Si apre a Monaco il processo a Jennifer W., tedesca, soldatessa dell'Isis

Andrea M. Jarach

I paesi europei sono alle prese con i foreign fighters di ritorno da Siria e Iraq. Ecco quel che accade in Germania

Monaco. Data per vinta la guerra sul terreno allo Stato Islamico, per gli stati occidentali è in corso la battaglia con strumenti giudiziari al pericolo costituito dai cittadini indottrinati all’ideologia islamista che via via rientrano dalla Siria e dall’Iraq. Secondo Sören Schmidt, portavoce del ministero dell’Interno tedesco, “si hanno notizie di oltre 1.050 islamisti tedeschi o comunque islamisti partiti dalla Germania verso la Siria e l’Iraq”. Un numero consistente, anche se considerando che “per oltre 200 persone ci sono indizi che abbiano perso la vita sul posto” e “ora non si ha notizia di nuovi viaggi verso la Siria e l’Iraq e ci si deve aspettare che ce ne saranno solo pochi ancora”, è tutto sommato limitato.

 

Il problema semmai è che soltanto per la metà degli jihadisti che hanno lasciato la Germania si hanno “indizi concreti idonei per avviare un procedimento penale per il fatto che si sono uniti all’Isis, al Qaida o ad altri gruppi, prendendo parte a combattimenti o avendole altrimenti appoggiate” e “solo in pochi casi singoli si riescono a raccogliere nuove informazioni”. Per contro “circa un terzo delle persone che erano partite è ora di nuovo in Germania; per oltre 110 persone agli inquirenti è noto che hanno preso parte ai combattimenti in Siria e Iraq o hanno fatto un addestramento e permangono sotto osservazione”. Stando alla risposta del 21 dicembre 2018 a un’interrogazione parlamentare del Partito liberale, tra il 2015 e il 2018 sono stati indagati 2.394 uomini e solo 67 donne per attività legate allo jihadismo. I rinvii a giudizio sono stati in tutto 95. Figuravano 34 persone sottoposte a carcere preventivo ed erano state emesse 67 condanne a pene detentive.

 

Il bilancio giudiziario generale è scarno: “Il numero delle condanne nei confronti di persone tornate da Siria ed Iraq è nell’ordine di poche decine”, dice il portavoce, e si hanno ancora indicazioni sul fatto che “tra le 50 e 100 persone cercano di lasciare l’area di guerra o si trovano in prigionia”. Il riferimento è a 42 tedeschi – secondo la Süddeutsche Zeitung a febbraio – che sarebbero nelle carceri delle milizie curde dello Ypg, che detengano circa 800 foreign fighters di diversa nazionalità, più 700 donne e 1.500 bambini. Per i paesi occidentali dove vigono esigenze processuali di raccolta di prove con indagini che richiedono mesi, questa massa di persone – del cui onere i curdi si vogliono liberare e che il presidente Donald Trump in febbraio aveva intimato agli europei di riprendersi – rappresenta un grande problema.

 

Secondo Berlino, siccome non esistono nell’area rappresentanze diplomatiche tedesche, garantire il loro rientro è difficile. Questa linea è stata poi corretta dal ministro degli Esteri Heiko Maas (Spd) e dal ministro della Giustizia Katarina Barley (sempre Spd): sussiste in linea di principio il diritto al rientro per tutti i cittadini tedeschi, ma è di difficile realizzazione fintanto che non ne sia contestualmente assicurata la prosecuzione giudiziaria in Germania. I funzionari tedeschi hanno necessità di raccogliere informazioni certe sull’identità e l’attività svolta da ciascuno.

 

Secondo la Süddeutsche Zeitung, da tempo i servizi del Bundesnachrichtendienst sarebbero stati sguinzagliati per raccogliere informazioni sugli ex combattenti nelle prigioni curde con solo o anche la cittadinanza tedesca. Sarebbero già stati aperti 32 fascicoli di indagine; 18 casi già definiti con emissione di mandato di cattura; mentre altri 17 soggetti pericolosi sono da sottoporre in caso di rientro a sorveglianza continuata. Il quotidiano bavarese specula anche sull’esistenza di un piano per riprendere poco alla volta donne e bambini attraverso la Turchia e delegare invece alla giustizia irachena quanto più possibile i processi ai propri cittadini che hanno combattuto lì. Si muoverebbe in questo senso anche il disegno di legge presentato dal governo all’inizio di aprile per modificare la legge sulla cittadinanza tedesca, permettendo di toglierla a chi, maggiorenne e dotato di un altro passaporto, si sia reso colpevole di aver combattuto a fianco di una milizia terroristica straniera.

   


Nella ricostruzione degli inquirenti, Jennifer W. alla fine dell’agosto 2014 si è unita allo Stato islamico e avrebbe fatto servizio di pattuglia serale a Mosul come “poliziotta dei costumi”: controllava le donne (70-100 dollari al mese). Ha anche acquistato una bambina di 5 anni come schiava, e l’ha lasciata morire di sete


 

Seppure l’ordinamento tedesco sia uno dei pochi in Europa che ammette la prosecuzione giudiziaria dei crimini di guerra da chiunque commesso purché si trovi sul proprio territorio, ha dimostrato finora molte difficoltà soprattutto nel perseguire le donne. Nei loro confronti è apparso spesso arduo dimostrare nulla più di un matrimonio con un combattente – un ruolo di supporto familiare, ma non penalmente rilevante.

  

Quanto sia difficile il compito degli inquirenti lo dimostra lo scarso numero di precedenti nei comunicati stampa della Procura generale di Karlsruhe. I rinvii a giudizio si contano sulla punta delle dita con condanne tutt’al più per associazione esterna, per avere fornito denaro o materiale di ripresa, o propaganda, in qualche caso per sequestro di minori, mai per militanza diretta con lo Stato islamico, come invece pure si era saputo fare nel caso di militanti del Pkk che è considerata un’organizzazione terroristica straniera. Tornando ai dati che emergono dalla già citata risposta del Governo nel 2015 sono stati emessi mandati di cattura per reati legati al terrorismo islamista contro 37 uomini ma 1 sola donna, e così anche nel 2016 (36 uomini e 2 donne), 2017 (40 uomini e 2 donne) e nel 2018 (14 uomini e 9 donne).

 

La Procura generale per la prima volta alla fine del 2018 ha emesso due richieste di rinvio a giudizio per partecipazione diretta all’Isis nei confronti di due donne. Mentre una ex “sposa dell’Isis” arrestata al rientro a Düsseldorf è ancora in attesa di giudizio, oggi, in seguito alla richiesta di rinvio a giudizio del 14 dicembre, si apre davanti alla ottava sezione penale della Corte di appello di Monaco il processo per partecipazione all’Isis, omicidio per futili motivi di una bimba di 5 anni commettendo un crimine di guerra, nonché violazione sulle norme relative al controllo delle armi nelle zone di crisi, nei confronti della cittadina tedesca 27enne Jennifer W. È il primo processo nel quale gli inquirenti affermano di essere riusciti a raccogliere prove sufficienti di appartenenza attiva penalmente perseguibile di una cittadina tedesca che funse da “poliziotta del costume” per l’Isis. 

 

Nel sistema giurisprudenziale tedesco è qualificabile come appoggio a un’organizzazione terroristica (Unterstutzung) qualsiasi attività compiuta da una persona che resti esterna al raggruppamento, idonea a favorirne l’organizzazione interna e la coesione, o facilitarne la realizzazione dei crimini, o comunque abbia esito positivo nelle sue possibilità di azione o raggiungimento dei fini, e purché il contributo sia stato obiettivamente utile all’organizzazione. Invece è punibile come membro di un’organizzazione terroristica (Mitgliedschaft) chi esclude la propria volontà individuale per sottoporla a quella del gruppo, inteso quest’ultimo come un’unità di almeno tre persone, stabilmente organizzate secondo una suddivisione coordinata dei compiti, per raggiungere il fine eversivo comune. Nella ricostruzione degli inquirenti, Jennifer W. alla fine dell’agosto 2014 aveva lasciato la Germania per unirsi all’Isis.

 

Transitando attraverso al Turchia e la Siria nel settembre 2014 entrò in Iraq, dove si sarebbe inserita nel livello immediatamente inferiore a quello delle strutture di decisione e comando dell’Isis. Tra giugno e settembre 2015 avrebbe fatto servizio di pattuglia serale nei parchi di Falludscha e Mosul come “poliziotta dei costumi dell’Isis” con il compito di controllare che le donne adempissero alle imposizioni di abbigliamento e comportamento imposte dall’organizzazione terroristica. A fini di dissuasione avrebbe portato con sé un kalashnikov, una pistola e una veste esplosiva. Per il proprio impegno Jennifer W. avrebbe percepito un salario mensile tra i 70 e i 100 dollari.

 

Nella ricostruzione dell’accusa, nell’estate 2015 la donna avrebbe acquistato col marito una bambina di 5 anni da un gruppo di prigionieri di guerra, per usarla come schiava nei lavori domestici. Dopo che la minore si ammalò e bagnò il letto, il marito di Jennifer W. l’avrebbe incatenata all’aperto per punizione, lasciandola morire di sete nella calura in modo straziante, senza che l’imputata facesse alcunché per salvarla. Alla fine del gennaio 2016, Jennifer W. si recò all’ambasciata tedesca ad Ankara per ricevere nuovi documenti e non appena lasciò la rappresentanza diplomatica fu arrestata dagli agenti di sicurezza turchi ed estradata pochi giorni dopo in Germania. E’ stata nuovamente arrestata il 29 giugno 2018 mentre si apprestava a mettersi in viaggio per raggiungere la Siria e da allora è in regime di carcere preventivo. Per il processo contro di lei sono state fissate inizialmente 23 udienze fino a settembre, la seconda in calendario è stata soppressa prima ancora dell’inizio del dibattimento, non è stato chiarito se per esigenze della Corte o su richiesta espressa di una delle parti.

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