici del Parlamento europeo – diventata a un tratto cruciale (è piena di francesi!, sussurrano gli europarlamentari nei corridoi), un voto finale di conferma ancora da superare e un paese che, per la prima volta, non esprime il suo commissario. Si tratta del Regno Unito, il rogue state del consesso europeo, con il suo eccezionalismo eterno e la sua recente Brexit: il rischio è che un giorno qualcuno possa invalidare le attività della Commissione senza il rappresentante inglese, ma a oggi, attaccati a una procedura di infrazione aperta nei confronti di Londra, si va avanti lo stesso. C’è una gran voglia di iniziare e di rimettere ordine, dopo settimane di dispetti e anarchia in cui ogni famiglia politica europea ha ignorato patti e alleanze per celebrare i propri rancori. Ecco quindi che ci si rivede a casa: ci sono in questi giorni due congressi, uno del Partito popolare europeo, uno della Cdu tedesca.

   

Popolari impopolari (e nervosi)

È finita l’èra Martens dei popolari, ora si deve rispondere a una domanda che risuona anche da noi: che partito vogliamo essere?

Da Zagabria ricomincerà tutto. Il congresso che si è svolto ieri per assegnare a Donald Tusk la presidenza del Partito popolare europeo è servito a constatare, senza illusioni e senza delusioni, che il Ppe è ormai qualcosa di nuovo, qualcosa di fragile, appeso al filo che lega il futuro di tutte le destre europee. E’ finita l’èra di Joseph Daul e di Jean-Claude Juncker. E’ finito il Ppe di Wilfried Martens e di Helmut Kohl, le sue idee e lo spirito con cui era stato plasmato e ridefinito, dentro a un bungalow tedesco nel 1998, devono affrontare nuove sfide, che hanno molto a che vedere con l’identità del partito. Se quel Ppe era un grande sintetizzatore, in grado di accogliere e non di cacciare, era un partito che abbracciava, questo Ppe forse dovrà decidere di chiuderle, le braccia. I popolari devono ricominciare a contarsi e guardarsi dentro: la casa è grande, ma non c’è più la coesione di un tempo. Compito di Tusk sarà recuperarla e per farlo dovrà convincere tutti a rispondere a una domanda: chi vogliamo essere? Il partito rimane la più grande delle famiglie europee, ma ha perso molti seggi in Parlamento, il suo impoverimento è il riflesso della crisi delle destre in Europa. Uno dei primi problemi identitari è rappresentato da Viktor Orbán e dal suo Fidesz, momentaneamente sospeso. Quella destra, la destra di Fidesz, non è più simile alla destra tedesca ma nemmeno a quella polacca, è una destra nazionalista più prossima agli estremi. In questi anni il Ppe ha sempre pensato di poter contenere l’orbanismo, ma nel frattempo nel partito il dilemma sul chi vogliamo essere sta diventando ingombrante, ripetitivo, costante. Chi vogliamo essere se lo sono chiesto anche i popolari spagnoli, che hanno giocato a lungo con le idee estremiste di Vox, alle ultime elezioni hanno recuperato un po’ di moderazione, ma i confini dei partiti diventano ormai sempre più sfumati. Le destre sanno di non potersi più reggere da sole, hanno bisogno di appoggiarsi e di specchiarsi in altri partiti. Il popolare austriaco Sebastian Kurz, per esempio, che di tutti questi dilemmi è il simbolo, ha cercato prima un’alleanza con l’estrema destra antisemita del’’Fpö, ha provato con i cattivissimi della politica austriaca. Non ha funzionato, e adesso si è lanciato in lunghe e diffidenti trattative con il partito dei Verdi, i buonissimi della politica austriaca. Tusk dovrà aiutare il Ppe a ritrovare la strada e a ritrovare la voce del suo progetto europeista. Il fatto che sia stato scelto lui, un leader, un instancabile, indica che il partito sa che ha bisogno di energia. L’ex premier polacco dovrà però anche ritrovare la coesione, placare i dissidi e la rabbia, sedare la voglia di vendetta.

  

Angela e il suo partito

Lo scontro dentro ai cristianodemocratici a Lipsia è guidato da una coppia: il giovane Kuban e l’eterno nemico Merz

I cristianodemocratici tedeschi “annaspano”, scrive la Welt commentando i dati elettorali in calo – in media i consensi sono al 25 per cento, molto meno rispetto al 32-35 di pochi anni fa – e l’inizio dei lavori del congresso della Cdu a Lipsia, da domani. L’incontro annuale sarà dominato da un’unica questione: chi sarà il candidato cancelliere per le elezioni del 2021? L’attuale cancelliera, Angela Merkel, ha predisposto un piano di successione che fa capo all’attuale ministro della Difesa Annegret Kramp-Karrenbauer e che appare pericolante, per tre ragioni. La prima è che il partito sta andando elettoralmente male e quindi c’è una gran voglia di vendicarsi; la seconda è che la Kramp-Karrenbauer appare molto meno promettente di quanto si pensasse (e chissà cosa pensa la Merkel); la terza è che il cancelliere è espressione non soltanto della Cdu ma anche della Csu, la sorella cristianosociale della Baviera: si dovrà negoziare ancora. Ma intanto nella Cdu c’è una gran voglia di resa dei conti, pure se non c’è un conto che torna. A guidare lo scontro è la coppia Tilman Kuban-Friedrich Merz: il primo è il capo dell’ala giovanile, avvocato trentaduenne della Bassa Sassonia “turbolento e con i piedi per terra”, come lo ha definito la rivista Cicero; il secondo è un nemico storico della Merkel che fu superato per un soffio dalla Kramp-Karrenbauer e che ora vuole riprendersi una leadership che considera sua contro questo governo merkeliano “orrendo”. Kuban e Merz si muovono insieme, si fanno fotografare mentre brindano agli eventi organizzati dalla Junge Union dove Kuban tratta Merz come il salvatore del conservatorismo tedesco. Per questo Kuban ha deciso di presentare a Lipsia una mozione esplicita: chi è il candidato cancelliere della Cdu?, e Merz ha la risposta: io. A complicare lo scontro che si annuncia doloroso (chissà cosa pensa la Merkel) c’è la votazione interna all’Spd, partito compagno di coalizione che deve scegliere il suo prossimo leader e lo sta facendo con un referendum di fatto sul futuro della Grosse Koalition.

 

Ursula e Annegret, 3 domande all’esperto

Ursula von der Leyen ce la farà a mettere un po’ d’ordine in Europa e nel Ppe? “La von der Leyen ha sufficiente esperienza politica per superare le difficoltà iniziali che si sono verificate, sì, in concomitanza con il suo incarico ma che, allo stesso tempo, sono dipese anche da lei”, ci ha detto Oskar Niedermayer, fino al 2017 direttore dell’Istituto Otto Stammer per gli studi di Sociologia empirica politica della Freie Universität Berlin. Oggi docente a riposo, Niedermayer attribuisce la debolezza della von der Leyen alla “leggerezza” nella scelta di alcuni commissari, un problema in parte già superato e non destinato, secondo lui, a intralciarla ulteriormente. La Kramp-Karrenbauer, invece, riuscirà a tenere la leadership della Cdu? “E’ oggettivamente in difficoltà nel partito e paga una serie di errori propri – dice Niedermayer – La delfina della Merkel non è popolare fra gli elettori ed è evidente che per la guida del partito si potrebbero trovare candidati più forti, come il premier nel Nord Reno-Westfalia Armin Laschet o il ministro della Sanità Jens Spahn”. Niedermayer tuttavia non crede che il partito sia pronto a cambiare cavallo – “non vedo un golpe all’orizzonte” – e ricorda che se anche domani si scegliesse un nuovo presidente per la Cdu, “il candidato cancelliere lo scelgono la Cdu e la Csu insieme”. Chi è più pericoloso, Kuban o Merz? “Non credo che la mozione della Junge Union sarà approvata dal partito; quanto a Merz ricordo che all’ultimo congresso il suo discorso non piacque: bisogna che si presenti con più attenzione questa volta. Un fatto è certo però – conclude il professore – Fra la base del partito lui resta il dirigente Cdu più popolare e i delegati potrebbero tenerne conto”.

  

Il blu e le stelle d’oro in piazza in Georgia

La Georgia, la nazione dai confini sempre all’erta, ha manifestato per tutto lo scorso fine settimana contro il partito di maggioranza e contro la promessa infranta di una riforma elettorale. I georgiani protestano da anni contro il governo, contro i tribunali, contro le forze dell’ordine, contro la Russia. In queste proteste però c’è un’invocazione che torna di continuo: chiedono di sentirsi europei. Se non possono essere portati dentro all’Ue, chiedono di portare l’Ue dentro alla Georgia. Tanti sventolano la bandiera blu con le stelle dorate e una foto ci ha colpito più di tutte le altre. Un uomo non più giovane fermo in mezzo alla strada, lui con la bandiera europea, tutt’attorno la polizia e gli idranti che colpiscono ogni cosa, ma non lui, non la bandiera.

 

Le domande della piazza di Malta

Le indagini sulla morte di Daphne Caruana Galizia, avvenuta nel 2017 in seguito all’esplosione della sua auto, sono andate avanti senza risultati, lentamente. Fino a ieri, quando è stato arrestato Yorgen Fenech, proprietario di una società che sarebbe stata usata per pagare tangenti a due collaboratori del primo ministro Joseph Muscat. Appresa la notizia, i maltesi si sono dati appuntamento ieri sera per riempire la piazza di fronte all’ufficio del primo ministro e chiederne le dimissioni. A Malta rimane sospesa una sensazione che tormenta molti: che il primo ministro non voglia chiarire, che l’omicidio resti così, irrisolto. Lo scorso anno è stato ucciso un altro giornalista, Ján Kuciak, in Slovacchia. I cittadini pretesero una risposta da parte del governo, scesero in piazza, il governo non rispondeva e allora ne chiesero le dimissioni. L’esecutivo cedette alla pressione, e da quelle proteste gli slovacchi iniziarono a ridisegnare i contorni della loro politica.

  

Chi ride per primo?

Gli inglesi non hanno tempo per nominare un commissario perché sono impegnati nella campagna elettorale – si vota il 12 dicembre. Martedì sera si è tenuto il primo dibattito televisivo tra Boris Johnson, il premier conservatore, e Jeremy Corbyn, lo sfidante laburista. Un’ora in cui il primo ha parlato per lo più della Brexit ormai a portata di mano e il secondo di tutto il resto: a Corbyn basta non parlare mai di Brexit per sentirsi felice. L’esito è un pareggio, ma quel che ha fatto la differenza, nell’ora di scontro, è stato il pubblico che rideva. Rideva tantissimo. Rideva in un modo che non si è mai visto. Rideva sprezzante e irriverente, ma non divertito. Il boato c’è stato quando Johnson ha detto che “la verità è importante”: chi gioiva di quella risata, chi si deprimeva. Noi, che eravamo nel secondo gruppo, non riuscivamo a toglierci dalla testa: “Chissà quante volte hai riso tu di me”.

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