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Trump manda segnali confusi sulla guerra al confine turco-siriano

Daniele Raineri

I soldati americani portano via i capi dello Stato islamico dalle prigioni curde, temono evasioni di massa nel caos della guerra. “Curdi assenti in Normandia”

Roma. Ieri il presidente americano Donald Trump ha ammesso di avere creato una situazione che presenta rischi enormi. Non lo ha fatto in modo esplicito, ma ha scritto su Twitter che i militari americani in Siria hanno preso in consegna dai curdi due dei “Beatles”, gli aguzzini dello Stato islamico che rapivano, torturavano e uccidevano gli ostaggi occidentali, così non fuggiranno “se i curdi oppure i turchi perdono il controllo” dei prigionieri.

 

I Beatles erano quattro, uno fu ucciso da un drone, un altro è in carcere in Turchia e due erano stati catturati nel 2018 dalle milizie curde. Qualcuno deve avere spiegato al presidente Trump che se i due Beatles – probabilmente i volti più detestati del gruppo terroristico, spesso presi di mira dai tabloid britannici – nel caos scappassero allora lui sarebbe ritenuto il responsabile, perché di fatto ha dato il via libera al conflitto dei turchi contro i curdi.

 

Assieme ai Beatles i soldati americani stanno spostando al sicuro decine di capi dello Stato islamico che sono nelle prigioni curde, sempre per lo stesso principio di precauzione: se le cose si mettono male e migliaia di combattenti dello Stato islamico tornano liberi, almeno quei leader che gli americani definiscono “high-value”, molto preziosi, resteranno sotto controllo. E’ il modo di Trump di ammettere-senza-ammetterlo che la sua decisione di domenica – il via libera all’operazione “Fonte della pace” dei turchi – non è stata pensata ed è stata presa all’insaputa dei suoi consiglieri militari. Trump ha però anche detto di non essere molto preoccupato se i prigionieri dello Stato islamico evaderanno in massa, perché “torneranno in Europa e non da noi” in America. E’ una frase che tradisce il risentimento che cova contro i governi europei, che pure in teoria sarebbero suoi alleati e che invece lui vede come antagonisti. C’è anche una dichiarazione contro i curdi che “non ci hanno aiutato durante lo sbarco in Normandia” contro i nazisti nel 1944. Come a dire, sono stati nostri alleati ma non così importanti. La frase sulla Normandia è presa di peso da un editoriale apparso ieri sul sito americano Townhill per spiegare che in fondo i curdi hanno lottato contro lo Stato islamico per salvare loro stessi, altrimenti sarebbero stati spazzati via. E’ un modo per razionalizzare il voltafaccia, che poteva avvenire in altri modi assai meno traumatici e dannosi, ma sentire la frase in bocca a Trump aumenta l’impressione che lui prenda decisioni cruciali pur disconnesso dai fatti che contano. In molti avevano detto che la seconda metà del suo mandato sarebbe stata più problematica perché ha eliminato uno dopo l’altra le figure di consiglieri che dentro la Casa Bianca riuscivano a contenere le sue decisioni e ormai a circondarlo non sono restati che gli yes-man. Nel giro di tre giorni Trump ha autorizzato l’operazione della Turchia (comunicato di domenica 7 ottobre sera), ha minacciato la Turchia di distruzione economica (tweet dell’8 ottobre), ha detto che l’operazione “è una cattiva idea” (comunicato del 9 ottobre sera), ha detto che i curdi comunque non hanno aiutato gli americani durante lo sbarco in Normandia e che i governi europei (in teoria eredi degli alleati dell’America durante e alla fine della Seconda guerra mondiale: gli inglesi c’erano in Normandia e anche i partigiani francesi) dovranno fronteggiare i terroristi e l’America di Trump no.

 

Alcune basi americane in Siria hanno issato la bandiera a stelle e strisce in modo che sia ben visibile, per evitare equivoci pericolosi – considerato che in molti casi dividono ancora lo spazio con le milizie curde. I soldati americani non si sono ritirati dalla Siria per ora, ma si sono spostati via dal confine – dove la loro presenza era sufficiente a fare da deterrente per bloccare la tentazione d’intervenire da parte della Turchia. Forse non resteranno molto, perché l’unica via di rifornimento via terra per loro passa da un valico al confine con l’Iraq che cade nella “fascia di sicurezza” che i turchi vogliono prendere. Se succederà potrebbero avere soltanto rifornimenti dall’aria, ma sarebbe una situazione difficile da tenere. 

 

Ieri sui canali dello Stato islamico si poteva notare un aumento degli annunci che riguardano gli attacchi in Siria. Riescono ad approfittare del calo di attenzione e del fatto che i curdi si sono spostati verso nord, per fermare i soldati turchi e i gruppi di ex ribelli siriani passati sotto la direzione della Turchia. Ed era soltanto il secondo giorno di conflitto fra i due litiganti, i turchi e i curdi.

 

Mercoledì sera, al primo giorno di “Fonte della pace”, ci sono state anche le prime morti nella comunità cristiana che abita nelle zone sotto il controllo delle milizie curde, a causa dei bombardamenti. Un uomo e una donna sono stati uccisi nel quartiere Bashiriya della città di Qamishlo, proprio sul confine. Il nome del primo cristiano morto sotto le bombe di questa nuova guerra-dentro-la guerra siriana è Fadi Habsuno. I siriani cristiani che sono riusciti a scampare illesi all’ondata islamista del 2014 ora sono di nuovo a rischio – come tutti i civili coinvolti nell’area dell’operazione. In molti si dirigono verso il confine iracheno per trovare sicurezza.

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  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)