cerca

Trump flirta con talebani e ayatollah

Il jihad mondiale fa festa, mentre Israele freme su quattro fronti di guerra

12 Settembre 2019 alle 06:09

Trump flirta con talebani e ayatollah

Il presidente americano Donald Trump (foto LaPresse)

Roma. It could happen, ha risposto il presidente americano Donald Trump alla domanda su un suo possibile incontro con l’iraniano Hassan Rohani. Sarebbe la prima volta per i leader dei due paesi in aperta ostilità dalla presa dell’ambasciata americana a Teheran nel 1979. A Gerusalemme, l’enclave ebraica dove la vicenda ha ricadute più concrete di una photo opportunity, lo ritengono cosa fatta. “Questa è la conclusione dell’establishment di sicurezza di Israele dopo l’incontro a Londra del premier Benjamin Netanyahu con il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Mark Esper”, rivela Haaretz. “Con un avvertimento: a meno che il membro meno prevedibile della coppia, Donald Trump, cambi idea all’ultimo minuto”. A conferma anche il segretario di stato Mike Pompeo, che ha aggiunto che l’incontro potrebbe avvenire “senza precondizioni”. E in questa chiave vanno lette le dimissioni di John Bolton.

 

“Un fatto che delizia il nordcoreano Kim Jong Un, l’iraniano Hassan Rohani, il russo Vladimir Putin e il venezuelano Nicolás Maduro” commenta il Wall Street Journal. Bolton si era opposto al mancato incontro fra Trump e i talebani a Camp David ed era un sostenitore del regime change a Teheran. Che Trump fosse disposto a incontrare i basisti di al Qaida nell’anniversario dell’11 settembre e il capo del regime islamista che in quarant’anni ha destabilizzato il medio oriente, finanziato tutto il terrorismo contro lo stato ebraico e tiranneggiato la propria popolazione, non è un bel segnale al jihad internazionale, di cui talebani e ayatollah sono fra i due poli maggiori. “Immaginate se, nel 2011, Barack Obama non solo avesse ritirato le forze statunitensi dall’Iraq, facilitando l’ascesa dello Stato islamico, ma avesse anche invitato i leader dello Stato islamico a Camp David” ha scritto ieri sul Washington Post Marc Thiessen, ex speechwriter di George W. Bush. “La decisione di Obama di ritirare le truppe americane fu catastrofica, ma neppure lui era abbastanza stupido da cercare una foto con i terroristi”.

 

Rohani non è un Kim Jong-un qualunque, il goffo satrapo di un regime fatiscente che si regge in piedi grazie alla Cina. Rohani è il presidente di una repubblica islamica e di una dittatura in turbante che quest’anno ha celebrato i trent’anni della fatwa contro Salman Rushdie e che è già entrato nella “soglia” pre atomica (e sarebbe la prima vera “bomba di Allah”, se non contiamo il Pakistan in teoria alleato degli americani). Un regime, l’Iran, che già beneficia dell’appeasement della vecchia Europa. Se a questo si aggiungesse quello americano, caotico e trumpiano, potrebbe essere funesto, specie per quello stato ebraico la cui distruzione è considerata strategica nei piani iraniani di egemonia. Per questo a Gerusalemme in questi giorni si è, oltre che in quella elettorale, in ansia preatomica. “Immagina cosa avrebbe fatto Netanyahu in questo momento se Obama avesse espresso interesse a incontrare Rohani”, ha detto ad al Monitor un dirigente del Likud.

 

Israele è impegnato a bombardare le propaggini iraniane su ben quattro fronti: Gaza (Hamas), Libano (Hezbollah), Siria e Iraq (le milizie sciite). Identica la minaccia: iraniana. Due giorni fa, Netanyahu in conferenza stampa ha rivelato un’area vicino ad Abadeh, in Iran, e fotografata il 27 marzo scorso, in cui l’Iran “ha condotto esperimenti per sviluppare armi nucleari”. Ieri, Netanyahu è stato portato via di corsa dal palco elettorale ad Ahdod, mentre suonava la sirena antimissili (missili iraniani).

 

America e Israele, “grande e piccolo Satana” secondo gli ayatollah. Che guaio sarebbe se il grande lasciasse solo il piccolo a vedersela con i mullah, in uno scompiglio di appeasement da cui si rischia, come spesso accade, di uscire con una guerra.

Giulio Meotti

Giulio Meotti

Lavora al Foglio dal 2003. Si è laureato in Filosofia. Ha scritto per il Wall Street Journal. È autore di quattro libri su Israele, alcuni tradotti in più lingue. È sposato. Ha due figli.

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • branzanti

    12 Settembre 2019 - 12:14

    Ma come Trump non era il più grande amico di Israele? Amici israeliani penso vi siate resi conto del soggetto con cui dovete confrontarvi (e stiate agendo di conseguenza).

    Report

    Rispondi

    • Ferny55

      12 Settembre 2019 - 12:49

      Ci possono pensare gli europei con il nuovo esercito a garantire l'esistenza di Israele, e magari nel contempo, continuare a fare affari con l'Iran. Hanno tutto in materia, tecnologia, società e banche disponibili, che nel passato hanno dato ottima dimostrazione di come si possono aggirare le sanzioni.

      Report

      Rispondi

      • branzanti

        12 Settembre 2019 - 13:12

        Gli europei hanno sovente tenuto un atteggiamento ambiguo nei confronti di Israele, sarebbe stupido negarlo. Credo però che la trasformazione degli Usa in paese autoritario con forti venature antisemite, e conseguentemente inaffidabile, ponga ad Israele gli stessi dubbi che affrontiamo noi europei con il nostro ex alleato. Ci sono i presupposti per un rapporto diverso (me lo auguro, forse sono ottimista), anche perché sogno un mondo che possa chiudere qualsiasi rapporto con gli Usa, per lasciarli a fare il faro sulla loro collina lontana da tutto.

        Report

        Rispondi

        • Ferny55

          12 Settembre 2019 - 17:02

          Israele, per sua fortuna, è in grado di difendersi da solo. Nessuno in Europa alzerebbe mai un dito per difendere il suo diritto all'esistenza.

          Report

          Rispondi

        • branzanti

          12 Settembre 2019 - 17:43

          Si fortunatamente è vero. Ciò non toglie che, a fronte dell'evoluzione sciagurata degli Usa non possano migliorare i rapporti fra Israele ed Europa.

          Report

          Rispondi

        • luigi.desa

          12 Settembre 2019 - 19:02

          Branz ha un fatto personale con gli Usa,chissà quale è.Auguri.

          Report

          Rispondi

        • branzanti

          12 Settembre 2019 - 21:25

          Capisco la Sua osservazione e Le posso dire che fino a pochissimi anni fa leggere le cose che scrivo mi avrebbe fatto indignare in modo furibondo. Sono stato filoamerikano (la k è voluta) per oltre cinquant'anni, ho difeso gli Usa in moltissimi dibattiti pubblici (guerre comprese), vi ho viaggiato numerose volte, avevo persino ipotizzato di andarci a vivere. Poi..poi Trump ed ho rimesso in discussione tutto. Eccessivo? Probabile, ma oggi non riesco più a trovare nulla di apprezzabile tanto nella politica quanto nella popolazione Usa (resto invece un estimatore della loro letteratura, del cinema, della musica). Il fatto personale è questo. Ricambio gli auguri.

          Report

          Rispondi

Servizi