Buttigieg e il segno della magnifica rivolta antropologica della gay culture

Giuliano Ferrara

Chi è il candidato nelle primarie del partito democratico, uno di minoranza che ragiona in nome dei diritti della maggioranza, alla ricerca di una maggioranza elettorale

Gay e moderato, gay e normale, gay e soldato, gay harvardiano senza spocchia: con tutti quegli eterosessuali affetti da manie socialiste, maschi e femmine che vogliono sanità e scuola gratis per tutti, senza dire dove si prendono i soldi a parte tasse distruttive, e si scatenano per far piangere i ricchi, vaste programme, questo Pete Buttigieg, che ha un nome impronunciabile e non piace ancora agli elettori neri, ma piacicchia a molti altri, è una curiosa e bella novità delle presidenziali americane, e non solo. Punta sull’età (è dell’82 come il nostro direttore), ma soprattutto sull’esperienza: ha combattuto, amministra una città dell’Indiana, ha studiato, ha sposato il suo Chasten e porta la fede al dito con estrema nonchalance coniugale, è naturalmente proud ma senza affettazione da parata, è quel che si direbbe un ordinario riformista che propone di immaginare un mondo aperto nell’orizzonte del 2054 (quando lui, dice per una volta civettuolo, avrà l’età dell’attuale presidente degli Stati Uniti). Per anni la gay culture, non gli affari privati di desiderio di sesso e di matrimonio ma la loro superfetazione stilistica e ideologica, è stata la bestia nera di noi pseudonormotipi, e dietro alla radicalità arcobaleno era sempre dissimulata, ai nostri occhi, una sfida intollerante al buon senso comune. Con questo Pete Buttigieg non è più così. 

  

Viene anzi alla mente una differenza nel segno della norma o almeno delle leggi del realismo e del contegno politico. Sarà il controeffetto del culetto di Trump schiaffeggiato con una copertina di Forbes da una delle sue pupe, o dei suoi discorsi ripugnanti da spogliatoio maschile, comunque è un controeffetto pacificante, che riconcilia e edifica nel segno di una rivolta antropologica, la gay culture appunto, virata in una restaurazione elegante di veri valori. Buttigieg avrebbe tutto per essere l’ennesimo campione dell’europeizzazione dell’America, uno delle élite che ti sbatte in faccia i fatti suoi e ti tormenta con la sua identità di minoranza più o meno oppressa, magari all’inseguimento di chimere nazionalizzatrici e di altre varie proposte di espropriazione della ricchezza e del sogno. Potrebbe valere come un cercatore di safe space, uno che vuole tappare la bocca a chi non pensa correttamente come lui, sarebbe il tipico esemplare di una casta di identitari alla ricerca della loro coalizione ennesima delle minoranze arrabbiate. Invece ha un sorriso solare, simpatico, e dice cose molto sensate con un tratto di ritegno e di ricerca non morbosa di consenso politico e di riconoscimento pubblico a un’idea di paese e di esperto comando istituzionale. Uno di minoranza che ragiona in nome dei diritti della maggioranza, alla ricerca di una maggioranza elettorale. 

  

Ora un sondaggio lo dà in testa per febbraio nel primo round dell’Iowa, non proprio una start up land o uno smart state, e questo ha dell’incredibile. Sa raccogliere fondi, sa parlare in pubblico, esercita una bella arte dell’ironia, non rompe con il suo golden retriever e altri pupazzetti, come fa la Warren, e non ha l’aria di uno che ha scoperto l’Unione sovietica in anni lontani e non ne è mai veramente tornato, come il vecchio Bernie Sanders. E’ il tipico fuori giro, quello che corre a sorpresa e sembra una sorpresa, e invece ti fa la sorpresa di apparire collaudato e serio e responsabile e decente nella scelta delle politics da promuovere. Difficile che ce la faccia, ovvio. Ma già ce l’ha fatta a scatenare con Bloomberg e altri la corsa al centro dello scacchiere elettorale, perché da gay e moderato ha offerto la prova che nel paese provato dalla performance di una pin up maschilista suprematista e narcisista anche una checca di buona stoffa e di gran carattere può fare egregiamente la sua parte. Complimenti. 

  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.