La testimonianza della donna yazida contro la foreign fighter tedesca

Andrea M. Jarach

Continua il processo a Monaco, dove Nora T. ha raccontato la sua prigionia e la scomparsa di sua figlia. Ma non è ancora finita

Nel processo alla presunta foreign fighter tedesca ventottenne Jennifer W. a Monaco di Baviera, da giovedì 4 luglio ha iniziato a testimoniare Nora T., yazida, ex schiava dell’Isis e madre della bambina di 5 anni che secondo l’atto d’accusa sarebbe stata lasciata morire incatenata al sole dall’imputata. 

 

Dall’agosto 2014 l’offensiva dell’Isis nell’area irachena del Governatorato di Ninive, in cui vivevano almeno 200.000 yazidi, ha portato alla fuga e all’uccisione di migliaia di persone, a casi di violenza carnale e riduzione in schiavitù. Con Nora T. ci sono 5 addetti alla sua sicurezza, questo apparato la fa quasi apparire ancora più fragile nel dimesso abito nero con foulard a coprirle i capelli corvini e le semplici scarpe senza tacco. Si è costituita parte civile con gli avvocati Natalie von Wistinghausen e Wolfgang Bendler, nonché dalla legale specializzata nella difesa dei diritti civili Amal Clooney (che però non è ancora mai intervenuta).

 

Il suo è un racconto raccapricciante: la fuga di tante famiglie in gruppo; poi la prigionia. Nora T. è stata venduta più volte come schiava a uomini dell’Isis. Un calvario che la portò da Tel Afar a Mosul fino ai margini di Falluja, con altre tappe intermedie. Costretta in prigioni collettive controllate da guardie armate dello Stato islamico, ha subito violenze carnali e reiterate percosse e poi è stata assegnata a singoli padroni.

 

Nora non è istruita, è stata a scuola solo tra i 7 e gli 11 anni e non ha potuto finire neppure le elementari per aiutare la famiglia Dice che sa scrivere ma non sa leggere, un’incongruenza, tuttavia nel corso della sua testimonianza precisa che nella prigionia dell’Isis le è stato insegnato a leggere il Corano. Nata in una famiglia con sette figli, dopo il matrimonio, a 29 anni, è andata a vivere con la famiglia del marito, secondo di dieci fratelli, assieme ai suoceri. Del marito, Sajib, dice che faceva l’agricoltore ed era buono con lei. Ma quando fuggirono per scappare all’avanzata dell’Isis non volle lasciare Kocho, dove vivevano, e non sa se oggi sia vivo.

 

La testimonianza


Complice un difetto di pronuncia Nora T. non è sempre chiara e l’interprete che la traduce dal kurmanji, il dialetto curdo-iracheno, deve farsi ripetere spesso le risposte. Lo stesso Presidente della Corte d’altronde coglie diverse incongruenze nel racconto di Nora T. e più volte è costretto a chiederle precisazioni. Non è chiaro quanto ciò possa dipendere dal fatto che i ricordi faticano a riaffiorare, o sia a fronte dello shock per i maltrattamenti subiti.

 

La donna non ricorda neppure con esattezza la sua data di nascita, tantomeno con precisione quella dei tre figli, di cui però menziona l’età. Della figlia più piccola Nora T. non ricorda con precisione neanche il nome. Ne fa diversi: Rania, Rita, Rida, Runna, forse in effetti simili nella traslitterazione dall’arabo. Descrive sua figlia come calma, “una splendida bambina”, racconta che a Falluja non poteva uscire di casa e non aveva nessuno con cui giocare, era irrequieta. Disturbava sempre la donna di Abu M.  – che afferma fosse in realtà Taha, il marito dell’imputata – anche se lei le diceva di non entrare nella sua stanza. Il giudice chiede allora a Nora T. come faccia a dire che fosse Taha al J. e la donna yazida spiega che se Abu M. e sua moglie avessero avuto un figlio dicevano che si sarebbe chiamato Taha. Poi prosegue, la moglie si lamentava che non poteva dormire e allora Abu M., la picchiava insieme alla figlia. 

 

Racconta ancora che un’altra volta per punirla Abu M. la fece stare a piedi nudi al caldo in cortile per mezz’ora; sua moglie sapeva, racconta Nora, perché quando Abu M. le disse che la punizione era finita e poteva rientrare lei era seduta al suo fianco in casa. 

  

Alle domande del Presidente della Corte tese a capire di più, la testimone dà tuttavia più volte risposte contraddittorie. Fa molta confusione e resta nel vago soprattutto nel riferire dati temporali precisi. Racconta che durante il Ramadan lei e la figlia potevano mangiare, ma poi in un altro momento che lei faceva il Ramadan e solo la figlia poteva mangiare, o ancora che lei poteva mangiare e bere ma la figlia no. 

 

Di Abu M. afferma con sicurezza che aveva una mano d’acciaio quando sferrava colpi e che una volta le diede un pugno in un occhio facendoglielo nero, un’altra la colpì con un oggetto metallico alla gamba e picchiò ripetutamente nei giorni anche la sua bimba tanto che lei decise di lasciarla stare a letto 4 giorni per farla riprendere anche se non era ferita.

 

Se in un primo momento dice di non aver mai visto donne dell’Isis armate, in un secondo tempo spiega che sia Abu M. che sua moglie avevano una pistola; quelli dell’Isis non si fidavano ad uscire senza un’arma, dice. Nel descrivere poi chi fosse la moglie di Abu M. dà indicazioni che combacerebbero con l’imputata: era tedesca, glielo disse lei, con i capelli lunghi neri sciolti, più bassa di lei e parlava curdo, l’arabo lo stava imparando dal marito. Non si volta però mai a guardare Jennifer W. dimostrando apertamente di riconoscerla.

 

L’imputata


L’imputata in tailleur nero, un giorno con camicia bianca, un altro con top grigio chiaro, i capelli  – forse non a caso – raccolti in uno chignon, non ha mostrato mai alcuna reazione alla testimonianza di Nora. I giudici si sono riservati altre due udienze per interrogare la testimone e poi daranno la parola ai due periti che la seguono con loro in aula.

 

Nel processo d’altronde sono emerse prove della radicalizzazione di Jennifer W: fu arrestata il 29 giugno 2018 mentre cercava di tornare in Siria, con 5.800 euro, diverse carte telefoniche ancora confezionate, cavi e supporti elettronici, tra cui una chiavetta USB a forma di mitragliatrice. L’analisi di tutti gli strumenti informatici ha evidenziato che ha usato 19 social media diversi, creando una molteplicità di profili, 10 già solo in Facebook ed altri 10 su Instagram, tutti con nomi riecheggianti la sua militanza come “Sedeia um Turà Falludscha”, oppure “Shaida al Gariba”, traducibile quest’ultimo come “Martire nella casa degli stranieri”. In un pc aveva copie di un vero “Book of terror” con indicazioni su come smontare e pulire un Kalashnikov, costruire un ordigno esplosivo in una pentola ad alta pressione come quella usata alla maratona di Boston, o preparare altre bombe incendiarie con agenti chimici. Una copia di un articolo dal Rumiyah Magazin, periodico dell’Isis, che chiariva quali obiettivi scegliere per scagliarsi con un’auto nella folla facendo più morti possibile, specificando che luoghi ideali sarebbero congressi, feste e mercati in strade aperte. Poi ancora foto di persone armate, con vessilli dell’Isis, e di esecuzioni capitali. E anche anche altri elementi, come dichiarazioni contraddittorie sull’ex marito combattente dell’Isis – che nel frattempo è stato arrestato circa un mese fa in Grecia e potrebbe essere messo a confronto con lei – e su bonifici fatti in Turchia escluderebbero fosse solo una sposina con l’abayah.

 

Alla domanda cruciale di quando abbia visto la bambina l’ultima volta in vita Nora T. non ha però saputo ancora dare una risposta chiara. Racconta che Rania un giorno non c’era più e Abu M. le disse che l’avrebbe venduta, al che lei baciò i piedi della moglie di Abu M. dicendo che non potevano venderla e questa la tranquillizzò e Rania tornò. Il giudice ha capito la confusione della testimone e ha posticipato il resto dell’escussione al 17 luglio. Gli inquirenti dimostrano fin qui di darle tuttavia pieno credito e lei si congeda abbracciando le procuratrici. 

 

La condanna della Corte d’Appello di Stoccarda

 
Intanto la Corte d’Appello di Stoccarda per la prima volta ha condannato a cinque anni di reclusione un’altra donna tedesca per partecipazione diretta all’Isis. L’accusa ne aveva chiesti sei e la difesa tre facendo valere che nel corso del processo l’imputata aveva disconosciuto la sua adesione. La 32enne, si era sposata con rito islamico con un guerrigliero dell’Azerbaijan, aveva fatto propaganda allo Stato Islamico via internet, diffondendo un testo dal titolo “Via le teste” e foto di esecuzioni, deteneva delle armi cui era stata addestrata all’uso e aveva ricoperto degli incarichi di rappresentanza nell’Isis, assistendo anche a esecuzioni capitali. Non le è stato contestato, come a Jennifer W., la militanza armata nella polizia di costume dello Stato islamico ma la sua adesione all’Isis è stata però constatata nell’aver vissuto dalla fine del 2013 sino all’agosto 2017 in Siria o in Iraq occupando le case di sfollati, rafforzando le pretese territoriali dello Stato islamico. Un precedente che potrà risultare determinante anche in altri casi di rinvio a giudizio di cittadine tedesche che abbiano aderito all’Isis, come ad esempio in quello di un’altra 47enne contro la quale la Corte d’appello di Düsseldorf ha dato giovedì 4 luglio il via libera all’apertura del processo il 12 agosto.