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La primavera americana di Pete Buttigieg

Dalla sua città in Indiana il democratico lancia la candidatura per il 2020. Non vuole far tornare l’America a un passato mitico (che non era great), vuole ripensare il futuro

16 Aprile 2019 alle 13:43

La primavera americana di Pete Buttigieg

Pete Buttigieg ha tenuto il suo discorso in uno stabilimento industriale abbandonato e riqualificato a South Bend, la sua città (LaPresse)

Pubblichiamo il discorso che Pete Buttigieg ha tenuto domenica a South Bend, in Indiana, per annunciare la propria candidatura alle presidenziali americane. Parteciperà alle primarie del Partito democratico.

 


 

Ciao South Bend!

 

Per me significa davvero tanto essere qui oggi con tutti voi. Voglio ringraziare tutti coloro che hanno partecipato a questo evento: padre Brian, per la tua guida e le tue preghiere, monsignor Miller perché sei una guida spirituale e civile, Janet Hines-Norris per la tua meravigliosa esibizione. Voglio ringraziare la nostra guardia d’onore del dipartimento dei vigili del fuoco e tutti i soccorritori per tutto ciò che fanno per tenerci al sicuro. Grazie Renee Ferguson per il tuo aiuto e la tua passione per la giustizia. E la signora Chismar – tutti dovrebbero avere almeno una persona che crede in loro come tu credi nei tuoi studenti.

 

E’ per questo che sono qui oggi. Per raccontare una storia diversa da “Make America Great Again”

Grazie ai miei colleghi sindaci, il sindaco Cabaldon, il sindaco Whaley e il sindaco Adler, e tutti i sindaci in carica ed ex per la vostra amicizia e il vostro lavoro in un momento in cui la leadership locale non ha mai contato così tanto. Chiedo a tutti voi di aiutarmi a ringraziare il mio staff e questi volontari incredibilmente talentuosi: ciascuno di loro fa il lavoro di dieci persone, rappresentando i valori di questo progetto sin dal primo giorno e rendendo possibile l’annuncio di oggi.

 

Grazie a mia mamma che è qui fisicamente e al mio papà che è qui in molte più forme di quelle che avrebbe mai potuto immaginare. E Chasten, il mio amore, grazie per la forza che mi hai dato e che mi dai, tenendomi con i piedi per terra mentre andiamo avanti. Per chi abita a South Bend ed è qui con noi oggi: grazie per avermi dato la possibilità di essere “Major Pete”, il sindaco Pete. E per quelli che vengono da più lontano, benvenuti a South Bend. E’ un enorme piacere condividere con voi le gioie di South Bend. Sono contento che possiate vedere ogni cosa con i vostri occhi, perché questa città spiega buona parte di quel che voglio fare oggi. Sono cresciuto qui, a South Bend, nello stesso quartiere in cui oggi Chasten e io viviamo assieme ai nostri due cani, Buddy e Truman. Mio padre emigrò in America perché sapeva che era il posto migliore al mondo per ottenere un’istruzione avanzata. Diventò cittadino americano e conobbe mia madre, una giovane professoressa figlia di un colonnello dell’esercito e insegnante di pianoforte. Si trasferirono qui per lavoro, andarono ad abitare in una casa nel West Side, e poco dopo arrivai io sulla scena.

 

La South Bend in cui sono cresciuto si stava ancora riprendendo dai disastri economici che c’erano stati prima che io nascessi. Un tempo in questa città ospitavamo aziende che hanno contribuito a far entrare l’America nel XX secolo. Pensate alle persone che hanno costruito l’edificio in cui ci troviamo adesso, e innumerevoli altre che ormai non ci sono più. Pensate alla ricchezza che è stata creata qui. Pensate alle migliaia di lavoratori che sono venuti qui ogni giorno e alle migliaia di famiglie di cui si sono occupati. E pensate a come deve essere stato, nel 1963, quando la grande compagnia automobilistica Studebaker crollò e lo choc mise questa città in ginocchio. Edifici come questo iniziarono a crollare, ed ettari di terreno intorno a noi lentamente si trasformarono in un’esplosione di ruggine industriale, con le fabbriche al collasso. Le case, una volta piene di vita, amore e speranza, rimasero fatiscenti e vuote.

 

Per i cinquant’anni successivi ci vollero sforzi eroici solo per tenere in piedi la nostra città, mentre la popolazione si riduceva e i giovani come me crescevano convinti che l’unica via per avere un futuro fosse quella di andarsene. Molti di noi l’hanno fatto. Ma poi alcuni di noi sono tornati. Volevamo che le cose da queste parti cambiassero. E quando la stampa nazionale ci definì una città morente all’inizio di questo decennio, la prendemmo come una chiamata alle armi.

 

Mi sono candidato sindaco nel 2011 sapendo che nulla come Studebaker sarebbe mai ritornato, ma convinto che avrebbe potuto, che la nostra città avrebbe potuto rinascere, se avessimo avuto il coraggio di reimmaginare il nostro futuro.

 

E ora, posso tranquillamente dire che South Bend is back.

 

La più grande nazione del mondo non deve avere niente da temere da bambini che fuggono dalla violenza

Stanno arrivando molte più persone a South Bend di quelle arrivate nell’ultima generazione. Sono stati aggiunti migliaia di nuovi posti di lavoro nella nostra zona e sono arrivati miliardi di investimenti. C’è ancora molta strada da fare. La vita qui è tutt’altro che perfetta. Ma abbiamo cambiato la nostra traiettoria e abbiamo mostrato una nuova strada per la nostra comunità. Ed è per questo che sono qui oggi. Per raccontare una storia diversa da “Make America Great Again”. Perché c’è un mito che viene venduto alle comunità industriali e rurali: il mito che possiamo fermare l’orologio e farlo tornare indietro. E’ un mito alimentato da persone che pensano che l’unico modo per raggiungere comunità come la nostra sia attraverso il risentimento e la nostalgia, e che vendono l’impossibile promessa di tornare a un’epoca passata che, tanto per cominciare, non è mai stata così grande.

 

Il problema è che ci stanno dicendo di cercare la grandezza in tutti i posti sbagliati. Perché se c’è una cosa che la città di South Bend ha mostrato è che non esiste una politica onesta che ruota intorno alla parola “again”. Dobbiamo allontanarci dalla politica del passato e andare verso qualcosa di completamente diverso.

 

Ecco perché sono qui oggi, assieme a voi, per lanciare una piccola notizia: mi chiamo Pete Buttigieg. Mi chiamano “sindaco Pete”. Sono un figlio fiero di South Bend, Indiana. E mi candido alla presidenza degli Stati Uniti.

 

Sono consapevole dell’azzardo di fare questa corsa come un sindaco millennial del midwest. Più che un po’ di azzardo all’età di 37 anni ambire al posto più importante di questo paese. Fino a poco tempo fa, non era nemmeno questo che avevo in mente per il mio ottavo anno da sindaco e il mio trentottesimo anno in questo mondo. Ma il momento in cui viviamo ci costringe ad agire.

 

Le forze del cambiamento nel nostro paese oggi sono tettoniche. Forze che aiutano a spiegare cosa ha reso possibile l’attuale presidenza. Ecco perché, questa volta, non si tratta solo di vincere un’elezione, si tratta di vincere un’èra. Non solo per i prossimi quattro anni – si tratta di preparare il nostro paese per una vita migliore nel 2030, nel 2040 e nell’anno 2054, quando, a Dio piacendo, arriverò ad avere la stessa età del nostro attuale presidente.

 

La prendo larga perché è necessario. Faccio parte di una generazione che è cresciuta con le sparatorie a scuola come se fossero la norma, una generazione che ha costituto la maggior parte delle truppe dislocate nei conflitti post 11 settembre, una generazione che vivrà nella parte finale dei cambiamenti climatici per tutta la sua vita. Una generazione che sarà la prima in assoluto in America a vivere economicamente peggio dei propri genitori se non facciamo qualcosa di davvero differente.

 

Questo è uno di quei rari momenti tra intere epoche della vita della nostra nazione. Sono nato in un altro momento del genere, nei primi anni Ottanta, quando mezzo secolo di New Deal cedette il posto a quarant’anni di conservatorismo reaganiano che ha determinato la dialettica tra democratici e repubblicani. E anche quell’èra è finita.

 

Se l’America oggi si sente come un posto confuso è perché siamo su una di quelle pagine bianche tra diversi capitoli. Il cambiamento sta arrivando, che noi siamo pronti o no. La domanda del nostro tempo è se le famiglie e i lavoratori saranno sconfitti dai cambiamenti o se li domineranno e li condurranno verso una vita quotidiana migliore per tutti noi. Un momento del genere richiede voci fiduciose e audaci da parte di comunità come la nostra. E sì, richiede una nuova generazione di leader.

 

I princìpi che guideranno la mia campagna sono abbastanza semplici da adattarsi a un adesivo da paraurti: libertà, sicurezza e democrazia.

 

Prima viene la libertà: qualcosa che i nostri amici conservatori hanno iniziato a trattare come se fosse di loro proprietà. Lasciatemi dire una cosa: la libertà non appartiene a un partito politico. La libertà è stata una pietra miliare democratica fin dal New Deal. Libertà dal bisogno, libertà dalla paura. I nostri amici conservatori si preoccupano della libertà, ma vedono soltanto la “libertà da”. La libertà dalle tasse, la libertà dalla regolamentazione, come se lo stato fosse l’unica cosa che ci può privare davvero della libertà. Ma non è vero. Il vostro vicino può togliervi la libertà. La vostra compagnia della tv via cavo può togliervi la libertà. La vostra libertà è molto più grande della dimensione dello stato. La sanità pubblica è libertà, perché non si è liberi se non puoi farti una tua attività perché lasciare il tuo posto di lavoro significa rinunciare all’assicurazione sanitaria. La protezione dei consumatori è libertà, perché non si è liberi se non puoi fare causa alla compagnia delle carte di credito dopo che è stata beccata a truffarti. La giustizia razziale è libertà, perché non si è liberi se c’è un velo di diffidenza tra una persona di colore e gli agenti che hanno giurato di tenerci al sicuro. Dare più risorse agli insegnanti significa libertà, perché non si è liberi nella propria classe di scuola se la capacità di fare il proprio lavoro è limitata a somministrare un test. L’uguaglianza delle donne è libertà, perché non si è liberi se le decisioni riproduttive sono prese da politici maschi o da superiori maschi. Le organizzazioni sindacali generano libertà perché non si è liberi se non ci si può organizzare per essere pagati adeguatamente per una giornata di lavoro. E questa è l’esperienza di Chasten e mia, che non siamo affato liberi se un impiegato della contea può decidere chi dovresti sposare sulla base delle sue fedeltà politiche. La possibilità di vivere la vita che si è scelto, rimanendo fedeli ai propri valori: questa è libertà nel senso più ricco. E noi sappiamo che un buon governo può assicurare queste libertà tanto quanto un cattivo governo può negarle.

 

Parliamo di sicurezza. L’idea che la sicurezza e il patriottismo appartengano a una sola parte politica deve finire adesso. Siamo qui per dire che la sicurezza è molto di più che mettere un muro da un mare scintillante all’altro. E voglio che sia ben chiaro a tutti quelli che si occupano delle nostre politiche alle frontiere: la più grande nazione del mondo non deve avere niente da temere da bambini che fuggono dalla violenza. Soprattutto, i bambini che fuggono dalla violenza non dovrebbero avere niente da temere dalla più grande nazione del mondo.

 

Sicurezza significa cybersicurezza. Significa sicurezza elettorale. Significa tenerci al sicuro davanti al nazionalismo bianco violento che rialza la sua brutta testa nel nostro paese e nel mondo. Solleviamo lo sguardo per affrontare quella che potrebbe essere la più grande minaccia alla sicurezza del nostro tempo, il cambiamento e la devastazione del clima. Nessuna regione di questo paese è immune a questa minaccia. Abbiamo visto le inondazioni in Nebraska, i tornado in Alabama, l’uragano a Puerto Rico e gli incendi in California. Lo abbiamo visto anche in questa città, dove, come sindaco, ho dovuto attivare le operazioni di emergenza due volte in due anni. Dapprima è arrivata una pioggia come non se ne vedeva da 10 mila anni, e poi è arrivata una inondazione come non se ne vedeva da 500 anni. A 18 mesi di distanza. Ho fatto i calcoli, le probabilità sono 125 mila a uno. Per cui o andiamo tutti insieme al casinò di Four Winds stasera e proviamo a giocarci queste probabilità alle slot e vediamo se le regole dell’aritmetica sono cambiate, oppure qualcosa sta cambiando attorno a noi. E non possiamo nemmeno scegliere su chi ha presentato il miglior piano per combattere il cambiamento climatico, perché soltanto una parte politica ha presentato un piano. Non vi piace il nostro piano? Bene, mostrateci il vostro!

 

Ne va della nostra economia. Ne va del nostro futuro. Ne va di moltissime vite. E allora usiamo le parole appropriate: la sicurezza climatica è una questione di vita o di morte per la nostra generazione.

 

Se l’America oggi si sente come un posto confuso è perché siamo su una di quelle pagine bianche tra diversi capitoli

Libertà. Sicurezza. Adesso parliamo di democrazia. Perché nessuna delle questioni a cui teniamo, dalla sicurezza sulle armi da fuoco all’immigrazione, dal clima all’istruzione ai congedi famigliari, sarà risolta se la democrazia non è in salute. La nostra repubblica democratica è un sistema elegante ma di recente non è stata abbastanza democratica. Non è democratica abbastanza se a elettori legittimi viene negata l’opportunità di esercitare i propri diritti perché una parte ha una strategia per cui sarà avvantaggiata se meno cittadini saranno in grado di votare. E’ poco democratico se “Citizen United” significa che i dollari possono obliterare il volere del popolo. Non è molto repubblicano se i nostri distretti sono disegnati in maniera tale che i politici scelgano i loro elettori, e non il contrario.

 

Questa non è la democrazia che ho giurato di proteggere, se i cittadini americani da Washington a Puerto Rico non hanno la stessa rappresentanza politica degli altri. Non possiamo dire che ci sia molta democrazia quando per due volte nel corso della mia vita il Collegio elettorale ha obliterato il volere del popolo americano. Perché il nostro voto in Indiana dovrebbe contare soltanto una o due volte in un secolo? O i voti in Wyoming, o a New York? Dobbiamo rendere più facili la registrazione e il voto; dobbiamo rendere più giusti i nostri distretti, i nostri tribunali meno politici, le nostre strutture più inclusive; e sì, scegliamo il nostro presidente contando tutti i voti e dando la carica alla donna o all’uomo che ha ricevuto più voti!

 

Mi piace parlare di sistemi e strutture. Ma niente della politica per me è teoria. Qualcuno ha detto che tutta la politica è locale. Io dico che tutta la politica è personale. Più e più volte, la vita mi ha costretto a comprendere cosa significa per davvero politica. L’ho capito quando sono andato all’estero agli ordini di un commander-in-chief. Quando scrivi una lettera e la metti in una busta con scritto “Just in case”, e la riponi in un posto in cui la tua famiglia la possa trovare, allora non perdi mai di vista la posta in gioco. Quando ero in missione, in ciascuno dei 119 viaggi di ricognizione che ho fatto fuori dalla base guidando o facendo la guardia a un veicolo ho imparato cosa significa affidare la propria vita agli altri. Le donne e gli uomini che erano nel mio veicolo non si preoccupavano se fossi democratico o repubblicano. Si preoccupavano del fatto che avessi scelto una strada con meno minacce di mine possibili, non se mio padre aveva o meno il permesso di soggiorno quando è immigrato qui. Si preoccupavano che la mia M-4 fosse carica e pronta, non se sarei tornato a casa da una ragazza o da un ragazzo. Volevano soltanto tornare a casa sani e salvi, esattamente come me. Volevano ciò che tutti vogliamo: fare un buon lavoro e vivere bene. Essere sicuri che questo avvenga è ciò per cui esiste la politica. La politica esiste perché riguarda ciò che è personale.

 

Colpisce nel personale nei nostri momenti più vulnerabili, come il giorno dello scorso autunno quando ho lasciato il capezzale di mia madre all’ospedale per andare a cercare mio padre in città nel bel mezzi del suo trattamento di chemioterapia per fargli sapere che lei avrebbe avuto bisogno di un intervento al cuore immediato. Non era quel genere di cose che scrivi per messaggio. Quindi dovevo andare a trovarlo.

 

Comunque, mia madre sta bene. E’ proprio lì in fondo!

 

Anche a me sono accadute delle cose in quel momento incredibilmente difficile della mia vita. Ho avuto padre Brian, che oggi ha fatto l’invocazione, che ci ha sollevato con la fede e la compagnia. E ho avuto mio marito, Chasten. Era proprio lì all’ospedale. Dove avrebbe dovuto essere, perché agli occhi dell’ospedale, dello stato e della legge, non solo nel mio cuore, era un membro di questa famiglia, il mio sposo legittimo. Il nostro matrimonio esiste per grazia di un singolo voto della Corte suprema degli Stati Uniti. Nove uomini e donne si sono seduti in una stanza e hanno votato, regalandomi la libertà più importante della mia vita. La mamma ha iniziato a migliorare subito. Papà ha iniziato a peggiorare. L’abbiamo perso all’inizio di quest’anno. E mentre guardavo lui che cercava di prendersi cura di lei e lei che cercava di prendersi cura di lui, con noi che cercavano di prenderci cura di entrambi, ancora una volta abbiamo trovato le nostre vite che prendevano forma per le decisioni di coloro che avevano potere su di noi. Decisioni che ci hanno reso migliori. Perché alcune persone a Washington hanno preso la decisione di portarci qualcosa chiamato Medicare. Significava che, mentre stavamo navigando nel bel mezzo delle decisioni più difficili per la nostra famiglia, tutto ciò a cui dovevamo pensare era quello che era medicalmente giusto per mamma e papà. Non la preoccupazione che la nostra famiglia potesse andare in bancarotta. Ecco come il governo tocca le nostre vite. Così la politica ci porta la libertà. E quando si tratta di assistenza sanitaria, voglio che ogni americano goda degli stessi benefici.

 

Questo è il motivo per cui Washington ha importanza. Non gli alti e bassi politici, il dramma quotidiano di chi appare buono in una riunione della commissione. Ma il modo in cui una catena di eventi che inizia in uno di quegli imponenti edifici bianchi raggiunge le nostre vite, le nostre case. I nostri stipendi. I nostri uffici medici. I nostri matrimoni. Ecco perché questo paese è stato inventato in primo luogo, ed ecco cosa è in gioco oggi. Lo spettacolo dell’orrore a Washington è affascinante, divorante. Ma a partire da oggi, noi cambieremo il canale. A volte un momento oscuro tira fuori il meglio di noi. Quel che di buono in noi. Oserei dire, ciò che in noi è grande. Credo nella grandezza americana. Credo nei valori americani. E credo che possiamo guidare questo paese e guidarci l’un l’altro in un posto migliore.

 

Fa freddo, ma ne abbiamo abbastanza dell’inverno. Voi e io abbiamo la possibilità di inaugurare una nuova primavera americana

Dopotutto, candidarsi è un atto di speranza. Non lo fai se non pensi che le carrucole e le leve del nostro governo possano essere utilizzate e se necessario ridisegnate per migliorare la vita di questa nazione per tutti noi. Non lo fai se non credi nel potere di una legge, di una decisione, a volte persino di un discorso, per fare la differenza, per cambiare le nostre vite in meglio, per richiamarci ai nostri valori più alti. Le cose vanno meglio se le rendiamo migliori. Dopotutto, voi e io ora ci troviamo in un edificio che era uno dei simboli del declino della nostra città, dove ora vengono creati nuovi posti di lavoro in industrie che non esistevano nemmeno quando hanno versato questo cemento e deposto questo mattone. Voi e io ora siamo in una città che è stata formalmente costituita nel 1865, l’ultimo anno di una guerra che ha quasi distrutto l’intero paese. Che atto di speranza deve essere stato. Siamo sulle spalle di donne e uomini ottimisti. Donne e uomini che sapevano che l’ottimismo non è una mancanza di conoscenza, ma una fonte di coraggio.

 

Ci vuole coraggio per superare il passato. Se potessi tornare indietro nel passato, non sarebbe per il desiderio di vivere lì. No, se andassi nel passato, sarebbe soltanto di vent’anni indietro, per trovare un adolescente nella seminterrato della casa dei suoi genitori, mentre sta dietro a lunghi pensieri e suona gli stessi assolo di chitarra ripetutamente, chiedendosi come trovare un posto in questo mondo. Chiedendosi se la sua curiosità intellettuale non gli permetterà mai di adattarsi a questo mondo, se il suo cognome sarà un ostacolo per il resto della sua vita. Chiedendosi cosa significa quando prova qualcosa nei confronti dei giovani che vede nei corridoi di scuola, se significa che mai indosserà un’uniforme, se non sarà mai accettato, se mai conoscerà l’amore. Se lo avessi trovato e gli avessi detto cosa sarebbe successo, mi avrebbe creduto? Se potessi dirgli che avrebbe visto il mondo e servito il suo paese. Che non solo avrebbe trovato un posto nella sua città natale, ma sarebbe stato incaricato dai suoi cittadini del compito di guidarla. Che avrebbe avuto aiutato a riparare i quartieri che conosceva da ragazzo, e che avrebbe aiutato le luci a tornare in quella gigantesca fabbrica le cui finestre rotte incombevano come il volto di un fantasma sul campo da baseball in cui era solito andare con suo padre, domandandosi se questa città fosse sua. Per dirgli che andrà tutto bene. Più che bene. Per dirgli che in un piovoso giorno di aprile, prima ancora di compiere quarant’anni, si sveglierà in prima pagina perché sta crescendo troppo velocemente mentre diventa un contendente di primo piano per la presidenza americana. E per dirgli che il giorno in cui annuncerà la sua campagna per le presidenziali, lo farà con suo marito a guardare.

 

Come puoi vivere questa storia e non credere che l’America meriti il nostro ottimismo, meriti il nostro coraggio, meriti la nostra speranza? Dopotutto, candidarsi, di per sé, è un atto di speranza. Questo pomeriggio, non siete fiduciosi? Non viviamo in un paese che può superare la desolazione di questo momento? Siete pronti a voltare pagina e scrivere un nuovo capitolo della storia americana? Se voi e io ci alziamo insieme per andare incontro a questo momento, un giorno scriveranno storie, non solo su una campagna o su una presidenza, ma sull’èra che è iniziata oggi in questo edificio dove passato, presente e futuro si incontrano, proprio qui in questo freddo giorno a South Bend. Fa freddo, ma ne abbiamo abbastanza dell’inverno. Voi e io abbiamo la possibilità di inaugurare una nuova primavera americana.

 

Quindi con la speranza nei nostri cuori e il fuoco nelle nostre pance, mettiamoci al lavoro e facciamo la storia!

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Commenti all'articolo

  • branzanti

    16 Aprile 2019 - 17:05

    Lo so non vincerà mai, il suo discorso sarà ingenuo, forse eccessivamente idealista, magari pure ruffiano, ma rappresenta una ventata di freschezza, di proiezione verso il futuro, di attenzione per le persone, di desiderio di affrontare gli enormi problemi degli americani, di tutelare le loro libertà minacciate e, sovente, calpestate. E quale abbacinante contrasto con le parole di incitamento all'odio, alla violenza, alla paura sorda, al razzismo più becero che trasudano dall'animo crudele dei repubblicani, desiderosi soltanto di punire le persone e di calpestarne la dignità. Talvolta mi chiedo come il partito che fu di Lincoln abbia potuto trasformarsi nell'odierno orrore, ma una risposta completa mi manca.

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