Democrazia, sicurezza, libertà: un monopolio nelle mani sbagliate

Claudio Cerasa

Perché il centrodestra ha un sogno da offrire ai propri elettori, mentre il centrosinistra ha come unico sogno quello di opporsi all’incubo populista. Lezioni da uno splendido intervento del democratico americano Pete Buttigieg

La crisi di governo probabilmente non ci sarà, la maggioranza rossogialla troverà verosimilmente un modo per superare la primavera, Matteo Salvini continuerà gioiosamente a essere rosolato sul braciere dell’attesa ed è possibile che la data del voto continuerà a non essere presente sull’agenda politica ancora per un po’. Ma per quanto la distanza dai pieni poteri stia contribuendo in modo progressivo a indebolire Salvini più di quanto ci si potesse immaginare, le fibrillazioni del governo ci ricordano che nulla può considerarsi scontato e non bisogna avere una laurea in politologia per capire che quando una maggioranza inizia a zoppicare non è detto che sia sufficiente trovare una nuova stampella a cui appoggiarsi per evitare di cadere. E dunque, nonostante la resilienza del Pd – la scorsa settimana al Pd è stato consegnato un sondaggio interessante: Lega al 31,8 per cento, Pd al 22,6, M5s al 12,7, Italia viva al 3,8 – e nonostante la presenza oggettiva di uno spazio potenziale al centro che i partiti più distanti dal salvinismo e dal grillismo potrebbero conquistare, il problema che riguarda i principali competitor di Salvini non ha a che fare solo con un problema di voti ma ha a che fare prima di tutto con una questione di temi. 

  

E per quanto ci si possa girare intorno è difficile non riconoscere una piccola ma importante verità: il centrodestra, anche quello a trazione nazionalista, ha un sogno da offrire ai suoi elettori; il centrosinistra, anche quello a trazione non populista, ha come unico sogno da offrire, ai propri elettori, quello di liberarsi dall’incubo populista.

 

Alla radice di questo problema ci sono molte ragioni legate ai macrotemi del momento – l’evoluzione della globalizzazione, i limiti dell’Europa, la paura dello straniero, la concorrenza teoricamente sleale della Cina, l’impoverimento presunto del ceto medio, la disruption tecnologica – ma accanto ai temi macro ce ne sono anche alcuni micro che possono aiutarci a capire come hanno fatto i nazionalisti a diventare gli imprenditori dei sogni lasciando nelle mani dei loro nemici solo la gestione degli incubi. Per provare a capirlo può essere utile riprendere il bellissimo intervento con cui Pete Buttigieg, vincitore a sorpresa delle primarie in Iowa con il 26,2 per cento dei voti contro il 26,1 di Sanders, ha lanciato la sua candidatura per le primarie del 2020 lo scorso 14 aprile. In quell’occasione, Buttigieg disse che “i princìpi che guideranno la mia campagna sono abbastanza semplici da adattarsi a un adesivo da paraurti: libertà, sicurezza e democrazia”. In quelle tre parole, se ci si riflette un istante, c’è la vera natura dello scontro in corso oggi tra nazionalisti e antinazionalisti. Può piacere o no ma, almeno per quanto riguarda l’Italia, i populisti sono riusciti ad assicurarsi il monopolio politico dei tre concetti. Libertà, sicurezza, democrazia. Tre temi che nel caso specifico del nostro paese sono stati declinati in modo ancora più efficace: tasse, sicurezza, sovranità. I populisti hanno successo e riescono a bucare il video meglio degli avversari non perché sono fascisti – alcuni lo sono, ma non è questo il punto – ma perché hanno trovato un modo migliore rispetto a quello degli avversari di far sentire protetti gli elettori sui tre terreni su cui si gioca la conquista di un paese.

 

Le tasse attraverso la flat tax – e con la flat tax il messaggio che passa agli elettori è uno e soltanto uno ed è quello della semplificazione del sistema fiscale con annessa riduzione delle tasse e pazienza per le coperture. La sicurezza attraverso la chiusura dei confini – e contrapporre al modello della chiusura salviniana una gestione dei confini sul modello Saviano significa voler contrapporre a un’idea di immigrazione governata un’idea di immigrazione non governata. La sovranità attraverso la critica all’élite dell’Europa – un punto questo che con il tempo è stato diluito nella narrazione populista perché l’Italia, a differenza della Gran Bretagna, l’Europa buona o cattiva che sia ce l’ha eccome nel suo Dna. “L’idea che la sicurezza e il patriottismo appartengano a una sola parte politica – ha detto Buttigieg nel suo magnifico discorso di aprile – deve finire adesso. La sicurezza è molto di più che mettere un muro da un mare scintillante all’altro. E la più grande nazione del mondo non deve avere niente da temere da bambini che fuggono dalla violenza. Soprattutto, i bambini che fuggono dalla violenza non dovrebbero avere niente da temere dalla più grande nazione del mondo”. In quel discorso, poi, Buttigieg ha parlato anche in modo intelligente e accattivante di libertà, offrendo su questo punto una cornice culturale e politica diversa rispetto a quella messa in campo dall’avversario arancione di turno.

 

Prendetevi qualche secondo e leggete: “Lasciatemi dire una cosa: la libertà non appartiene a un partito politico. La libertà è stata una pietra miliare democratica fin dal New Deal. Libertà dal bisogno, libertà dalla paura. I nostri amici conservatori si preoccupano della libertà, ma vedono soltanto la ‘libertà da’. La libertà dalle tasse, la libertà dalla regolamentazione, come se lo stato fosse l’unica cosa che ci può privare davvero della libertà. Ma non è vero. Il vostro vicino può togliervi la libertà. La vostra compagnia della tv via cavo può togliervi la libertà. La vostra libertà è molto più grande della dimensione dello stato. La sanità pubblica è libertà, perché non si è liberi se non puoi farti una tua attività perché lasciare il tuo posto di lavoro significa rinunciare all’assicurazione sanitaria. La protezione dei consumatori è libertà, perché non si è liberi se non puoi fare causa alla compagnia delle carte di credito dopo che è stata beccata a truffarti. La giustizia razziale è libertà, perché non si è liberi se c’è un velo di diffidenza tra una persona di colore e gli agenti che hanno giurato di tenerci al sicuro. Dare più risorse agli insegnanti significa libertà, perché non si è liberi nella propria classe di scuola se la capacità di fare il proprio lavoro è limitata a somministrare un test. L’uguaglianza delle donne è libertà, perché non si è liberi se le decisioni riproduttive sono prese da politici maschi o da superiori maschi. Le organizzazioni sindacali generano libertà perché non si è liberi se non ci si può organizzare per essere pagati adeguatamente per una giornata di lavoro”.

 

Fino a che i campioni della chiusura avranno il monopolio di quelle tre parole, le alternative da sogno al modello da incubo del nazionalismo resteranno drammaticamente più simili a un incubo da evitare che a un nuovo sogno da realizzare. E forse anche per questo, per tornare alla politica italiana, prima di far diventare la vita di questo governo un regalo a Salvini varrebbe la pena fermarsi e pensarci su.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.